Ritorno al futuro. I laburisti hanno scommesso su Ed “the Red” Miliband
28 Settembre 2010
Lo ha affermato a chiare lettere: “I am nobody’s man. I’m my own man”. Rifiuta qualsiasi tipo di etichetta il neo-leader del partito laburista britannico, Edward Miliband, che ha conquistato la poltrona lasciata drammaticamente vuota da Gordon Brown, dopo la sconfitta elettorale dello scorso maggio che ha dato vita al “governo tandem” Cameron-Clegg.
La sfida per la conquista del Labour party Ed l’ha giocata in famiglia, dato che a tenergli testa in un duello epico è stato, in un’affannosa lotta fino all’ultimo voto, suo fratello maggiore David, ex ministro degli Esteri, considerato delfino di Tony Blair e dato sin dall’inizio per favorito. Stesso sangue, idee politiche differenti: David, blairiano, Ed, browniano. Due fratelli diversi ancor di più sul piano personale: Ed è sempre stato il movimentista, David il teorico, quello più machiavellico e navigato in politica.
Si è trattato davvero di una sfida tutta domestica perché gli altri candidati – la deputata nera Diane Abbott, l’ex ministro della Sanità Andy Burnham e l’ex ministro dell’Istruzione Ed Balls –, a confronto, erano senza storia. Dei due fratelli alla fine, con un’imprevista rimonta, ha prevalso Ed: il più giovane, il più empatico, il più progressista dei due figli d’arte di Ralph Miliband, teorico marxista, attivista pacifista, tra i fondatori della New Left Review.
A decretare l’inaspettata vittoria dell’underdog – giunta alla quarta tornata di votazioni e ottenuta grazie alla redistribuzione dei voti secondo le regole dell’alternative voting, assegnazione delle seconde preferenze – sono stati i sindacati e le organizzazioni, titolari di un terzo dei voti, che hanno sicuramente intravisto nel messaggio obamiano di Ed la speranza di un “ritorno alle origini” del laburismo. Rispettivamente, per David ha votato il 17,8% dei parlamentari, per Ed il 15,5%; per David ha votato il 18,1% di membri singoli del partito, per Ed il 15,1%; per David ha votato il 13,4% di sindacati e associazioni; per Ed il 19,9%. Risultato finale: 50,65% a 49,35% per il piccolo di casa Miliband. Una manciata di voti è bastata, dunque, per cambiare la storia del partito che fu di Tony Blair, che scolpì la Terza Via, che rivoluzionò i principi stessi della socialdemocrazia europea e che adesso veste abiti nuovi, quelli della “new generation”.
Certo, la strada è in salita e le sfide sono tante, lo sa bene Ed: “So che dobbiamo cambiare: oggi una nuova generazione si fa carico del Partito laburista e raccoglie questo appello al cambiamento”. Ma il brand new leader non ha mancato di rimarcare la sua volontà di riportare il Labour party ai suoi obiettivi fondativi, quelli sociali, affermando di voler lottare “per la maggioranza dei britannici che lavora sodo, che rispetta le regole e vuole una Gran Bretagna meno divisa e più prospera”. Se, quindi, il New Labour guardava alla “Middle Britannia”, ora il partito si rende conto di doversi riguadagnare la fiducia delle classi popolari, disilluse dalla svolta centrista del partito, senza però sterzare troppo a sinistra – pregiudizio in base al quale Ed è stato ribattezzato “Ed-the-Red”, durante la campagna elettorale.
L’erede di Brown è un uomo di 40 anni con l’aspetto da eterno giovanotto e i modi da bravo ragazzo. E’ reduce dalla sua prima legislatura e ha guadagnato fama di politico onesto, ha la stima degli ecologisti per essere stato uno dei principali sostenitori della politica di radicale riduzione dei gas serra portata avanti dai goveri Blair e Brown, e per l’impegno speso, seppur inutilmente, per arrivare a un accordo globale sul clima al vertice di Copenhagen del dicembre scorso.
Certo, non si può dire che sprizzi carisma da tutti i pori, né che si distingua per un’alta caratura intellettuale, ma gli analisti inglesi mettono i filo-conservatori in guardia. Il piccolo di casa Miliband potrebbe dare del filo da torcere all’opposizione bifronte attualmente al governo, basti pensare che il Labour party dichiara di avere 35mila nuovi tesserati, molti dei quali liberaldemocratici, delusi dal patto di coalizione che il loro ex partito ha siglato con i conservatori. Senza contare che con la presenza dei Lib-dem di Clegg nella stanza dei bottoni, i Conservatori non potranno prendere posizioni nette su temi quali la sicurezza nazionale e il terrorismo, lasciando, così, ampio margine di manovra ai laburisti.
I tagli voluti dal governo, però, incombono e la tempra del neo-leader verrà subito testata sulla politica di lungo periodo. Intanto ci si chiede il ruolo che ricoprirà lo sconfitto tra i due brothers. Ed, da parte sua, avrebbe offerto a David – secondo quanto scrive il Financial Times – qualsiasi posto voglia nel governo ombra, compreso quello di Cancelliere dello Scacchiere. David, che sta ancora digerendo l’amaro boccone della sconfitta domestica, non ha ancora sciolto le riserve sul fatto di lavorare in un governo ombra guidato dal fratello minore – un dilemma che potremmo definire profondamente personale, oltre che politico. Non resta che attendere ancora 24 ore, quando si chiuderanno le candidature e l’organigramma dell’opposizione laburista prenderà forma.
