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Riflessioni di una “liberista da divano” sul prezzo sovietico delle mascherine

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Mi siedo comodamente sul mio divano con un bicchiere di vino.

Il centrifugato, oramai balzato agli onori delle cronache politiche del Paese, mi sembra eccessivamente salutista e tipico del lifestyle dello show biz, di quelli che hanno le agende zeppe di party, vernissages, fashion week, di quelli che “la r moscia” fa alta società, che si ammantano di cadenze simil-milanesi, anche se di nordico non hanno nemmeno un capello. Insomma, persone con cui penso di avere ben poco a che fare, soprattutto da ieri, da quando ho convintamente deciso di candidarmi a far parte della nuova categoria socio-culturale dei “liberisti da divano”, quelli che con un bicchiere in mano si permettono di usare un organo ancora poco conosciuto, il cervello, per riflettere su ciò che attraverso la tv e i social ci viene propinato a mo’ di bombardamento informativo ogni giorno da quasi due mesi. Argomenti su cui riflettere, soprattutto in queste settimane anomale, ce ne sono parecchi: ci si può interrogare sulle basi della nostra civiltà, del nostro sistema economico e sugli architravi istituzionali che governano la nostra vita e le nostre libertà.

Sono due i pilastri su cui si fonda l’ordine economico e sociale a cui siamo abituati, ora reso irriconoscibile dalla pandemia globale: il mercato – l’istituzione per eccellenza in termine di allocazione delle risorse – e l’autorità, intesa come potere politico ma anche come organizzazione gerarchica e burocratica della società in diverse funzioni.

Così come, all’interno del libero mercato, gli scambi sono armonizzati grazie al meccanismo dei prezzi, le nostre istituzioni politiche si reggono sul principio di autorità.

La democrazia nasce, cresce e resiste grazie all’equilibrio di queste due forze contrastanti. Il capitalismo moderno ha contrastato e limitato l’autorità, abbattendo tutte le forme di potere consolidato e facendo sì che la concorrenza, intesa in termini economici, si trasformasse in partecipazione, da intendersi, invece, in chiave democratica. Questo equilibrio tende alla perfezione, ma non la raggiunge mai. Esempio di questa imperfezione cronica è la burocrazia: certamente nemica di questo paradigma, in quanto si basa sulla concentrazione e preservazione dell’autorità, ma al tempo stesso una struttura irrinunciabile e necessaria al corretto funzionamento e regolamento del mercato.

Siamo profondamente consapevoli, almeno io e i miei amici “liberisti da divano”, che i meccanismi attraverso cui la nostra società si è regolata fino ad ora potrebbero non essere – anzi quasi certamente non lo sono – sufficienti a gestire la incredibile emergenza di una pandemia globale. Sappiamo anche che l’epidemia che stiamo vivendo in queste settimane è un problema complesso e che affrontare l’ambiguità radicale di uno scenario di questo tipo è estremamente difficile affidandosi agli strumenti del mercato. Ecco perché negli ultimi mesi i cittadini italiani, compresi i “liberisti da divano”, hanno accettato un parziale spostamento del baricentro del nostro sistema politico verso meccanismi che accentrassero le decisioni nelle mani di pochi, al fine di garantire maggiore velocità ed efficacia nella coordinazione e nella gestione delle risorse. Concessioni rischiose, i cui costi potrebbero, nel medio-lungo termine, diventare maggiori dei benefici, in termini di pluralità, democrazia, concorrenza.

Come uscirne, si chiedono quindi i “liberisti da divano” sorseggiando la bevanda prescelta?

Paul Adler, esperto di organizzazione sociale ed aziendale di fama internazionale, ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca allo studio di un terzo meccanismo di coordinamento istituzionale: la fiducia. Fiducia significa riconoscere, in momenti di difficoltà, come quelli attuali, la necessità di trovare un ragionevole compromesso tra il bisogno di autorità e quello di comunità, a entrambi le nostre Istituzioni dovrebbero rispondere in modo attento e bilanciato.

