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Rileggere Foucault e la rivoluzione iraniana

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Per Rizzoli esce ora l’edizione italiana di Teheran 1979-1981. La prima battaglia degli Stati Uniti contro l’Islam di Mark Bowden, noto giornalista e scrittore americano che insegna al Loyola College (Maryland), già autore di Black Hawk Down, in cui si racconta quanto avvenuto in Somalia nel 1993 in ordine al fallito tentativo americano di catturare il signore della guerra Mohamed Farrah Aidid, libro da cui, nel 2001, Ridley Scott ha tratto la pellicola omonima.

Ma riflettere sulla rivoluzione khomenista in Iran è ben altra cosa dall’indagare le vicende di un semplice insuccesso militare americano all’estero; alla fine degli anni Settanta, in quel glorioso paese che era stata la Persia, si è istaurata infatti la prima repubblica islamica accesamente anti-occidentale e programmaticamente votata all’espansionismo ideologico, quasi a delineare un paradigma poi divenuto di scottante attualità. Certo, si devono fare le dovute precisazioni: il radicalismo islamico iraniano era ed è di origine sciita, confessione maggioritaria solo in quel paese e nel vicino Iraq, mentre la più parte del mondo islamico (quasi il 90%) è di rito sunnita; l’ondata islamista che ha prodotto l’11 settembre è espressione del sunnitismo ed è legata ad altri referenti culturali e politici localizzati nell’area araba (fra cui si devono almeno citare, da un lato, il Wahhabismo, movimento teologico sorto in Arabia Saudita nel XVIII secolo e, dall’altro, l’organizzazione dei Fratelli mussulmani, nata in Egitto negli anni Trenta, la prima formazione politica di un certo impatto fra quelle d’ispirazione teologica).

Ciò detto, non si può negare però che quanto avvenuto in Iran alla fine degli anni Settanta conservi un valore paradigmatico, almeno dal punto di vista simbolico. Non è forse privo d’interesse quindi l’analizzare la copertura mediatica che quell’evento ebbe in Occidente, per misurare il livello di consapevolezza dei commentatori di allora. Per esempio, per quanto riguarda la carta stampata del nostro paese, Il Corriere della Sera, all’epoca diretto da Franco di Bella, fra il settembre 1978 e il febbraio dell’anno successivo inviò a Teheran come corrispondente nientemeno che Michel Foucault (che in Italia pubblicava le proprie opere con Rizzoli), il quale firmò una decina di reportage iscritti sotto la rubrica di “Taccuini persiani”. Rileggerli oggi fa un certo effetto, emozione di cui vorremmo rendere partecipi i nostri lettori.

Proprio mentre i Fratelli mussulmani assassinavano Sadat nel novembre 1979, in Iran si compiva il totale sbando del regime retto da Reza Pahlavi. In quei mesi l’ayatollah Ruhollah Khomeini era ancora in esilio a Parigi, dove risiedeva dal 1964; ma, dopo la fuga dello Scià, il 12 febbraio 1979 Khomeini fece il suo trionfale ritorno in Iran, proclamando la “Repubblica islamica”.

Michel Foucault, nel suo articolo del 22 ottobre 1978 intitolato “Il ritorno del profeta” - non prima di aver rilevato che gli studenti a capo della rivolta “Non ci lasceranno mai di loro spontanea volontà. Non diversamente dal Vietnam” - inquadrava in questo modo la lotta politica in atto in Iran: “La situazione in Iran sembra essere sospesa ad una grande tenzone tra due personaggi dal blasone tradizionale: il re e il santo; il sovrano in armi e l’esule inerme; il despota con, di fronte, l’uomo che si erge con le mani nude, acclamato da un popolo”. Più oltre, commentando il proposito espresso da Khomeini di realizzare un «governo islamico», Foucault, nell’intento di dare conto delle caratteristiche di questo tipo di ordinamento, afferma che “nessuno in Iran intende un regime politico nel quale il clero svolga un ruolo di guida o di inquadramento. Mi è sembrato che l’espressione fosse usata per designare due ordini di cose: un’utopia […]. Un’ideale […]. Per quanto riguarda le libertà, esse saranno rispettate nella misura in cui il loro uso non nuocerà al prossimo; le minoranze saranno «protette» e libere di vivere a modo loro, a condizione di non danneggiare la maggioranza; tra l’uomo e la donna non vi sarà «disuguaglianza», perché vi è una «differenza di natura». Per quanto concerne la politica, che le decisioni siano prese a maggioranza, che i dirigenti siano responsabili dinanzi al popolo e che ciascuno, com’è previsto dal Corano, possa alzarsi e chiedere conto a colui che governa”. Ricostruzione molto benevola del programma khomeinista, benevolenza che raggiungeva il colmo nella chiusa dell’articolo: “cercare, a prezzo della loro stessa vita [si riferisce agli insorti, seguaci di Khomeini], quella cosa che noialtri abbiamo dimenticato nel modo più assoluto, dal Rinascimento e dalle grandi crisi del Cristianesimo in poi: una spiritualità politica? Sento già degli europei ridere; ma io […] so che hanno torto”.

