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Ritorno al nucleare in 5 anni: si può fare!

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Tutti i maggiori paesi europei restarono atterriti davanti al disastro di Chernobyl, ma solo l’Italia ha compiuto la scellerata scelta di demonizzare questa fonte energetica rinunciando immediatamente al nucleare. La Francia, infatti, si è tenuta 59 centrali, la Germania non ha certo chiuso seduta stante i suoi 17 impianti, mediando un’uscita dal nucleare in 20 anni. E così gran parte dei paesi che seppur scossi dalle immagini del disastro e dalla paura per il futuro non si affrettarono a mettere i lucchetti all’unica fonte in grado di garantire il loro sviluppo e di mantenere un’indipendenza energetica e geopolitica. I risultati di quella scelta affrettata dell’Italia li scontiamo ancora oggi e li sconteremo nell’immediato futuro.

Benefici ottenuti? Nessuno. Infatti, pur rinunciando al nucleare sul nostro territorio (anche se poi ipocritamente importiamo energia elettrica prodotta da altri proprio grazie al nucleare) non ci ha sottratto ai rischi di 158 centrali europee altrui, alcune delle quali posizionate a pochi chilometri dai nostri confini. Un’eventuale incidente in una centrale slovena o francese vorrebbe dire un impatto devastante per il nostro paese come se quella centrale fosse posizionata sul nostro territorio. Inoltre, abbiamo rinunciato al nucleare senza avere per contro uno straccio di elettricità e quindi di beneficio economico sulle bollette. Ma a ben guardare quelle scelte di problemi ne hanno causati anche molti altri.

L’energia è vita. Il nostro benessere, il nostro sviluppo, il futuro dei nostri figli, tutto quello cioè che è legato strettamente all’energia, è nelle mani e dipende dai capricci di altri. Rinunciare al nucleare ha voluto dire per il nostro paese (povero di materie prime come gas e petrolio) legarsi mani e piedi alle scelte energetiche di altri. Ha voluto dire isolarsi geopoliticamente legando la possibilità di accendere il gas in cucina, di scaldarsi, di poter operare le persone negli ospedali, alla benevolenza di altri Stati fornitori. Se l’Italia fosse una comunità come quella degli Amish (che vivono rifiutando la modernità) non sarebbe un problema. Ma la realtà è ancora più paradossale visto che manteniamo uno stile di vita capace di consumare ogni anno tanta energia elettrica quanto Turchia, Polonia, Romania e Austria messe insieme.

Esaurita ogni possibilità di sfruttare ancora di più il grande così come il micro-idroelettrico (visto che anche il più piccolo salto dalle Alpi ai monti Iblei è già stato ampiamente utilizzato) e poveri come siamo di materie prime, quale futuro pensiamo di poterci garantire senza un ritorno rapido al nucleare? I tre referendum, che con ipocrisia burocratica non chiedevano esplicitamente la rinuncia al nucleare ma tre cose di sbieco ben distinte, ci sono costati non solo in senso strategico e geopolitico ma hanno inciso direttamente ed economicamente sulle tasche delle persone. Dopo il referendum si pose, infatti, il problema di come indennizzare l’Enel che sul nucleare aveva puntato tutto avviando un serio programma industriale. La soluzione geniale fu un sovrapprezzo sulla bolletta che noi tutti contribuenti abbiamo pagato fino al 2000 per un ammontare complessivo di circa 20 miliardi di euro!!!

Un ritorno al nucleare sarebbe anche una cosa relativamente rapida. Infatti, per le nuovissime centrale finlandesi sono sufficienti 4 o 5 anni e non 15 anni come gli antagonisti al nucleare affermano. Per quanto riguarda poi il problema delle scorie c’è un discorso da aprire. Come si sa, nessuno vuole avere vicino a casa gli impianti che raccolgono le scorie delle centrali nucleari. In Italia, poi, si grida allo scandalo ogni volta che viene formulata un'ipotesi di individuazione di un sito in una qualche zona del Paese. Ma vorrei far notare che, anche in questo caso, siamo al paradosso. Basti pensare a quante città italiane come Genova, Napoli e Roma tengono a pochi chilometri dal centro abitato enormi discariche, con un accumulo di rifiuti sempre crescente, senza fiatare. Quelle sono le vere bombe ecologiche. I residui nucleari utilizzati nelle centrali perdono il loro potere radiogenico in periodi abbastanza lunghi: 500-1000 anni. Lo stesso periodo che impiega la plastica a degradarsi. Esistono oggi tecniche di smaltimento e stoccaggio dei residui nucleari già altamente sicure: con stoccaggio dopo inertizzazione ad alta profondità. Tali tecniche sono in continua evoluzione e col tempo dovrebbero aumentare sempre più le condizioni di sicurezza. Viceversa, le tecniche per le discariche a cielo aperto di residui urbani e speciali invece rappresentano il mezzo più antiquato e insicuro di smaltimento, assai nocive per l'ambiente e la salute.

Nessuno nega che vi sia il problema dello smaltimento e dell'individuazione dei siti per le scorie nucleari. Ma anche qui, un po' di realismo e di ragionevolezza in più, da parte di una popolazione non strumentalizzata e ben consapevole dei reali rischi, non guasterebbero.

Un vero e proprio piano di azione per il rilancio del nucleare rilancerebbe anche il nostro Paese nel quadro geopolitico mondiale. Un piano d’azione che passi da una serie di alleanze internazionali (soprattutto a livello europeo), un impegno consistente dell´Enel su questo versante e un massiccio investimento su quello che viene definito il nucleare di «nuova generazione» garantirebbe un’indipendenza energetica italiana in non più di 5 anni.

Nell'agenda del nuovo governo Berlusconi, allora, il primo passo dovrebbe essere quello di aprire una trattativa con la Francia per una azione congiunta. Una nuova "joint venture" nucleare europea. Del resto, nel territorio d´Oltralpe ci sono già ben 58 centrali nucleari, molte delle quali situate in prossimità del confine italiano. Con Parigi, quindi, non ci sarebbe solo un azione congiunta, ma anche un «programma di ricerca». Puntato appunto sul "nucleare di nuova generazione" e sulle soluzioni più avanzate relative all´intero ciclo di produzione e smaltimento delle scorie. Non solo. Un tassello fondamentale sarà rappresentato dall´Enel. Bisognerà dare mandato ai nuovi vertici del colosso elettrico di incentivare gli investimenti all´estero su questo fronte specialmente verso la sponda est dell’adriatico (data l’ampia disponibilità di Paesi come l’Albania). Collaborazioni scientifiche con partners europei sulle centrali nucleari di nuova generazione, volte anche al recupero di competenze tecniche specifiche, intensificando le operazioni internazionali.

L´unico nodo da sciogliere sarà costituito dalle soluzioni tecniche e dalle scelte temporali. Un approccio «soft» all'atomo (incoraggiando, appunto, le joint venture internazionali e aspettando che l´innovazione tecnologica sullo smaltimento delle scorie abbia compiuto dei progressi) o un intervento «hard» (sulla scia dell’esempio giapponese: paese nel quale ogni centrale viene completata e collaudata in cinque anni).

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