Riparliamo di aborto ma non come negli anni ’70

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Riparliamo di aborto ma non come negli anni ’70

16 Febbraio 2008

L’hanno scritto in tanti: era un clima da anni ’70 quello respirato l’altro ieri in alcune piazze italiane, dove centinaia di donne sono scese a manifestare in difesa della legge 194 dopo il blitz delle forze dell’ordine al Secondo Policlinico di Napoli, per una telefonata che segnalava una donna chiusa in bagno che stava uccidendo il figlio appena nato.

Quella donna invece in bagno aveva appena abortito: un aborto tardivo, alla ventunesima settimana di gravidanza, perché, secondo il certificato medico, la malformazione diagnosticata al feto avrebbe procurato gravi problemi di salute psichica alla mamma. La diagnosi era quella della sindrome di Klinefelter, che in Italia colpisce un uomo ogni cinquecento nati, per un totale di 60.000 persone, “persone non drammaticamente malate, persone che stanno bene”, come ha dichiarato il Prof. Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova.

Ma se gli accertamenti da parte delle forze dell’ordine erano dovuti, vista la gravità del fatto segnalato, sicuramente è stato un errore interrogare la donna uscita da poco dalla sala operatoria. Come tutte le leggi anche la 194 va rispettata e fatta rispettare, ma non certo mandando la polizia nelle corsie d’ospedale a interrogare chi  ha appena abortito.

E se la questura precisa che tutto è stato fatto regolarmente, e che a parlare con la donna è stata una poliziotta in borghese che ha usato tutte le cautele del caso, la protesta per l’interrogatorio in corsia non è venuta solo dal mondo pro-choice, ma anche da persone come la senatrice Paola Binetti, e poi Vincenzo Saraceni, Presidente dell’Associazione Italiana dei Medici Cattolici, e anche Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita: tutti hanno dichiarato quanto meno inopportune le domande poste alla donna, in un momento tanto particolare.

Dopo trent’anni l’aborto è tornato con prepotenza al centro del dibattito pubblico, e nonostante tutti i principali leader politici, da Berlusconi a Veltroni a Casini e anche lo stesso Giuliano Ferrara, promotore addirittura di liste pro-life, abbiano dichiarato di non avere nessuna intenzione di modificare la 194, c’è da scommettere che questo sarà il tema che occuperà buona parte della prossima campagna elettorale.

Ma come mai dopo trent’anni gli animi si accendono subito, quando si comincia a parlare di aborto?

Innanzitutto perché la sua regolamentazione, trent’anni fa, non è mai stata accettata fino in fondo da chi vi si opponeva, anche  se i contrari alla 194 hanno dovuto prendere atto della dura sconfitta referendaria del 1981, che ha reso più forte la legge, rendendola intoccabile. Per il mondo pro-life, identificabile con larga parte di quello cattolico, la legge 194 non è mai stata vista come il male minore, come un compromesso doloroso ma inevitabile, come invece è accaduto con la legge 40, che regola la procreazione medicalmente assistita. La regolamentazione dell’aborto in Italia è stata sempre percepita da questo mondo come quanto di peggio potesse capitare. Una legge integralmente iniqua, questo si dice, e solo da pochi anni i pro-life hanno iniziato a parlare di una sua piena applicazione come obiettivo minimale ma primario.

E d’altra parte in trent’anni una vera discussione pubblica sull’ aborto non c’è mai stata: una volta approvata la 194, e consolidata con un referendum popolare, sull’argomento è calato il silenzio.

Gli interventi della Chiesa e dei cattolici in generale a riguardo non sono mai diventati un reale argomento di riflessione dell’opinione pubblica nel suo insieme: è considerato da tutti ovvio e scontato che Papa e vescovi si pronuncino contro ogni pratica abortiva, ed è chiaro a tutti che se la proposta di moratoria anziché essere lanciata da Giuliano Ferrara fosse nata nel mondo pro-life, non sarebbe stata ripresa dai media, e probabilmente neppure dai cattolici stessi, che a quel silenzio si erano rassegnati.

La moratoria proposta da Giuliano Ferrara, quindi, ha voluto significare riprendere qualcosa interrotto bruscamente dal referendum di quasi trent’anni fa, e i cattolici si sono sentiti in un certo senso sdoganati, autorizzati a parlare d’aborto al di fuori dei recinti: non solo in piazza San Pietro, insomma, ma al mondo, tramite la redazione del Foglio, vista come un varco che permetteva di superare quel recinto.

In questo senso invece, bisogna riconoscere che la stampa cattolica – Avvenire in primis – in questi trent’anni anni ha svolto un lavoro prezioso, continuando a proporre documenti del magistero della Chiesa da un lato, ma anche raccontando quello che stava accadendo nei Centri di Aiuto alla Vita, riportando storie di volontariato e accoglienza, e ricordando ogni anno la celebrazione della Giornata per la Vita, senza sottrarsi a battaglie come quella sul referendum sulla legge 40 ma anche sulla pillola abortiva Ru486.

Sarebbe utile, adesso che il “caso aborto” è scoppiato, approfittarne per portare all’attenzione alcune questioni che l’aborto trascina inevitabilmente con sé: la prima di tutte è senz’altro quella dell’eugenetica. Il rifiuto del figlio malato, nell’aborto, si intreccia con la scelta dell’embrione “migliore” a discapito di quello “difettato”  nel caso delle tecniche di fecondazione in vitro.

E se né la legge 194 né la 40 contengono norme eugenetiche, è altrettanto vero che la “richiesta” del figlio sano, da legittimo desiderio di qualsiasi genitore si è trasformata in un diritto da esigere. E anche per il caso dell’aborto di Napoli la parola “eugenetica” è spuntata, da più parti.

Ma nel riparlare di aborto dopo trent’anni e soprattutto dopo il referendum sulla legge 40, faremmo tutti un pericoloso salto all’indietro se si ritornasse al clima degli anni ’70, al muro contro muro di quegli anni, che non aiuta certamente al dialogo e soprattutto alla comprensione di quello che significa una maternità difficile, un figlio disabile, e di tutti quei problemi, più o meno materiali, più o meno risolvibili, che porta con sé una gravidanza non voluta.

Niente guerre frontali, insomma, basta urlare. E’ ora di sedersi attorno a un tavolo e cominciare a parlare, tutti quanti.