Ristabilire i valori della destra vuol dire tutelare libertà e dignità dei cittadini

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Ristabilire i valori della destra vuol dire tutelare libertà e dignità dei cittadini

21 Dicembre 2010

Pubblico la lettera di un nostro lettore, Gianfranco Librandi, Segretario nazionale di Unione Italiana. Cosa significa oggi essere "di destra" in Italia? Una riflessione sul profilo di una destra europea capace di realizzare un minimal State che tuteli libertà e dignità dei cittadini.

Caro Direttore,

ho letto con estrema attenzione l’intervento, a mio avviso lucidissimo, “Il futuro della destra” di Ernesto Galli Della Loggia, apparso sul Corriere della Sera del 12 dicembre scorso.

Al riguardo desidero esprimerLe talune mie considerazioni, da uomo di impresa, interessato non solo alle sorti della sua azienda, ma anche della cultura (come Lei sa, la mia ditta, la TCI, è tra i fondatori della Fondazione Magna Carta) e della politica, in questa nostra straordinaria quanto incredibile Italia. Alle considerazioni mi permetterò di far seguire un amichevole suggerimento.

Nel mio simpatetico ricollegarmi al discorso di Galli Della Loggia, reputo, innanzitutto, di dover condividere e sottolineare quel diffuso senso di “disagio” che oggi permea di sé la parte più avveduta del centrodestra: una parte che credo maggioritaria ma, purtroppo, di una maggioranza rimasta sino ad oggi, più che silenziosa, “tragicamente muta”. Un disagio che riguarda non solo l’inadeguatezza della proposta politica berlusconiana, ma che fa anche da “cartina di tornasole” di alcuni nodi irrisolti della politica, della cultura e della società italiane.  

Un disagio, infine, che mi sento appieno legittimato a esprimere. Quando Berlusconi decise di “scendere in campo”, fui infatti “in prima fila” fra quelli che  accolsero entusiasticamente l’iniziativa. Anch’io credevo, come dice Galli Della Loggia, che stesse finalmente per nascere in Italia “una destra liberale adeguata ai tempi (quindi liberista ma con giudizio, per esempio solidarista ma decisamente anticorporativa)”.

Com’è vero! Da liberale, credo che il “corporativismo” imperante (a cui fa da contraltare un assai scarso spirito di cittadinanza, tanto più grave alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità) sia uno dei mali peggiori del nostro Paese. In Italia il cittadino “non organizzato” (non appartenente cioè ad un sindacato, ad un ordine professionale, a una lobby) è una specie di “cittadino di serie B”, che sempre meno si sente tutelato dallo Stato, ossia, in concreto, dalla “sua” classe politica.

In un simile contesto, anche l’irrinunciabile valore della solidarietà è stato, per così dire, “sviato” per il perseguimento di fini che alla solidarietà autentica sono assolutamente estranei. In particolare, per giustificare politiche redistributive del reddito a favore non di chi veramente ha bisogno, ma di questa o quella categoria di coloro che Gianfranco Miglio, con due di quelle felicemente icastiche espressioni che gli erano tipiche, soleva chiamare “percettori di rendita” e “cercatori di protezione”.

Ha saputo Berlusconi lottare contro le lobby? Mi pare proprio di no. Anzi, forse proprio tramite una “nuova alleanza” con le lobby che Berlusconi è riuscito a risollevarsi dalla sconfitta del ’96. Fu allora, a mio modo di vedere, che egli fu costretto dalle circostanze (come altrimenti avrebbe potuto battere il Centrosinistra?) ad abbandonare la “scelta liberale”, per appoggiarsi, invece, agli innumerevoli “ceti” che, per tutti gli schieramenti, costituiscono uno dei principali ostacoli al rinnovamento del nostro Paese. D’altra parte, non si può certo dire che la Destra “post Msi” (ed oggi “post An”) sia stata da meno: le recenti vicende alle partecipate di Roma sono lì a dimostrarlo.