Esistono vari tipi di fiducia, da quella più “primordiale” su cui si basa la convivenza sociale e il concetto di utilità reciproca, alla base per esempio degli scambi (tanto ai tempi dell’uomo primitivo, quanto ai nostri), a quella più complessa che si fonda sulla convinzione che i membri della società scelgano di condividere un sistema di norme e di valori, non perché ne abbiano bisogno per la sopravvivenza, ma perché convinti della bontà e dell’utilità di fattori quali, per esempio, la giustizia collettiva. Proprio la fiducia potrebbe essere la chiave necessaria per la soluzione di molti problemi dell’economia in cui viviamo, ma di questo le Istituzioni del nostro Paese sembrano essere ignare.

Se ne avessero consapevolezza, si renderebbero conto che davanti ad un’emergenza che ha stravolto gli orizzonti economici e imprenditoriali di tutto il tessuto produttivo e commerciale del nostro Paese, è proprio basandosi sulla fiducia – verso l’autorità e verso la comunità dei cittadini italiani – sulla quale si sono basati i 108 imprenditori italiani che hanno deciso di rimboccarsi le maniche, sostenere spese per nuovi macchinari o per l’adeguamento delle filiere produttive, accollarsi il rischio di far lavorare a pieno regime i propri dipendenti (spesso anche a ciclo continuo h24), stravolgere il loro modello di business avventurandosi in un settore nuovo e in procedimenti autorizzatori onerosi, per iniziare a produrre mascherine.

Lo hanno fatto per senso civico, per contribuire alla salvaguardia del nostro Paese e della comunità dei cittadini, per l’interesse generale prima che per quello individuale.

Questi 108 imprenditori, molti dei quali ancora impantanati nei processi burocratici per ottenere le certificazioni necessarie alla commercializzazione dei dispositivi, hanno scoperto nella mattinata di ieri che il mezzo con cui lo Stato li ringraziava per l’impegno profuso, e per lo spirito patriottico dimostrato, non era una rassicurazione sull’acquisto di tutta la loro produzione, non uno sconto di imposte, non un alleggerimento del costo del lavoro, bensì l’imposizione del prezzo al dettaglio dei dispositivi a 0,50 centesimi.

Trasecolo. Forse sarà il vino, forse ho capito male.

Invece è proprio così, il Commissario delegato dal governo per l’acquisto delle forniture necessarie a fronteggiare la crisi ha deciso – dopo essersi apparentemente consultato con 5 delle 108 aziende attualmente attive nel mercato delle macherine – che le imprese avrebbero dovuto produrre e vendere alla filiera logistico-distributiva a 0,36-0,39 centesimi a pezzo, e che gli undici centesimi residui sarebbero stati il contentino per i grossisti e i distributori (farmacie, supermercati, negozi al dettaglio di beni di prima necessità).

Il prezzo sarebbe calcolato, secondo quanto dichiarato, in base a una moltiplicazione per cinque del prezzo delle mascherine chirurgiche pre-crisi: 0,08 centesimi al pezzo. Peccato che questo fosse il costo a cui le mascherine venivano prodotte in Paesi del mondo in cui i lavoratori non hanno diritti, né salvaguardie, dove i datori di lavoro non sostengono costi assicurativi, previdenziali, dove se va bene gli operai hanno una brandina nella quale riposarsi nelle poche ore di pausa dopo turni di lavoro massacranti. Luoghi in cui il concetto di autorità è l’unico che conta, mentre le parole democrazia e fiducia giacciono inutilizzate tra le pagine dei vocabolari.

Che dite, forse è proprio per questo che nessun imprenditore italiano, europeo, occidentale voleva più entrare nel mercato dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie? Forse proprio per non morire soffocato dalla concorrenza sleale di Paesi come la Cina?

