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Dopo il coronavirus

Ritorno alla terra, ritorno al futuro

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I periodi di crisi, si sa, aiutano a riscoprire i fondamentali. Che il cibo sia un bene essenziale appare oggi scontato, ma in tempi ordinari non lo è poi così tanto. E magari, con un po’ di buona volontà, alla fine di questa lunga fase di sospensione forzata scopriremo pure che i generi alimentari non si materializzano per magia nei banchi dei negozi e sugli scaffali dei supermercati. Che il pane e il companatico non piovono dal cielo sui tavoli delle nostre case. Che dietro a una bistecca, a un piatto di pasta, a una fetta di formaggio, c’è un lavoro “invisibile” che non si ferma. Feriali e festivi, con la pioggia e con il sole, in salute e in malattia, nella buona e nella cattiva sorte.

Soprattutto, ora che la realtà ci ha costretto a prendere atto che la salute è un bene prezioso, comprenderemo che la genuinità di ciò di cui ci nutriamo ne è una componente fondamentale, e la qualità un “mestiere” che non si improvvisa. “Andrà tutto bene”, recita la retorica di cui sono piene le nostre comunicazioni in questi giorni. Ma affinché sia così bisognerà scegliere con lungimiranza i pochi capisaldi da cui ripartire. La terra è uno di questi. Scopriamo, con un viaggio nel cuore dell’Abruzzo, come trasformare una passione in una scommessa vincente.

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Che differenza c’è tra una forma di parmigiano reggiano e una di pecorino aquilano? Fra un prosciutto di Parma e un salame abruzzese? Fra una chianina e un bovino cresciuto sulle pendici del Gran Sasso? Come genuinità nessuna (anzi!), come bontà non si teme il confronto, ma mentre nei primi casi si tratta di marchi universalmente riconosciuti e ufficialmente certificati, nei secondi fa fede solo la conoscenza diretta col produttore. Il quale, se non può contare su una rete fiduciaria sufficientemente ampia e collaudata, è costretto a svendere il proprio capitale naturale (il latte, per esempio) ai raccoglitori delle grandi marche, a prezzi quasi offensivi e con la certezza di vedere annegata ogni specificità.

Da qui un interrogativo: quanto può l’identità agro-alimentare aiutare un territorio a salvarsi dall’impoverimento e dalla desertificazione demografica? E sempre da qui, più per voglia di riscatto che per un sogno autarchico, la decisione di un gruppo di sette agricoltori e allevatori dell’Aquila – “innanzi tutto amici”, come tiene a sottolineare il capofila Luca Tarquini reduce da un giro per l’Italia a caccia di buone pratiche – di dar vita a un “Consorzio Aquilano” per unire le forze e confrontarsi direttamente sul mercato con un marchio territoriale riconosciuto. Con un regolamento interno rigidissimo a garanzia della qualità (sul modello del parmigiano reggiano e del prosciutto di Parma), collaborazione con diverse università per il riconoscimento delle proprietà organolettiche dei prodotti, e un nutrito bagaglio di conoscenze su ciò che “non” si deve fare in un settore nel quale tanti parlano di valorizzazione e specificità, solo alcuni ci provano davvero e in pochi ci riescono. E, per rientrare in quest’ultima categoria, il neonato Consorzio non intende perdersi in chiacchiere: il primo caseificio è in rampa di lancio, e se non fosse stato per il coronavirus sarebbe già una realtà operativa. A seguire arriveranno linee di allevamento, farine e uova.

Ne parliamo anche per un’altra ragione: perché, come tiene a sottolineare il presidente Tarquini, “chi sceglie di partecipare a questa non facile intrapresa lo fa non solo per realizzazione professionale, ma anche e soprattutto per un’etica di rilancio del territorio e delle aree interne”. Non a caso l’operazione è stata “benedetta” dal Comune dell’Aquila attraverso il consigliere con delega alla montagna Daniele D’Angelo, esperto del settore in quanto a sua volta agricoltore, allevatore e imprenditore nel campo ricettivo e della ristorazione nell’area montana, con il quale approfondiamo il significato di iniziative di questo tipo per salvare l’entroterra appenninico e preservarne le tradizioni.

