Romney gioca la carta della religiosità americana

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Romney gioca la carta della religiosità americana

13 Dicembre 2007

Fedeli
di tutt’America unitevi! E’ suonato più o meno così il discorso del mormone
Mitt Romney, la settimana scorsa in Texas, alla Biblioteca intitolata a Bush
senior. Un intervento a lungo atteso, che da giorni sta tenendo banco nel
dibattito politico americano.

Il candidato repubblicano alla presidenza avrebbe
evitato volentieri un pronunciamento sulla questione religiosa, ma gli ultimi
sondaggi in Iowa non gli hanno offerto alternative. Nello Stato del Midwest,
dove il 3 gennaio inizia il processo elettorale per la nomination, il pastore
battista Mike Huckabee è stato infatti protagonista, nelle ultime settimane, di
un’incredibile rimonta proprio a danno dell’ex governatore del Massachusetts. Per
Romney, che sulla prima tappa elettorale ha investito fior di milioni di
dollari, una sconfitta in Iowa potrebbe rivelarsi esiziale. Ma la vera
questione, al di là della posta in palio, è che lo scontro Huckabee-Romney ha
riportato in primissimo piano il fattore fede (vedi post di Pennsylvania Avenue del 14 giugno 2007).  “A New American Holy War”, Una nuova guerra santa americana, ha
titolato il settimanale Newsweek,
analizzando le diverse strategie attuate dai due aspiranti presidente.

Romney,
richiamandosi ai Padri fondatori e alla Costituzione, ha sempre assicurato, in
questi mesi, che il suo credo non influirà sulle sue scelte, qualora venisse eletto
alla Casa Bianca. Huckabee ha imboccato una strada diametralmente opposta. In
uno spot trasmesso in Iowa, l’ex governatore dell’Arkansas afferma
orgogliosamente: “La fede non mi influenza soltanto. Mi identifica”. “Huck”,
che nello spot viene definito Christian
leader
, ha dunque deciso di giocare “la carta religiosa”. D’altro canto, in
un discorso del 1998, aveva dichiarato: “E tempo di riportare la nazione a
Cristo”. Huckabee punta a fare il pieno della destra cristiana per vincere in
Iowa. Qui, il 40 per cento degli elettori repubblicani si proclama
“cristiano-conservatore”. Per molti di loro, la fede mormone è un’eresia.

Secondo
diversi osservatori, il discorso di Mitt Romney a College Station ha ricordato
quello storico, pronunciato da John F. Kennedy, nel 1960, per rassicurare gli
elettori che non avrebbe mai preso ordini dal Papa pur professandosi cattolico.
In effetti, Romney ha iniziato il suo intervento proprio riprendendo le celebri
parole di Kennedy: “Sono un americano che si candida alla presidenza. Non un
cattolico che si candida alla presidenza”. Tuttavia, mentre JFK mise soprattutto l’accento sulla
separazione tra Chiesa e Stato, Romney l’ha posto sul ruolo decisivo che la
religione ha svolto e svolge tuttora nella vita degli Stati Uniti. Una linfa
viva, ha tenuto a ribadire, che distingue l’America da un’Europa sempre più
secolarizzata. Romney ha pronunciato la parola “Mormon” una sola volta, mentre
ha enumerato diligentemente tutto ciò che ama delle altre fedi: “Il significato
profondo della liturgia dei cattolici, il relazionarsi con Dio nelle preghiere
degli evangelici, la dolcezza di spirito dei pentecostali, la fiduciosa
indipendenza dei luterani, le tradizioni antiche degli ebrei e l’impegno alla
preghiera dei musulmani”. Insomma, una lode dal sapore sincretistico del
sentimento religioso a stelle e strisce, che ha lasciato completamente fuori i
non credenti. La cosa non è passata inosservata.

In
un articolo sul New York Times del 7
dicembre, dal titolo “Faith vs. the Faithless”, David Brooks ha scritto che non
è certo stato Romney ad iniziare la “guerra” tra credenti e atei, ma “discorsi
come il suo approfondiscono questa divisione nella mente della gente”. Per
Brooks, Romney non ha mostrato rispetto verso quanti non sono religiosi,
escludendoli di fatto dalla comunità nazionale. D’altronde, si è chiesto
ironicamente: “Se per Romney tutte le religioni condividono un’eguale devozione
per le cose giuste, allora perché non scegliere una fede in base a chi possiede
il luogo di culto più bello?”. Positivo, invece, il giudizio del Wall Street Journal. In un editoriale
post discorso, il quotidiano vicino ai conservatori ha elogiato il rilievo
attribuito da Romney alle istituzioni religiose nel dare forma alla società
americana. Anche se non conquisterà il voto della destra cristiana, annota il WSJ, Romney è comunque riuscito a
dimostrare che, grazie ad “una base comune di valori morali”, le sue posizioni
politiche sono compatibili con quelle dei protestanti evangelici e dei
cattolici conservatori. Il giudizio finale può aspettare. Quello elettorale è dietro
l’angolo.