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Per salvarci dalla crisi

Riduciamo lo Stato e smettiamo di giocare a “tutta la moneta del mondo”

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Per come vengono generalmente presentate, le cause delle crisi economiche sono spesso destinate a rimanere del tutto incomprensibili. Durante una depressione, si dice, le persone perdono l'incentivo a spendere il proprio danaro, imboccando con decisione la strada del risparmio. A seguito di ciò, la domanda aggregata (ente superiore, dotato di autonoma capacità decisionale) è destinata a contrarsi e le aziende, in crisi di ricavi, sono costrette a licenziare i propri dipendenti ed a chiudere.

Partendo da questi presupposti, parrebbe del tutto banale indicare la soluzione: se la gente ricominciasse gagliardamente ad utilizzare il proprio bancomat nei POS della città, lo stallo potrebbe, di fatto, risolversi da sé. Tanto, si argomenta, è sicuro che i soldi da qualche parte ci sono (non possono mica sparire, i soldi): è sufficiente tirarli fuori. E dunque, è la conclusione, un piccolo sforzo di buona volontà da parte di ciascuno risolverebbe, alla radice, il problema.

Per inciso, se questa tesi dovesse apparire anche solo un po' naive, conviene qui ricordare che attorno ad essa è stata, in buona parte, costruita la leggenda di J.M. Keynes (con la variante che, se le persone, com'è molto probabile, dovessero non decidersi alla spontanea apertura dei cordoni della borsa, allora sarebbe lo stato a dover intervenire, oliando le presse).

Già, ma se è tutto così semplice, perché mai le crisi continuano a ripetersi con così sinistra puntualità, sconvolgendo radicalmente le nostre vite? Siamo, forse, singolarmente prese, creature talmente irresponsabili che ci viene spontaneo, per gretta avarizia, di rifiutare il nostro contributo alla ripresa collettiva?

A questo punto del suo cammino negli aridi territori dell’economia, il pensiero tende naturalmente a concentrarsi sulle abitudini di spesa del vicino di casa. Sì, proprio lui, quello che c'ha i milioni in banca, ma capirai se li spende per risanare l'economia. Epperò, anche questo momentaneo cedimento ad un approccio di stampo così marcatamente riduzionista (ed in pesante deficit di neutralità) finisce presto per dimostrare tutti i suoi limiti: perché magari è pure vero che il confinante c’ha parecchio liquido, ma è altrettanto certo che gli ordini di grandezza delle cifre in ballo sono (in qualche misura, almeno) più estesi di quello.

Appurato, dunque, che il facoltoso dirimpettaio non potrebbe, da solo, ed a colpi di televisori, auto, lavatrici e vacanze, salvare il mondo, non resta che spostare l'attenzione verso il settore pubblico ed il sistema creditizio. La responsabilità della crisi, si finisce con il convincersi, è della politica e del mondo della finanza.

Attorno a questi ultimi soggetti, di solito, la lente indagatrice del pensiero indugia, sospettosa, molto a lungo. E non a torto, naturalmente, perché è proprio al loro interno che si annida il virus della crisi. Ma dove, esattamente?

Nella ingordigia della casta? Anche, ma solo in parte. Nei bouns stratosferici dei super managers? Ma non scherziamo! Nella mancanza di regole, regolatori, regolati? L’esperienza ed il senso comune suggeriscono che la possibilità di aggirare le normative esistenti (in questo, come in tutti gli altri ormai iper regolamentati settori dell’umano interagire) sia inversamente proporzionale alla loro quantità (e complessità). 

Nella stretta creditizia praticata dalle banche? Certo, quest’ultima non aiuta, ma anche gli istituti di credito finiscono necessariamente con l’essere condizionati dalla situazione generale. Nella sfrontata aggressività degli speculatori? Boh … loro fanno il proprio mestiere: scommettono in proprio su un risultato al cui verificarsi attribuiscono probabilità accettabili. In questo senso, agiscono un po’ come degli spazzini, finendo spesso con l’integrare, con dosi suppletive di coscienza critica, il funzionamento dei meccanismi di controllo del sistema. 

Difficile dire a che punto saremmo arrivati, oggi, se un manipolo di pervicaci scommettitori, qualcuno ai limiti dell’autismo, non si fosse accanito contro la dilagante aberrazione dei mutui subprime e dei prodotti derivati ad essi associati, copiosamente sfornati, per anni, sotto gli occhi miopi di innumerevoli agenzie di controllo (e di rating) ed all’ombra delle tranquillizzanti dichiarazioni del governatore della Fed. E non è, forse, incoraggiante vedere le minacciose ganasce della scommessa globale inseguire da vicino chi ha responsabilità politiche, obbligando (legittimando) i Governi a porre finalmente mano al risanamento dei bilanci nazionali, sempre annunciato, ma mai effettivamente perseguito?

Rimane, alla fine, un ultimo posto in cui il pensiero può tentare di scovare le misteriose radici delle crisi: l’etica. Signora mia, si afferma, se tutti questi potenti si mettessero finalmente una mano sul cuore, ed alzassero lo sguardo dal proprio portafoglio, allora sì che le cose ricomincerebbero a funzionare per il verso giusto. Epperò, già nel complice annuire in risposta alle enfatiche considerazioni della persona in coda davanti a noi, sentiamo, nel fondo, come il senso di una speranza tradita già prima del suo formularsi e sappiamo intimamente che, a rincorrere queste chimere, perdiamo tutti il nostro tempo.