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“Iniziavamo adesso a riprenderci dalle conseguenze economiche e soprattutto psicologiche del terremoto del 2009 – racconta Daniele D’Angelo -, e questo virus è arrivato come una doccia fredda che in un territorio già messo a dura prova ha paralizzato la voglia di costruire e di intraprendere, producendo per tante piccole aziende un danno economico pesante e già tangibile. Non ci voleva”.

Ma se al momento come aiuto all’economia reale dal governo si vede ben poco, il “Consorzio Aquilano” ha già ben chiaro da dove ripartire: esattamente da dove ci si era fermati, con più determinazione di prima. “Questa iniziativa, che sostengo con convinzione – spiega il consigliere comunale e imprenditore -, ha innescato un meccanismo di coinvolgimento al di là di ogni aspettativa. In meno di un mese (il tempo trascorso dalla presentazione pubblica allo scoppio dell’epidemia) siamo stati sommersi di richieste di collaborazione, diretta e indiretta a livello di filiera. Tanti ragazzi volenterosi si sono sentiti meno soli e ci hanno contattato per sapere come mettere in piedi una piccola azienda agricola, magari ristrutturando quelle dei nonni. Altri che fino a ieri non sapevano nemmeno cosa fosse un consorzio, non avevano idea di come gestire una realtà così grande, oggi sanno che c’è una base dalla quale cominciare insieme”.

Difficile negare che il coronavirus segnerà uno spartiacque fra un prima e un dopo. Gli aquilani sanno bene cosa significa: per loro è un “dopo nel dopo”, e questa volta ripartire rischia di essere ancora più faticoso perché la crisi investirà l’intero Paese. “Proprio per questo – osserva D’Angelo – la dimensione agricola e turistica legata al nostro territorio montano è la carta da giocarsi e da valorizzare per una ripresa seria della nostra economia locale. Se fossi pessimista, direi che vista la drammaticità della situazione è l’ultima spiaggia. Poiché sono un volitivo per natura, dico che è la nostra grande opportunità”.

Anche perché, come già detto, c’è pure il fattore salute sul quale puntare. Un tema finora sottovalutato, ma ora imposto dalla realtà all’attenzione dei cittadini consumatori. “Ve lo dico francamente, da operatore del settore – spiega il consigliere aquilano -: ora c’è questo virus, ma prima o poi insorgerà qualche problema serio per l’uomo a causa della troppa chimica, dei troppi antibiotici, dei troppi fitofarmaci usati soprattutto nella produzione agricola e zootecnica intensiva. Qualcuno già se ne rende conto, ma bisogna diffondere la consapevolezza che mangiare cibo sano prodotto con metodi naturali e in territori incontaminati è anche un investimento sul proprio futuro”. E il Gran Sasso sul punto sembra avere tutte le carte in regola: “Ambiente pulito, utilizzo di acqua pura appena sghiacciata che viene dallo scioglimento delle nevi per irrigare i nostri campi e abbeverare i nostri animali… Tutti elementi che danno ai prodotti realizzati a duemila metri di altezza – anche tremila nel caso di alcuni allevamenti – qualità organolettiche, garanzia di genuinità e gustosità di sapori difficilmente rintracciabili in altri contesti”.

Da qui la convinzione che sia un peccato mortale, oltreché uno spreco anche economico, spaccarsi la schiena sui campi e nelle stalle per poi svendere prodotti di eccellenza e disperderli nel calderone indistinto dei grandi marchi. “Conferire il latte o altri prodotti genuini e di alta qualità alla grande distribuzione, alla pari del frutto della produzione intensiva – dice D’Angelo -, sminuisce il nostro lavoro fino ad annullarlo. Né avrebbe senso tentare di reggere la concorrenza delle grandi aziende mettendosi a competere sullo stesso tipo di mercato. Si farà una cosa diversa. La schiena continueremo a rompercela, e anzi sapere che ogni mattina ci alziamo per creare qualcosa di unico riconosciuto come tale sarà uno stimolo per lavorare ancora più di prima. Ma si

