Rock in Baghdad. La dura vita dei metallari iracheni rifugiati negli Usa
18 Marzo 2010
di Lorraine Ali
Non capita tutti i giorni che il popolo di National Public Radio si innamori di una band heavy-metal, ma dopotutto gli Acrassicauda non sono il solito gruppo di headbanger (il nomignolo dei fan di metal, ndt). Il quartetto, il cui nome in latino significa "scorpione nero", si è esibito per la prima volta dal vivo tra muri diroccati e filo spinato, la loro sala prove è stata distrutta da un missile e hanno ricevuto minacce di morte dai fondamentalisti perché suonano "la musica del demonio occidentale" – tutto questo senza aver mai messo piede in una sala di registrazione. Si potrebbe dire che hanno scelto un “quartiere-canaglia” per dare il via alla loro carriera musicale. "Gli unici altri tipi di gruppi in Iraq sono quel genere di band che suonano ai matrimoni o alle feste per la circoncisione", dice il batterista degli Acrassicauda, Marwan Hussein, 25 anni, "così ci siamo davvero distinti, e distinguersi in Iraq non è una buona cosa".
Gli sforzi della band sono diventati il soggetto del documentario Heavy Metal in Baghdad, prodotto da Spike Jonze nel 2007 e diretto dal direttore della rivista Vice, Suroosh Alvi. All’improvviso, gli ascoltatori della radio pubblica, i critici del film-festival di Toronto e gli utenti wordly di YouTube si sono avvicinati alle storie di guerra dei rockers di Baghdad. Amici dalle scuole superiori, Faisal Talal Mustafa, Tony Yaqoo, Firas Abdul Razaq, e Hussein hanno resistito alla violenza e all’anarchia sognando il giorno in cui sarebbero stati liberi di farsi crescere i capelli e farsi davvero sentire – ed è sembrato che mezzo mondo tifasse per loro.
La copertura del documentario offerta dalla BBC, da Al-Jazeera, dalla CNN ha reso gli Acrassicauda una rock band di alto profilo nel mondo arabo – e gli ha procurato un target formidabile. Così, venduta la loro attrezzatura, hanno lasciato il Paese alla fine del 2006, unendosi ai milioni di altri iracheni che oggi fanno parte di una delle maggiori comunità di rifugiati presenti al mondo. Dormendo in sei in una stanza e spostandosi ogni pochi mesi, gli Acrassicauda hanno tirato avanti per più di due anni nelle enclave dei rifugiati in Siria e in Turchia. Alla fine, grazie al lavoro dell’International Rescue Committee e ai 40.000 dollari in donazioni raccolti da Vice con Paypal, la squattrinata ed esausta band irachena è partita per gli Stati Uniti poco più di un anno fa. Durante la loro prima settimana in America, sono stati invitati dai Metallica nel backstage del Prudential Center di Newark, dove il cantante James Hetfield ha consegnato a Yaqoo, rimasto senza parole, la sua “chitarra doppia”, l’ha firmata e ha proclamato "Benvenuti in America". Prossima fermata, diventare una rockstar.
O forse no. Sebbene la loro prima registrazione, l’EP Only the Dead See the End of War, sia uscita la scorsa settimana, la maggior parte dei componenti del gruppo svolgono due o tre lavori contemporaneamente e vivono in appartamenti angusti. Hanno a malapena il tempo sufficiente per provare, tra un turno e l’altro, figuriamoci mettere su un concerto. "Siamo Re senza trono," scherza il bassista Razaq, 28 anni, che ha lasciato il suo negozio di computer a Baghdad, quando è fuggito con la moglie. "Siamo famosi, ci conoscono tutti, ma stiamo ancora lottando. Per essere onesti, a un certo punto ho pensato, che cosa avrò fatto? L’unica cosa che mi spinge ad andare avanti è quando mi guardo indietro". Hussein, che era un insegnante di arte e inglese in Iraq ma ora lavora come cameriere, dice che guardare al futuro può essere più scoraggiante di avere a che fare con il loro turbolento passato. "Siamo qui da più di un anno – dice – a volte mi chiedo, possiamo realizzarci in America o siamo solo dei ragazzi che stanno facendo qualsiasi lavoro da rifugiato per sopravvivere?".
Dal 2003, circa 30.000 profughi iracheni sono arrivati negli Stati Uniti. Molti di loro provengono dal ceto medio di Baghdad; il loro tenore di vita in Patria era di fatto più alto di quello di alcuni americani della middle-class. Lavoravano come colletti bianchi e parcheggiavano le automobili nuove nei vialetti delle loro case di proprietà. Sono arrivati negli Usa pensando che avrebbero mantenuto lo stesso stile di vita, ma parecchi di loro sono caduti in povertà. “I rifugiati iracheni in genere hanno più esperienza professionale di altri profughi, e molti si aspettano di poter riprendere la carriera in un periodo di tempo relativamente breve", dice il portavoce della IRC, Melissa Winkler. "Ciò non è avvenuto, in parte a causa della crisi economica. Non avrebbero mai immaginato che gli sarebbe stato offerto così poco aiuto per ricominciare da un Paese che ha avuto un ruolo diretto nello sconvolgimento delle loro vite. Ed è un incredibile brusco risveglio.
Traduzione di Giorgia Avaltroni
Tratto da Newsweek
