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Oltre le sbarre

Ridare speranza ai detenuti, il volontariato come terapia d’urto nelle carceri italiane

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Il sistema carcerario italiano fa acqua da tutte le parti. E non soltanto perché manca da anni una compiuta riforma di settore. Fa acqua da tutte le parti soprattutto perché ai detenuti viene negato l’accesso alla propria dignità. Nel 2012 la casa editrice Rubbettino pubblicò un testo, scritto dalla giornalista Annalisa Chirico, dal titolo emblematico: “Condannati preventivi. Le manette facili di uno Stato fuorilegge”. Il libro inizia così: “Il carcere italiano è tortura legalizzata. Congenitamente afflittiva, totalizzante, la detenzione non è redenzione, né rieducazione. Soltanto abbruttimento, dolore, morte”. Stando così le cose, sembrerebbe impossibile scorgere all’orizzonte una via d’uscita. Eppure una soluzione esiste, c’è e viene sperimentata in diverse carceri del nostro Paese, nonostante l’opinione pubblica ne sia scarsamente a conoscenza.

La soluzione ha un nome: volontariato. Stando infatti ai dati forniti negli ultimi anni dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), il numero dei volontari in carcere è salito in maniera esponenziale, sebbene non sia del tutto agevole in quanto a permessi ed autorizzazioni entrare in contatto con i detenuti. Le attività che vengono svolte nelle strutture detentive sono diverse: ci sono insegnanti in pensione che impartiscono lezioni di matematica o di italiano; ci sono orafi che trasmettono le loro abilità ai detenuti interessati; falegnami che, nel tempo libero, trascorrono qualche ora con chi è privato della propria libertà. Recentemente, il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri ha affermato che il lavoro in carcere dovrebbe diventare una vera e propria terapia “da svolgersi in forma gratuita”, insegnando ai detenuti “l’importanza del lavoro”. In quest’ottica sarebbe assurdo fare a meno del servizio prestato dai volontari nelle strutture carcerarie italiane; tuttavia tale servizio andrebbe valorizzato a livello istituzionale. Va detto però che i politici che fanno visita ai nostri detenuti sono davvero pochi: tranne qualche rappresentante radicale, non si vede pressoché nessuno. E allora viene da chiedersi chi sia davvero il nostro prossimo, chi sia realmente la persona cui dover tendere la mano. Il nostro prossimo non può essere certo chi si lascia sedurre da qualche estemporanea promessa elettorale. Il nostro prossimo è anche – e soprattutto – chi sta dietro le sbarre, è anche chi patisce in silenzio il problema del sovraffollamento carcerario, è anche chi chiede aiuto e si aspetta delle risposte concrete perché “ero in carcere e siete venuti a trovarmi” ( Mt 25,31-46). Ben venga dunque il volontariato in tutte le sue forme e propagazioni: solo facendo squadra si abbatte il muro dell’indifferenza.

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