Rimpiangere il passato non darà un nuovo primato alla politica

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Rimpiangere il passato non darà un nuovo primato alla politica

07 Settembre 2011

Secondo il sentire comune, causa dei nostri mali è l’assenza di politica. Non c’è predica quotidiana, infatti, che non finisca con invocare il “ritorno della politica” o augurare una “politica che decida”, una “politica che capisca”. Ma di quale politica si parla? Penso che il riferimento sia a una politica che fu e che oggi non c’è più. Prova ne sono i continui appelli a governi di transizione, a governi di larghe intese. E’ un’idea dejà vu, che finirebbe per sconquassare ancora di più il nostro malandato orizzonte economico. Non ho anni sufficienti per poter confrontare, con l’esperienza diretta di vita vissuta, la politica di decenni fa con quella attuale. Un confronto peraltro che, per potersi dire vero e reale, richiederebbe altresì di essere inquadrato in una cornice economico, finanziaria e sociale di quei rispettivi tempi. Posso però fare diversamente, cioè mettendo a confronto i frutti di quella politica con quelli che sta partorendo l’attuale politica.

Il paragone si fa presto. Basta un dato: il debito pubblico. Che da solo riesce a raccontare tutto ciò che la politica ha deciso e le decisioni che invece non ha preso. Oggi ammonta alla sonora cifra di 1.900 miliardi di euro. Per lo più è debito pubblico del passato, che è servito alla politica del passato per mettere in atto le misure e le iniziative a favore dei cittadini del tempo. Funzionava un po’ così nel passato: per garantire provvidenze ai cittadini (ed elettori) si ricorreva al debito pubblico. Allora non c’era l’Ue a stringere i rubinetti, né occhi sovrani di mercati finanziari. E così i politici poteva agire indisturbatamente, indebitando le generazioni future pur di mantenere tutte le promesse e per garantirsi il sostegno elettorale. Per alcuni erano tempi d’oro. Tempi di “concertazione” in cui il Sindacato – pur senza essere stato eletto – partecipava fattivamente alle decisioni di governo; e garantiva la pace sociale. Quello che non ho mai capito è se i politici agivano così per corrispondere a una fede economica allora assai di moda – ossia l’idea Keynesiana che “sul lungo periodo siamo tutti morti” –; oppure se si trattava di semplice calcolo di convenienza elettorale. La  più probabile è la seconda soluzione. Un esempio? L’accesso alla pensione a 14 anni, 5 mesi e un giorno.

Quella di oggi è una politica migliore e preferibile, pur se non è la migliore. Il camaleontico vizietto da pinocchietto, infatti, è vivo e vegeto anche ai nostri giorni. Basta uno sguardo alla cronaca di ieri l’altro: uno sciopero generale che generale non era e l’introduzione di tre misure in manovra finanziaria sulle quali, fino al giorno prima, gli stessi promotori giuravano e spergiuravano che mai sarebbero finite sul groppone dei cittadini: supertassa, aumento dell’Iva e anticipo del ponte verso i 65 anni d’età per la pensione di vecchiaia alle donne del privato. E’ politica anche questa? Certamente. Per Berlusconi, Tremonti e Bossi è politica l’avere ricucito la Manovra a costo di una rinuncia per parte: Bossi sulle pensioni, Tremonti sull’Iva e Berlusconi sulla supertassa.

Se ognuno di loro è espressione di una parte (è cioè portatore di un centro di interesse sociale) allora, tutto sommato, la decisione raggiunta è il frutto di un esercizio politico tra parti contrapposte. Come tale, allora, e al di là del personale giudizio, resta pur sempre una decisione della Maggioranza di questo Paese. Per la Cgil, per il Pd di Bersani e per l’Idv di Di Pietro – riuniti anche loro in un esercizio comune: lo sciopero – politica, oggi, vuol dire una cosa sola: cacciare via (magari a sonore pedate) Berlusconi da palazzo Chigi. E’ il solo fine che li sprona, che li guida e li unisce. E mira alla sola soluzione di rimpiazzare il Primo ministro, ossia di conquistare il potere governativo, senza alcun beneficio per i problemi dei cittadini (su questo ha ragione il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che ieri ha detto al segretario del suo partito «tiri fuori le idee e non solo gli striscioni»).

Nel mezzo di questo dualismo – tra la politica di oggi che non riesce a risolvere compiutamente i problemi e quella del passato che, invece, gran parte dei problemi ci ha consegnato – ci sarebbe una terza via: la Politica (con la p maiuscola), quello che si interessa al solo scopo del bene comune. A  tal fine, più che di partiti o di schieramenti contrapposti (e ai ferri corti), servirebbe una “comunità politica”. Un consesso (e un Paese) in cui la Maggioranza sia tale anche per le Opposizioni e in cui la Minoranza, anziché scioperi e striscioni, sia maggiormente dedita a tirare fuori idee e soluzioni alternative ai problemi dei cittadini (per usare ancora una volta le parole del sindaco di Firenze). Ma questo è troppo da chiedere ad una parte dell’attuale classe dirigente.

Insomma nell’attesa di un futuro migliore e alla luce dell’esperienza passata, non c’è proprio niente da disperarsi sull’oggi. Perciò attenzione, dunque, a chi troppo rimpiange la politica di ieri e spera in un suo ritorno, magari con governo di larghe intese: sta già sollevando il tappeto sotto il quale nascondere polvere e ceneri di nuovi disastri economici e sociali.