Roma è ancora in piedi: una mancata “profezia” che a L’Aquila non fa ridere

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Roma è ancora in piedi: una mancata “profezia” che a L’Aquila non fa ridere

11 Maggio 2011

di V. S.

Roma, la bellissima Roma, è ancora tutta in piedi. Non è crollato il Colosseo. Non è crollato l’Altare della Patria. Non sono crollate le vetrine patinate del centro. Si tira un sospiro di sollievo. Se non era scattata una vera e propria psicosi, ci si è andati vicino. Tutta colpa sua, di Raffaele Bendandi, che prima di morire, 32 anni fa, aveva fatto in tempo a lasciare una funesta “profezia”: un terremoto avrebbe distrutto Roma l’11 maggio del 2011. Più che assistere al mancato disastro con una scrollata di spalle, non si poteva fare. Anche in Abruzzo. Anche all’Aquila.

L’augurio è che la reazione composta dei romani possa essere considerata in qualche modo come un segno di rispetto verso chi, davvero , ha avuto a che fare con il terremoto e di fronte alla sua casa, ancora inagibile – quando non ridotta a un mucchietto di macerie – ancora non sa spiegarsi il perché di un simile dramma.

Gli esperti dicono che prevedere i terremoti è impossibile. Lo ha ricordato nei giorni scorsi Paola Lagorio, fisica esperta, che rassicurando sulla presunta imminente catastrofe ha sottolineato come le previsioni di Bendandi non sono mai state accettate dalla comunità scientifica e nelle carte non ci sarebbero giorni con riferimenti a possibili tempeste magnetiche e non sarebbero riportati nomi di luoghi e date.

A rincarare la dose il professor Mauro Dolce, responsabile dell’Ufficio Rischio Sismico e Vulcanico della Protezione Civile secondo il quale, allo stato attuale delle cose, prevedere i terremoti è impossibile. “Ogni anno – ha spiegato alla vigilia del giorno funesto – abbiamo in Italia oltre 10 mila terremoti registrati dai sismografi, quindi è anche se si sarà qualche piccola scossa nel nostro Paese, questo non significherebbe nulla".

E ci mancherebbe. Avrà sospirato qualche aquilano. Perché se così non fosse, probabilmente ci sarebbe di che infuriarsi. Perché la sua vita non sarebbe stata piegata per sempre dal dramma del terremoto che ha segnato un prima e un dopo nella sua esistenza, come in quella di tutti gli aquilani.

Se qualcuno, come è accaduto per Roma, gli avesse detto che in quella terribile notte del sei aprile di due anni fa, il tetto della sua casa gli sarebbe caduto addosso, sicuramente non sarebbe stato lì a contare le tegole. E lo stesso avrebbero fatto gli otto giovani universitari che insieme al custode sono rimasti seppelliti all’interno della Casa dello Studente.

Parlare di psicosi, per una profezia che fa più o meno sorridere, quando a qualche centinaia di chilometri un terremoto, un terremoto vero, c’è stato davvero, e ha fatto molte vittime, può fare un po’ rabbia. Non bisogna scherzare con il fuoco, quando c’è chi porta ancora i segni delle ustioni.

Un monito che vale anche per chi ancora polemizza: sulla ricostruzione, sui ritardi, sulle colpe. Strumentalizzazioni inutili perché i problemi sono altri. I cittadini aquilani attendono risposte. E proprio oggi, mentre i romani tirano un sospiro di sollievo, gli aquilani si riuniscono in un’assemblea cittadina in piazza Duomo all’Aquila. Sul tappeto il tema della ricostruzione “pesante”. I cittadini vogliono sapere e soprattutto di partecipare alle scelte che determineranno il futuro della loro città. “Non si può attendere oltre – dicono – è giunto il momento di essere portati a conoscenza dell’effettiva entità delle risorse, della modalità della ricostruzione e dei tempi, che devono essere certi”.