Lo stesso discorso vale, almeno in parte, per la Lega, di cui spesso Berlusconi è stato accusato di esser succube. Anche il partito di Bossi, complice, paradossalmente, il suo stesso successo elettorale,  oggi si trova di fronte ad un bivio. Saprà rappresentare veramente i legittimi interessi dei “produttori del Nord”, ossia, principalmente, di quel “popolo delle partite IVA” di cui anch’io faccio parte o, piuttosto, in cambio del voto, si farà “tutore” di tutti coloro che, non solo al Nord, non sono capaci di reggere le nuove sfide della globalizzazione e cercano nella politica e nella “mano pubblica” una “protezione” di fronte a queste sfide?  L’“occupazione” ed il mantenimento di molti centri di potere – si pensi solo alla mancata soppressione delle Province –  da parte di uomini della Lega, mi pare autorizzi a nutrire qualche insospettita perplessità, che mi auguro il futuro non abbia a confermare.

Si dirà che un’alternativa a tutto ciò esiste: e cioè, Futuro e Libertà ed il neonato “Polo della Nazione”. Anche di ciò mi permetto di dubitare. Queste formazioni hanno goduto e godono di una grande visibilità mediatica. Ma, anche per questo, non sono ancora credibili. E per almeno due ragioni. La prima è che, secondo me, non si può cercare di costruire una “nuova destra” per il tramite di un’operazione tutta “intraparlamentare” (come tale, non legittimata dagli elettori). La seconda è che il contenuto ideologico del “Polo della Nazione” è  – ed uso un eufemismo – un po’ vago. Attualmente, ospita un po’ di tutto, ed il suo unico “collante” sembra essere un antiberlusconismo di principio, non fondato su solide ragioni, quali, invece, mi permetto di ritenere siano quelle di Galli Della Loggia e mie.

Ecco perché, sotto questo punto di vista, sottopongo all’attenzione di Galli della Loggia e Sua, anche a nome di Unione Italiana – il movimento a cui ho dato vita circa un anno fa – l’opportunità di un ritorno al proporzionale (con Sperrklausel  accompagnata da un meccanismo di “sfiducia costruttiva”), meccanismo elettorale che non solo permetterebbe un multipartitismo temperato ed eviterebbe un’eccessiva dispersione dei voti, ma anche un più libero pluralismo delle idee, senza obbligare ad unire troppi convincimenti disparati e alla lunga fra loro incompatibili, sotto l’egida di un solo lider maximo.

E vengo, ora, al mio suggerimento. L’Occidentale, da Lei autorevolmente diretto, è di orientamento chiaro, ma abbastanza au dessus de la mêlée per poter promuovere un dibattito schietto ed aperto sia sulla nuova legge elettorale (che, se non s’andrà ad elezioni, reputo sarà il perno del dibattito politico dei prossimi mesi), sia sul “futuro della destra”.

Essere di destra – benché io preferisca la dizione “liberal-conservatore” – deve difatti smettere di essere sinonimo non solo di “fascista”, ma anche di “clericale”, “bigotto”, “qualunquista”. Una destra europea, è quella a cui io penso, in grado di realizzare un minimal State, in quanto tale fortissimo, capace perciò di tutelare la libertà e la dignità di tutti i cittadini di quella che, con espressione a mio avviso felice, Cameron chiama la big society.

Solo da un grande approfondimento anche e soprattutto culturale – a mio sommesso ma fermo convincimento – potrà realizzarsi l’auspicio espresso da Galli Della Loggia per “una destra conservatrice su certi temi ma liberale su altri, anticorporativa, non bigotta ma radicata nell’ethos giudaico-cristiano, antigiustizialista ma fermissima nella legalità, plurale, e magari capace di accorpare con spregiudicatezza anche forze e tradizioni politiche come i radicali o spezzoni del mondo ecologista”.

E chi, meglio dell’Occidentale, può promuovere questo approfondimento?

Mi creda, Suo Gianfranco Librandi – Segretario nazionale di Unione Italiana.