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Un ministro appeso al solito pentito (tendenza Ciancimino Jr.)

Romano e l’antimafia delle patacche

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Per quasi sette anni la mafiosità di Saverio Romano era rimasta a galleggiare nei sotterranei del Palazzo di giustizia di Palermo senza che i pubblici ministeri, nemmeno quelli più arcigni e tenaci, trovassero un appiglio valido per tirare fuori, da quella brodaglia giudiziaria, un preciso capo d’accusa. Ma dopo il 23 marzo di quest’anno, giorno in cui Romano diventa ministro dell’Agricoltura, quella stessa mafiosità diventa sempre meno volatile. Le danze le riapre il giudice per le indagini preliminari, Giuliano Castiglia. Il quale, non solo respinge la richiesta di archiviazione formulata dalla procura per sbarazzarsi di quelle carte ma dispone anche un’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa.

Per il ministro, sul cui passato si poteva cogliere soltanto qualche chiazza d’unto, si apre la stagione più nera: quella degli amici che lo difendono e degli ex amici che lo mascariano, quella dei veleni e degli indignati articoli dei giornali. Fino alle riserve sollevate dal Quirinale al momento della nomina e alla mozione di sfiducia, sottoscritta da Di Pietro e Bersani, sulla quale la Camera sarà chiamata a decidere oggi.

Ma quali sono gli elementi nuovi rispetto a quelli che per sette anni erano rimasti a bagnomaria sotto gli occhi, un po’ sonnacchiosi e un po’ compiaciuti, dei sostituti procuratori che con quella inchiesta mai chiusa tenevano comunque un deputato appeso al palo? Nel fascicolo intestato a Romano c’erano soprattutto le dichiarazioni di Francesco Campanella, un picciotto di Villabate che di giorno organizzava manifestazioni antimafia per tenersi buoni i giudici militanti e di notte trescava con i Mandalà, boss di quella contrada, per sistemare gli affari della cosca. Credendosi al riparo di ogni sospetto, Campanella tentò il colpo grosso e, avvalendosi del fatto che era un impiegato comunale, procurò a Bernardo Provenzano i documenti falsi perché il boss dei boss, latitante da una vita, potesse recarsi a Marsiglia per un difficile intervento alla prostata, ultimo viaggio prima della cattura. Sorpreso con le mani nel sacco, il picciotto pensò bene di dichiararsi subito pentito e di promettere ai pm ogni sorta di rivelazione su “mafia e politica”. Ma le sue conoscenze non andavano oltre i confini di Villabate. E così cominciò a raccontare di quei deputati o aspiranti tali, quasi tutti ex democristiani, che si recavano in quel paesino alle porte di Palermo per cercare voti o per definire candidature nel consiglio comunale. Come Cuffaro e Romano, esponenti dell’Udc, partito nel quale militava lo stesso Campanella. L’accusa nei confronti del ministro dell’Agricoltura – accusa che ha spinto il gip Castiglia a riaprire la partita che i pm invece volevano chiudere – riguarda proprio un incontro tenuto nel 2001 presso lo studio di Totò “vasa vasa”, diventato poi presidente della regione.

L’incontro, ha sostenuto Campanella, servì per ottenere da Saverio Romano il via libera per la candidatura alle regionali di Giuseppe Acanto, “evidenziando che la richiesta veniva da Mandalà Antonino, temuto boss di Villabate”.
Ma, anche se imposta dal gip, può mai reggere un’imputazione per mafia fondata sostanzialmente sulle chiacchiere pre elettorali di Campanella? Volenti o nolenti, i procuratori cercano altre testimonianze. Ci provano con due pentiti storici, come Angelo Siino, che ebbe tanta fortuna ai tempi di Totò Riina, e con Nino Giuffrè, quello che al processo Dell’Utri disse di non avere elementi certi ma di potere “certamente desumere” che la discesa in campo di Berlusconi, nel ’94, aveva avuto il via libera di Cosa nostra. Siino però non va oltre la preistoria e si limita a dire che Romano gli fu presentato nel 1991 da un Totò Cuffaro in cerca di voti; mentre Giuffrè mette a verbale che “di Romano si sentiva parlare” quando era presidente dell’Ircac, un carrozzone regionale per il finanziamento alle cooperative. Altrettanto fumose le parole di Stefano Lo Verso, pentito di nuova generazione e per qualche anno autista di Bernardo Provenzano: “Nicola Mandalà mi disse: abbiamo nelle mani il paesano di mio parrino Ciccio Pastoia, Saverio Romano”. I pm sanno che la formuletta “abbiamo ’nte manu” è abbastanza vecchia e abusata. E sanno soprattutto che la affermazione appartiene – come l’aggettivo “avvicinabile” – al teatrino dell’evanescenza. Cioè al dizionario del “dire e del non dire” con il quale i mafiosi costruiscono un muro di doppi sensi che li mette al riparo dalla verità. Per tenere in piedi, dunque, l’imputazione di mafia voluta dal gip non resta alla procura che buttare il secchio in quel pozzo senza fondo intestato ai Ciancimino, padre e figlio, e sperare di tirare dal fondo limaccioso uno straccio di prova.

