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Ritratto non autorizzato di Gianni De Gennaro

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In un paese dove finiscono sui giornali anche le intercettazioni telefoniche tra vicini di casa che litigano perché i cani abbaiano la notte, il fra poco ex capo della polizia Gianni De Gennaro deve in parte la propria folgorante carriera, voluta fortemente  dall’establishment di sinistra che a quel posto lo ha nominato, al permanere negli anni del segreto su circa 9 mila pagine di sbobinamenti di conversazioni intercorse tra lui e il mafioso Totuccio Contorno. Contorno fu arrestato, armato fino ai denti, il 26 maggio 1989 nella masseria dei Grado, capi mandamento alleati della mafia perdente, quella sterminata dai corleonesi di Liggio, Riina e Provenzano. Si venne così a sapere che dal novembre del 1988, eludendo la sorveglianza prevista per i pentiti in America, Totuccio si era imbarcato per la Sicilia. E qui, con la connivenza delle istituzioni, aveva ricominciato a mafiare, nel senso che in quel lasso di tempo si erano verificati ben 17 omicidi di scagnozzi dei corleonesi di cui poi lo stesso Contorno fu accusato.

Ma oltre a mafiare Contorno teneva i contatti con l’allora dirigente della Criminalpol Gianni De Gennaro. Non è dato sapere cosa si siano detti in quelle telefonate le cui trascrizioni occupano qualcosa come 9 mila pagine di fogli A4.

Invano, ad esempio, la difesa del giudice Alberto Di Pisa cercò di farle introdurre nel processo di primo grado e  poi d’appello sulle lettere del famigerato “corvo” di Palermo, lettere di cui fu ingiustamente accusato, e poi assolto, lo stesso Di Pisa di essere l’autore. Lettere che in sostanza dicevano che Contorno era in Italia con licenza di stanare e uccidere tutti i corleonesi previo accordo con alcune persone dentro la Criminalpol. Le lettere, il cui autore  rimase sconosciuto, per logica non potevano che venire da dentro la stessa Criminalpol.

In una di queste intercettazioni Contorno parla in codice: ”piove dotto’, e questi vengono fuori come le lumache..”

In Sicilia in quel periodo c’era la siccità e quindi la frase non poteva che alludere al fatto che lui, come d’accordo con qualcuno, stava stanando i corleonesi. Tra i misteri d’Italia questa mission impossibile del pentito Contorno non viene annoverata. Eppure fare luce sulla cosa gioverebbe non poco per diradare le ombre sulla zona grigia della lotta alla mafia. Zona grigia che poi come è noto inghiottirà invece il grande investigatore Bruno Contrada, che fu fatto fuori da pentiti che non avevano mai detto nulla finché era esistente la struttura dell’Alto commissariato per la lotta a Cosa Nostra. E che poi viceversa si erano scatenati contro di lui  quando apparve chiaro che due scuole di pensiero nello stato italiano erano entrate in guerra in quei giorni dell’autunno 1992: quella che voleva riconvertire il Sisde  in struttura di intelligence anti mafia, e Contrada ne era già a capo, e quelli che invece volevano lasciare l’esclusiva alla Dia, la struttura voluta da De Gennaro e Falcone di cui nel 1991 l’attuale capo della polizia  divenne il capo.

Vincerà la seconda, come è noto.

Guarda caso tutti questi pentiti che erano stati più volte arrestati in passato proprio dalla squadra mobile di Palermo quando c’era dentro anche Contrada, si vendicano e lo accusano di essere il referente di Cosa Nostra nelle istituzioni.

Da quel momento la sua carriera finisce dove poi oggi si trova a scontare la pena di dieci anni e sei mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, cioè nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, mentre quella di De Gennaro, poliziotto vecchio stampo, cocco dell’ex suo predecessore Vincenzo Parisi, schizza su fino alla più alta poltrona amministrativa del Viminale.

Ma cambia anche la lotta alla mafia: inizia a imbastirsi la manovra tra Italia e America per mettere in mezzo Andreotti e cambierà a forza anche la giurisprudenza garantista della Cassazione mediante le calunnie a Corrado Carnevale.

