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Ma di Roma, importa solo a Marchini

Roma: Meloni si candida, la coppia scoppiata

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"Dopo attenta e ragionata riflessione ho deciso di correre per la carica di sindaco di Roma", dice Giorgia Meloni parlando al Pantheon. "Io voglio vincere e non mi interessa la partita per la leadership del centrodestra. Ma è un dato di fatto che Bertolaso non è riuscito a scaldare i romani ed ad unire il centrodestra". E aggiunge "voglio fare una appello a Bertolaso: il suo curriculum è un valore aggiunto, dacci una mano, vieni qui, lavoriamo ancora insieme".

 

Dunque alla fine Giorgia Meloni decide di candidarsi. Vediamo come si è arrivati a questa decisione. Più o meno quaranta giorni fa, la Meloni annunciò la sua difficoltà (siamo corretti) a candidarsi perché in dolce attesa. Subito dopo fu lei, a seguito di uno dei mitici vertici di Arcore, a porre un veto granitico su Marchini a fronte di una disponibilità, perlomeno al dialogo, di Berlusconi, Salvini e Storace. Per Roma, dichiarò proprio la Meloni, era pronto un super candidato che avrebbe spezzato le reni alla sinistra: Rita Dalla Chiesa.

 

Peccato che la Dalla Chiesa nulla sapesse e che, molto candidamente, confessasse di aver votato la volta precedente l'odiato Marchini. A quel punto, tralasciamo il capitolo primarie per comodità di narrazione, l'ennesimo vertice individua il campione del centrodestra per la Capitale: Guido Bertolaso. Neanche il tempo di essere indicato che Bertolaso, oltre ad avere qualche problema giudiziario che gli auguriamo sinceramente di superare, si lascia andare ad una serie di considerazioni e confessioni da lasciare basiti.

 

Pure qui, lasciamo perdere le più pruriginose, e ricordiamo il suo dichiarato apporto programmatico alle giunte di sinistra, il suo aver votato per Rutelli, Veltroni e, secondo me, anche per Marino ed il considerare Giachetti il miglior candidato oggi su piazza. Ebbene, nonostante tutto questo, mentre Salvini iniziava a mordere il freno, la Meloni, fedele ad un impegno preso, si mobilitava con Bertolaso portandolo in giro per Roma, rispondendo a muso duro a chi, come Salvini, poneva qualche dubbio.

 

La vicenda, fattasi ingarbugliata, suggeriva l'ennesimo vertice (ma non è che sono stati proprio questi vertici a provocare tutto 'sto casino?) nel quale si decideva di dare l'avvio alle gazebarie, le primarie a candidato unico... lo so... tant'è... che volete che vi dica? Tutti d'accordo... in fondo è una conferma di popolo, meglio di niente, è una legittimazione dal basso, eccetera eccetera, si parte pronti via... dopodiché... qualche  fibrillazione di avvertimento... e dopo poche ore il solito Salvini dice che le gazebarie fanno ridere e che Bertolaso non è il suo candidato.

 

In mezzo alle polemiche le gazebarie, con tanto di selfie immortalanti la partecipazione degli esponenti di punta di FdI  e con una presenza sul campo mai vista prima di Berusconi, incoronano candidato ideale del Centrodestra con quasi il cento per cento Guido Bertolaso. Sembra fatta, hanno votato tutti, hanno condiviso tutti, tranne Salvini, ma qualcosa non va... e la Meloni, a fronte di un Centrodestra che non trova pace, dichiara, sponsorizzata  da Salvini, sempre che il felpmaresciallo non cambi idea, di essere pronta a candidarsi per cercare di riunire il Centrodestra sotto la sua autorevole guida.

 

Insomma, una vera e propria telenovela nella quale ciò che appare evidente anche a un cieco è che sul destino di Roma e dei romani si sta giocando una partita a perdere, il cui vero scopo è quello di giocarsi le spoglie di un Centrodestra in stato comatoso. Tanto basta a questi signori.

 

Roma è l'ara sacrificale su cui cercare di conquistare una ridicola leadership da perdenti di qualcosa oramai completamente polverizzato. Incredibile, ma vero, come nessuno di questi leader si sia posto il più semplice ed ovvio dei problemi, ovvero come costruire uno schieramento politico capace di essere maggioritario e quindi in grado di attrarre consensi al di là dei propri "confini politici" per poter avere reali chance di vittoria. Un piccolo problema, evidentemente ignorato dai vertici del centrodestra, che sta alla base di un gioco chiamato democrazia.

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