L’uomo della provvidenza, per chi deve riscrivere la storia mafiosa di Saverio Romano, porta il nome di Gianni Lapis, il tributarista condannato nel 2007 per essere stato, fin dagli anni in cui i corleonesi spadroneggiavano su Palermo, il tesoriere del malloppo accumulato con ogni mezzo da Vito Ciancimino. Un tesoriere e un consigliori. Anche dopo che Massimo, il figlio più piccolo di don Vito, si era trasformato in “icona dell’antimafia” e aveva cominciato a girare per tribunali e trasmissioni televisive per rilasciare accuse contro di lui e contro gli ex nemici del padre. Fino alla “patacca” costruita a tavolino per incastrare uomini delle forze dell’ordine e servitori dello stato, primo fra tutti Gianni De Gennaro, ex capo della polizia e ora al vertice dei servizi di sicurezza. L’obiettivo principale di Massimuccio – questa la verità venuta a galla subito dopo il suo arresto – era quello di salvare un patrimonio milionario, bene occultato tra Italia, Romania e qualche altro angolo del mondo. Operazione che, in massima parte, gli era riuscita con la complicità e la consulenza del professore Lapis. Il quale, costretto a dire la sua su un giro di denaro sul quale Ciancimino Jr. era rimasto piuttosto vago, ha dichiarato di avere dato sette anni fa 50 mila euro ciascuno a Romano e a Cuffaro. Ma “come contributo elettorale”, simile a quello dato ad altri esponenti politici impegnati nel far passare tra le pieghe della finanziaria 2004 un emendamento sulle società del gas, aziende in cui l’ex sindaco mafioso aveva reinvestito e riciclato gran parte delle proprie ruberie. Romano, com’era prevedibile, smentisce e i pm insistono per conoscere ogni dettaglio dell’operazione. Ma il tributarista si tiene sulle generali. Su di lui pende una condanna a cinque anni che il 3 ottobre (giusto il giorno in cui il gip deciderà se chiedere alla Camera di usare alcune vecchie intercettazioni contro il ministro) potrebbe diventare definitiva. Molti sospettano, come si è detto, che le accuse di Massimo Ciancimino all’universo mondo altro non siano state che un modo per distogliere l’attenzione giudiziaria e mediatica dal mega patrimonio di famiglia, in cui ci sono pure i milioni del professor Lapis. Non sono solo sospetti, ci sono anche intercettazioni – dimenticate per un paio d’anni dalla procura – che risalgono al 2009, in cui si notava già che il giovane Ciancimino continuava gli affari come prima e più di prima, con gli stessi soci di prima. Lapis ha anche lui un nuovo interesse: con la sentenza della Suprema Corte rischia, se gli va bene, l’affidamento in prova ai servizi sociali e la confisca di tutto. A una sua ex socia che l’accusava, un giorno disse minaccioso: “Non potrebbe spuntare un pentito, prima o poi?”. Vuoi vedere che il pentito si mette a farlo lui, il grande consigliori del pataccaro? E chissà che, ben guidato da un pm di battaglia, non diventi anche lui un’icona dell’antimafia.

(tratto da Il Foglio)

 

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