Il 26 novembre 1978, tratteggiando il profilo di Khomeini - il “vecchio santo in esilio a Parigi” - in un pezzo messo in pagina con il titolo “Il mitico capo della rivolta”, Foucault affermava: “Nessun capo di Stato, nessun leader politico, anche appoggiato dai mass-media del suo paese, può oggi vantarsi d’essere oggetto di un attaccamento così personale e così intenso”. E di seguito con tono profetico: “la domanda postami senza tregua è stata naturalmente questa: «È la rivoluzione?» […]. È l’insurrezione di uomini dalle mani nude che vogliono sollevare il peso formidabile che grava su ciascuno di noi, ma, più particolarmente, su di loro, lavoratori del petrolio, contadini alle frontiere degli imperi: il peso dell’ordine del mondo intero. È forse la prima grande insurrezione contro i sistemi planetari, la forma più folle e più moderna di rivolta”.

Infine, il 13 febbraio 1979, scrivendo l’articolo conclusivo della sua collaborazione il giorno successivo del ritorno in patria di Khomeini (il titolo era “Una polveriera chiamata Islam”), Foucault annunciava “un risultato infinitamente raro nel XX secolo: un popolo senza armi che si solleva tutto intero e rovescia con le sue mani un regime «onnipotente»”. Senza dare ad intendere al lettore se si trattasse della denuncia di un rischio o di una notizia data con compiacimento, in riferimento all’Islam nel suo complesso Foucault segnalava la possibilità che questi divenisse una “gigantesca polveriera, formata da centinaia di milioni di uomini. Da ieri ogni stato mussulmano può essere rivoluzionario dall’interno, a partire dalle sue tradizioni secolari”. 

Si dirà che delle estrapolazioni non dicono tutto quello che si trova in un articolo integrale, e su questo non possiamo che convenire; tuttavia il tono di Foucault è infelice nel suo voler essere pervicacemente portavoce ed espressione di umori terzomondisti, a loro volta prodotti da un malinteso senso di colpa di cui l’Occidente, oggi, non si può più permettere di essere gravato. Alla fine degli anni Settanta la memoria della decolonizzazione era ancora presente e poteva forse agire da scusante; oggi non ve ne sarebbe alcuna, se non i residui di visioni ideologiche che da tempo hanno perso ogni plausibilità.   

Commenti di Michel Foucault alla rivoluzione khomenista in Iran (articoli apparsi su Il Corriere della Sera dall’ottobre 1978 al febbraio 1979 – direttore Franco di Bella)

davideg.bianchi@libero.it      

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2 COMMENTS

  1. foucault e la rivoluzione khomeinista
    sono un lettore e ammiratore delle opere di foucault. già all’epoca fui perplesso che il fustigatore di tutti i poteri avesse esaltato una rivoluzione che portava a un potere teocratico e assoluto.
    l’articolo mi ha chiarito ancora di più la natura degli “abbagli” presi dal pur grande filosofo. mi sembra ci fosse in lui un entusiasmo sessantottino per l’idea di rivoluzione, e perfino per il suo capo carismatico.
    ma non si può negare che, nel constatare (e perfino augurare) che ogni islam poteva diventare una polveriera, foucault è stato comunque profetico.
    grazie per l’articolo

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