I magistrati si appiattiscono su teoremi come quello di Buscetta che d’altronde era diventato famoso per avere così risposto a un giudice che gli chiedeva le prove della verità delle proprie dichiarazioni durante un interrogatorio: “le prove dottore? Le prove le fa il sarto..”

Poi la storia della lotta alla mafia senza scrupoli e senza prove andrà a finire in cantina dopo tutti i fallimenti processuali dell’era Caselli. E d’altronde il centro sinistra essendo riuscito con il primo governo Prodi a prendere il potere senza alcun  bisogno della stampella giudiziaria non sentirà più il bisogno di avere come amici esclusivamente giudici e poliziotti.

 E ancor meno di proteggerli. Ufficialmente la carriera di De Gennaro si interrompe quando alcuni poliziotti pentiti di avere partecipato ai presunti pestaggi del G8  decidono di tirare in ballo i propri superiori per pura convenienza processuale.

 Allorché  spunterà fuori  un’altra intercettazione telefonica che invece stavolta finirà su tutti i giornali. Intercettazione che  sembra inguaiare De Gennaro, di cui parlano tutti i giornali in questi giorni, intercorsa tra due suoi sottopancia.

 In essa si fa riferimento a pressioni sull’ex questore di Genova Francesco Colucci perché deponga  il falso sui fattacci della scuola Diaz.

I maligni oggi dicono che “chi di pentito ferisce, di pentito perisce”. Ma sarebbe ingeneroso verso un poliziotto cui va il merito di avere anche coordinato le indagini che portarono all’arresto del super latitante Bernardo Provenzano.

Il fatto è che in Italia gli uomini delle istituzioni per fare carriera sono costretti a farsi le scarpe gli uni con gli altri e per questo anche la famosa cooperazione tra forze di polizia differenti è sempre rimasta una barzelletta buona per le esequie ufficiali e per i day after ai delitti di mafia eccellenti. Di fatto polizia, carabinieri, guardia di finanza, Gico, Scico, Sisde, Nocs, e tante altre sigle di intelligence e di organismi operativi, sono da sempre in guerra tra loro nell’eterna olimpiade dell’indagine. E quando poi ci si mette di mezzo la politica, come è successo con Rifondazione che da tempo chiedeva che rotolassero teste molto in alto per i fatti del G8 del luglio 2001 a Genova, non sempre vince il migliore.

Il caso De Gennaro oggi e quello di Contrada ieri ne sono la prova vivente.

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2 COMMENTS

  1. L’articolista cita argomenti
    L’articolista cita argomenti tuttora scottanti perchè riconducono a miti intoccabili ed agli eredi di questi, veri e propri eroi di secondo e terzo grado. Come lo stesso dr. Di Pisa ebbe ad affermare in atti giudiziari, l’operazione Contorno non fu iniziativa di un singolo alto funzionario di polizia: a pianificarla fu il “mito” per eccellenza poi trucidato dalla mafia. La lotta a Cosa Nostra degli ultimi trentanni è ancora tutta da scrivere. Complimenti all’articolista per il coraggio dimostrato nel riprenderne alcuni aspetti che costituiscono una voce, purtroppo isolata, nel deserto del conformismo nazionale.
    Cordialità.
    Gennaro Scala
    Col. CC in congedo

  2. x Gennaro Scala.
    Sono stato alle sue dipendenze, quando comandava
    la compagnia di termini imerese. Io ero a Cerda
    con quel galantuomo di maresciallo, che tralascio
    di nominare.
    Ho avuto piacere nel leggerla, perchè da tempo
    mi chiedevo s’era ancora in servizio .
    Anzi, a dire il vero, un tre anni fa ho incontrato
    l’appuntato Bartolone in ospedale per una visita
    di controllo accompagnato dal figlio, che mi aveva
    parlato di Lei e di quanto era successo realmente.
    Purtroppo, la vita ci riserva solo amarezze ,
    specialmente se si vuole lottare per la cosa
    giusta.
    Adesso,nel momento in cui ci troviamo, sembra
    solo che siamo dei sopravvissuti di un’altra era.
    Persi gli ideali, giorno dopo giorno , ci rimane
    soltato la consolazione di non avere tradito noi
    stessi.
    Le voglio bene
    Salvatore Bucchieri appuntato in pensione

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