Ma allora, se non è colpa del vicino e non c’è modo di individuare la responsabilità dei Governi e dei protagonisti della finanza, come possiamo portare a termine questo goffissimo tentativo di trovare le cause delle crisi? Però però, a ben pensarci, non abbiamo ancora messo il naso nel vicino retrobottega, dal quale sentiamo uscire un molesto rumore di macchinari, accompagnato da un forte odore di inchiostro. 

Ci affacciamo curiosi, aprendo con circospezione la porta. Chini su gigantesche presse, decine di uomini si danno da fare alla fioca luce di lampadine impolverate. Stampiamo moneta, rispondono distratti alla nostra, ingenua domanda. Certo che possiamo, ce l’ha detto il Governo, è la successiva risposta. Gli ordini ci arrivano di continuo. Ed anche la terza domanda è soddisfatta.

Poi le dichiarazioni si fanno spontanee. Noi spediamo alle Banche, poi queste ultime ci costruiscono sopra il leverage. Cos’è il leverage? E’ quando noi diamo loro uno ed esse prestano dieci ai clienti. O qualcosa del genere. Quanta ce n’è in giro di questa roba? Tanta. Non mi chieda quanto vale un biglietto di questi: posso solo dirle che un biglietto vale un biglietto. Altro non saprei aggiungere. Oro? Cosa c’entra l’oro? E’, forse impazzito?

Ecco, appunto. Quotidianamente, il sistema creditizio riceve e moltiplica danaro cartaceo creato dal niente, rendendo disponibile credito relativamente abbondante a tassi contenuti. Scambiando questa liquidità per un segnale di disponibilità di risparmio (e cioè, in ultima analisi, di decisioni di spesa differita da parte dei consumatori), fiduciosi imprenditori decidono di fare il loro mestiere: intercettare, domani, i consumi oggi rimandati. Essi danno, dunque, il via a progetti, più o meno rilevanti, di nuovi investimenti, finendo, così, per modificare in modo definitivo la preesistente struttura finanziaria e produttiva.

Ed è esattamente qui che si nasconde il virus cercato così a lungo nel nostro astratto vagabondare. Già, perché il risparmio a suo tempo segnalato era puramente fittizio: nessuno aveva effettivamente rinviato al futuro alcuna decisione di spesa, così che, quando i nostri ignari eroi shumpeteriani potranno finalmente esporre i nuovi, rivoluzionari prodotti sulle bancarelle, troveranno il mercato sorprendentemente vuoto.

Il risultato? Ma guarda un po’ … la più classica delle depressioni: fabbriche chiuse, gente per strada e contrazione della domanda. Toh … siamo tornati esattamente al punto da cui eravamo partiti. Già, ma perché, in definitiva, i Governi stampano la moneta che poi passano al leverage delle Banche? La risposta è, adesso sì, banale: perché puntano a essere rieletti e, per farlo, il modo più diretto è quello di indebitarsi. Dunque: molta ambizione, molta spesa, molti debiti, molto inchiostro, molto credito, molti investimenti, molte fregature.

Cosa fare, allora, per uscirne? Governi tecnici a parte, la soluzione che in questi giorni va per la maggiore a Bruxelles e dintorni è, come si sa, stampare più moneta. Anzi, come direbbe un bambino allargando le braccia in ludica e divertita ed incontenibile espressione di potenza: tutta la moneta del mondo.

Geniale. E qui ci proviamo umilmente noi a dare un suggerimento (banale, per carità, come è ovvio per chi poco, ben poco ne sa): che ne direbbero, lor signori, se procedessimo ad avviare, parallelamente a drastiche riduzioni dei budget di Stati sociali impazziti, una lunga, lunghissima, lenta, lentissima fase di recessione pilotata (e comune a livello europeo), lasciando ai mercati l’arduo compito di riallineare, riconvertendoli, i nostri poveri sistemi produttivi, deformati ormai da decenni di letalissime iniezioni di cellulosa colorata, alle reali aspettative dei loro partecipanti e cioè, in sostanza, di tutti noi? (reintroducendo, al contempo, una fra le più fantastiche invenzioni di ogni tempo, assieme alla ruota e ad Internet: la moneta merce).

Tutto questo significherebbe, tra l'altro, una progressiva cacciata (con ignominia) della politica dalla sfera dell’economia. Sembra una cattiva idea, visto quello che è successo? Arcigni professoroni, pesantemente organici all'attuale sistema, stanno facendo appello al nostro senso di responsabilità, affinché non ci ribelliamo ai prossimi, feroci prelievi forzosi, pur sapendo che essi serviranno solo da tampone, fino alla successiva apocalisse. Molto più onesto sarebbe, invece, prospettare alla popolazione la reale natura delle cose: il calo della domanda non è la causa, ma l'effetto della crisi e, dunque, ulteriori stimoli non faranno che peggiorare la situazione, avvicinando ulteriormente l'economia continentale alla completa sovietizzazione (a braccetto con quella americana).

Costrizione in cambio della calda coperta di uno Stato sempre più pervasivo, contro libertà in cambio di una dolorosa, spontaneissima riorganizzazione: una alternativa epocale, davanti alla quale gli appelli alla responsabilità ed alla solidarietà di tutti sarebbero, una volta tanto, pienamente giustificati. Ecco, il pensiero è arrivato alla fine del suo accidentato percorso. Quanto precede è banalizzazione di ben più profonde teorizzazioni, inizialmente elaborate da uno sparuto, ma tosto gruppo di economisti austriaci. Già perché oltre al Valzer, alle Palle di Mozart ed al bluff freudiano, quella simpatica nazione ha saputo esportare anche qualcosa di parecchio più convincente.

 

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