Riformare il Reddito? No, rovesciare il welfare assistenziale e parassitario



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Riformare il Reddito? No, rovesciare il welfare assistenziale e parassitario

Riformare il Reddito? No, rovesciare il welfare assistenziale e parassitario

19 Novembre 2022

Il reddito di cittadinanza non verrà abolito ma ci sarà una stretta per finanziare il taglio del cuneo fiscale. Dal vertice di maggioranza di ieri sembra questa la linea del Governo Meloni sul destino della legge bandiera del Movimento 5 Stelle. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, il presidente del consiglio vorrebbe un taglio del cuneo al 2 per cento.

Da qui a sei mesi ci sarebbe dunque la possibilità di una abrogazione del reddito di cittadinanza ai percettori che sono abili al lavoro. Il processo per cambiare la platea dei beneficiari si annuncia lungo. Il premier avrebbe anche chiesto di intensificare i controlli per verificare che i percettori siano realmente residenti in Italia. Dunque il reddito di cittadinanza non sarà abolito ma modificato.

La domanda diventa quale sarà l’effettivo risparmio della riforma, nei giorni scorsi circolava la cifra di un miliardo di euro. Poco rispetto alle coperture necessarie per interventi più incisivi come quelli chiesti dal mondo imprenditoriale.

Il problema con il reddito di cittadinanza è che non ha funzionato come strumento per le politiche attive del lavoro. Ma finora non è servito neppure a sconfiggere la povertà, come diceva qualcuno anni fa affacciandosi dai balconi di Chigi, smentito dagli ultimi dati della Caritas.

Il fatto è che il reddito di cittadinanza è solo un pezzo di una spesa assistenziale che complessivamente non funziona nel nostro Paese. Ma in compenso costa eccome. Dieci anni fa, la spesa assistenziale oscillava intorno ai 74 miliardi di euro all’anno. Oggi tocca i 140 miliardi di euro. In Italia la questione non è solo abolire il reddito di cittadinanza, ma rovesciare il modello di welfare assistenziale, clientelare e parassitario che abbiamo.

Bisogna ripensare il welfare con nuove politiche attive. L’alternanza scuola lavoro. L’orientamento al lavoro. L’inserimento nel mondo del lavoro. Riformare o chiudere i centri per l’impiego che non funzionano. Innovare la formazione professionale finanziandola a risultato ottenuto e non a progetto. Investire nella conciliazione tra tempo di lavoro e famiglia, nel lavoro di cura per bambini e anziani, fragili e deboli. Con gli sgravi fiscali sui servizi alle persone.

Riformare il welfare e le politiche attive è uno dei modi per creare nuovi posti di lavoro in un Paese dove ogni anno ne perdiamo qualcosa come 300mila. Reggere la dinamica degli investimenti in un sistema del genere sarà ed è già praticamente impossibile. Tanto più con un mercato del lavoro bloccato, ancorato a strumenti vecchi come la cassa integrazione e con una spesa previdenziale in aumento.

Si può partire dal reddito di cittadinanza ma riformarlo sarà ininfluente se non si cambia la natura, risarcitoria, del welfare italiano.

Rendendolo uno strumento di crescita della economia.