lavorerà su un prodotto di nicchia puntando sull’eccellenza territoriale. Formaggi, salumi, polenta tipica nostrana, vecchie sementi del tempo dei nostri nonni riscoperte e già messe in coltura. Grazie alla collaborazione con l’Università di Perugia, il consorzio riporterà sui nostri campi razze autoctone scomparse dopo la seconda guerra mondiale: dal maiale nero alla capra aquilana, fino alla pecora sopravvissana, animali rustici che danno un prodotto quantitativamente esiguo ma qualitativamente eccellente. Al contrario di quanto avviene con la produzione intensiva, si tratta di non puntare a grandi quantitativi ma a offrire alimenti di grande pregio, con un marchio di tipicità locale, facendoli pagare il giusto e spiegando alle persone cosa stanno mangiando”.

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E se l’agroalimentare è il punto di partenza, già si guarda oltre, con l’idea di allungare la filiera fino a riconnetterla a una nuova concezione di turismo, che il post-epidemia potrebbe incentivare. “Non credo che per i prossimi due-tre anni ci saranno grandi flussi turistici dall’Italia verso l’estero e viceversa – ragiona Daniele D’Angelo -. Questo porterà a una riscoperta dei nostri prodotti nazionali. E noi dovremo farci trovare pronti”.

Finora, infatti, chi giungeva all’Aquila percorrendo il cammino delle terre mutate, il cammino dei parchi o i tanti sentieri che attraverso vette e gole conducono al capoluogo abruzzese, via con sé non poteva riportare nulla più del ricordo degli splendidi luoghi visitati. “Ora, con un marchio e produzioni diverse da quelle industriali, chi attraverserà a piedi le nostre montagne seguendo la nuova moda del turismo lento finalmente potrà tornare indietro con qualcosa di autentico del nostro territorio, come altrove avviene già da anni”. E magari, realizzando un progetto che il consigliere aquilano coltiva da tempo, si potrà “promuovere un cammino sullo stile di quello di Santiago, recuperando i casali dismessi della vecchia comunità montana, affidandoli in gestione a produttori locali e facendone punti di vendita di prodotti tipici oltreché di rifugio e di ristoro”.

Insomma, “siamo solo all’inizio”. E se per il resto d’Italia si tratterà di rimettere in carreggiata una macchina produttiva portata fuori strada dalle conseguenze del virus cinese, per L’Aquila come già detto la sfida è doppia. C’è da ripartire dopo il brusco stop, e c’è da combattere contro il processo di spopolamento e desertificazione che sta impoverendo l’entroterra appenninico e che nelle zone terremotate si fa sentire con particolare intensità.

“Spero con tutto il cuore, e anche per questo ho deciso di aiutare Luca Tarquini nell’avventura del consorzio – dice D’Angelo -, che questa iniziativa contribuisca a far comprendere ai giovani della nostra terra che qui c’è un futuro, ci sono grandi opportunità di crescita e di realizzazione. Attraversare i nostri paesi e vederli deserti è un colpo al cuore e un delitto. Abbiamo tutto: borghi incantevoli, paesaggi incontaminati, boschi, risorse naturali in abbondanza, la città a pochi minuti d’auto, la Capitale a un’ora e poco più. Se inizieremo davvero a investire sul nostro territorio, sulle baracche costruiremo aziende, dalle botteghe artigiane trarremo grandi falegnamerie, dal piccolo commercio riusciremo a intercettare flussi turistici da coinvolgere e fidelizzare. Rimbocchiamoci le maniche – conclude -, e ora più che mai restiamo vicini alla nostra terra, dove potremo realizzarci e vivere dignitosamente per intere generazioni”.

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1 COMMENT

  1. Credo sia stato un grande errore per l’Italia abbandorare la produzione agroalimentare e gli allevamenti seguendo i vaneggiamenti dell’Europa e delle multinazionali. Basta entrare nei supermercati e controllare le etichette di provenienza della merce, il 90% è straniera poi ci dicono di comprare Italiano, dove, come, quando e perchè visto che quel poco costa il doppio. Anche per questo ringraziamo la nostra classe politica.

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