In Italia, non c’è bisogno della cultura dei “liberisti da divano” per sapere che gli imprenditori sostengono oneri collaterali ingenti rispetto ai costi vivi della produzione, a

causa della tassazione sui ricavi, del cuneo fiscale, dei costi previdenziali, del costo dell’energia, delle polizze assicurativi e degli standard obbligatori di sicurezza sul posto di lavoro. A questi, i 108 imprenditori riconvertiti, devono aggiungere gli oneri derivanti dalla santificazione dei locali, dalla modifica delle catene produttive, dall’acquisto di nuove materie prime (nessuna esentata dall’IVA), dall’acquisto di nuovi macchinari e dal maggiore costo della logistica e dei trasporti rallentati, in questo periodo, a causa del blocco delle attività.

La maggior parte degli imprenditori ha dichiarato che il costo di produzione delle mascherine oscillerebbe tra i 0,60 centesimi e 1 euro (per quelle cucite a mano prodotte dalle case di moda). Le associazioni di categoria come Adf e Federfarma lo hanno confermato.

I farmacisti, che nelle scorse settimane hanno cercato – spinti dalla volontà di rendere un servizio necessario ai clienti – di fare scorte di magazzino di mascherine adeguandosi a pagare quelli che, al momento, erano i prezzi di mercato (spesso sopra 1 euro a pezzo), che se ne faranno di questi stock di materiale pagato il doppio del prezzo imposto dal commissario?

Ecco qui che il patto di fiducia tra imprenditori e Stato, tra singoli e collettività si è ridotto in frantumi.

Con il risultato che molti farmacisti hanno annunciato che terranno le scorte in magazzino e smetteranno di distribuirle fino a che non potranno offrirle ad un prezzo che gli permetta di pareggiare almeno almeno le spese. Al loro fianco i grandi operatori del settore della gdo, come CRAI, hanno ritirato tutte le mascherine dai propri punti vendita. E c’è da attendersi che molti dei 108 imprenditori di buona volontà ci ripensino e valutino che la riconversione non sia più economicamente sostenibile (tra i primi a comunicarlo l’importante azienda del tessile Talarico).

Il risultato sarà che i cittadini e le famiglie, che il governo voleva proteggere da “malvagi speculatori”, resteranno senza mascherine (nel frattempo divenute introvabili) e rischieranno addirittura di prendersi le multe connesse al mancato rispetto delle disposizioni del recente dpcm del 26 marzo, che le rende obbligatorie a partire dal 4 maggio nella gran parte dei luoghi pubblici e di lavoro.

Il tessuto produttivo, già in grande difficoltà economica, saprà di non poter più contare sulle Istituzioni e sul rispetto del patto con le autorità del proprio Stato, e avrà davanti a sé tre alternative. La prima, chiudere l’attività; la seconda, cercare nuovi lidi in cui far dirottare i propri risparmi; la terza, riaprire la propria azienda facendo proprio l’atteggiamento di cui è stato a sua volta vittima: l’inganno, cercando ove possibile trovare scorciatoie o escamotages per sottrarsi al rispetto delle leggi, al pagamento delle tasse, alla regolarizzazione dei dipendenti.

Il mio bicchiere di vino è terminato e mi ha lasciato l’amaro in bocca, non tanto per le invettive pronunciate dall’alto di un tavolo presidenziale in diretta tv sul mio nuovo club dei “liberisti da divano”, ma perchè se tutti noi stiamo seduti su questo divano è perchè l’autorità (o meglio quella che ci siamo sforzati di riconoscere come tale) ce lo ha imposto e noi, facendo ricorso al senso di responsabilità collettivo – che fa parte di quella fiducia valoriale di cui parlavamo – abbiamo ubbidito.

Da domani la fiducia sarà evaporata, ognuno penserà esclusivamente al proprio interesse personale, e la nostra nazione ne pagherà un prezzo inestimabile.

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