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Riforme: l’appello dei giuristi e Renzi che non fa “ciuf”

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Ci sono almeno due modi per fare canestro giocando a basket. Il "terzo tempo" e il "tiro da tre punti". Il terzo tempo è una tecnica di tiro meditata, frutto del gioco di squadra. Il tiro da tre punti è invece più spettacolare ma rischioso: il giocatore, da solo, prova a centrare il tabellone tirando da lontano.

Questa similitudine sportiva può esserci utile parlando delle riforme costituzionali, dell’appello firmato da 56 giuristi che hanno giudicato confusa la riforma del governo Renzi ("potenziale fonte di disfunzioni" per l’Italia), e più in generale del processo riformatore in questi ultimi anni. Punto di partenza la rielezione di Napolitano, il monito fatto dal presidente alla politica, i saggi riuniti al Quirinale per dare finalmente uno sbocco a quella esigenza di riforma.

Si può dire che, in una fase emergenziale e di unità nazionale, il governo Letta prova a fare canestro tirando in terzo tempo. Si mette in moto la volontà di cambiamento che vuole riformare la costituzione attraverso un processo largo, ragionato e condiviso. E’ il gioco di squadra messo a punto da Gaetano Quagliariello, ministro delle riforme di Letta, con il "Comitato dei 75", giuristi, esperti, professori universitari, parlamentari, che nello spirito della Costituente lavorano alla ricerca di un punto di sintesi tra posizioni e sfumature le più differenziate. E' quanto di più vicino al modello utilizzato nel '48.

A quel punto però accadono due cose. Ci sono due "stoppate", per dirla ancora con il lessico del basket. La prima è il passo indietro di Forza Italia, che abbandona il tentativo di riformare la Costituzione con l’unico strumento che avrebbe incarnato quella unità di intenti, l’articolo 138, cioè le maggioranze assolute nei due rami del parlamento.

La seconda stoppata è l’arrivo di Renzi alla presidenza del consiglio. Il nuovo premier infatti vuole vincere la partita facendo un tiro da tre punti. Un tiro spettacolare, realizzato muovendosi in fretta e senza pensare alle conseguenze, per portare subito a casa il risultato politico. Beh, se veniamo all’appello lanciato dai giuristi la settimana scorsa, l’impressione è che Renzi non sia riuscito a fare "ciuf", come si dice nel gergo della pallacanestro descrivendo i tiri da tre punti, quando riescono.

Perché a leggere per bene il documento, nella trasversalità dei suoi firmatari, a uscirne malconcio è lo "stile Renzi" mentre dai giuristi viene riproposto lo schema di gioco della fase precedente. Una modalità di azione unitaria, dialettica, dialogante, un gioco di squadra fatto da persone di diversa provenienza che le riforme hanno sempre voluto farle e che adesso, paradossalmente, si ritrovano, con la stessa unità trasversale, nel dire no a quella di Renzi.

Tra i firmatari ci sono costituzionalisti come Zagrebelsky e la Carlassare, la cui provenienza culturale è nota, ma anche come Baldassarre, di orientamento diverso; ci sono giuristi cattolici progressisti come De Siervo e cattolici tradizionalisti come Filippo Vari, e poi Paolo Maddalena, Alfonso Quaranta e Franco Gallo. Col senno di poi si potrebbe dire quindi che l’errore di Renzi – proprio alla luce di questo appello – sia stato di non aver saputo interpretare lo spirito costituente che aveva caratterizzato la prima fase delle riforme, pur in un tempo storico differente.

E’ venuta meno la partecipazione dei tifosi, cioè dei cittadini (Quagliariello aveva  lanciando una Consultazione pubblica sulle riforme), è venuta meno la complessità dei temi e la metodologia scelta per affrontarli: secondo i giuristi firmatari dell’appello, vista l’importanza delle questioni in ballo al referendum, si sarebbe potuto optare per dei quesiti multipli che entravano nel merito e non per lo schematico "Sì" o "No" a cui Renzi lega il suo destino politico, avendo trasformato le riforme in un plebiscito sulla sua sopravvivenza politica. E’ vero che ormai i giochi sono fatti, ma si sarebbe potuto tenere conto dei quesiti differenziati, una ipotesi già ventilata sia nella relazione dei saggi riuniti da Napolitano sia dal Comitato dei 75.

La verità è che con il passare del tempo l’esecutivo Renzi, che aveva ereditato da Letta la linea di "unità emergenziale", si è trasformato in un governo di sinistra-centro appoggiato da uno spezzatino di destra; lo spirito unitario si è perso completamente (vedi legge elettorale) e tutto si è risolto nella lotta senza quartiere dichiarata dal premier contro mezzo parlamento, contro le opposizioni e parte del suo stesso partito. La “grande riforma” è stata un’altra occasione persa per riformare davvero l’Italia. Vedremo come finirà la partita del referendum ma la sensazione è che per adesso non siamo ancora entrati nel campionato del mondo dei Paesi riformatori.

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