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Ron Paul lascia ma la sua corsa ha dato forza ai libertari del Gop

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Ron Paul ha finalmente abbandonato le primarie Repubblicane, quelle che verosimilmente sono state le sue ultime elezioni primarie. Chance di ottenere risultati veri non ne ha mai avute, ma non è stato affatto l’irriducibile giapponese sull’isoletta sperduta nel Pacifico; è stato invece la testimonianza vivente di una cultura politica né marginale né spregevole.

Paul ha infatti incarnato e, sino all’ultima goccia di sangue politico a disposizione, difeso quello che i tassonomi della Destra nordamericana e i suoi storiografi chiamano “Libertarianism”.

Il termine si presta a mille equivoci e per questo – fatto salvo il nice try di certe “vecchie” conoscenze che cercano di rendere l’espressione con un improbabile anglicismo travestito da “italiese” quale “libertarianesimo” – è assai meglio lasciarlo intradotto.

Dire eventualmente infatti “libertarismo” evocherebbe (da noi) scenari ambigui, e per certo non coprirebbe ciò che Paul rappresenta: la Stato minimo, la libertà responsabile delle persone e delle loro libere intraprese, l’inviolabilità della proprietà privata, l’opposizione a ogni socialismo e a qualsiasi giacobinismo, la difesa dell’autentica identità storica della nazione (nel suo caso) statunitense.

Nel suo difendere i diritti storici acquisiti dai cittadini statunitensi e sanciti nella Costituzione federale – i cittadini statunitensi eredi dei coloni britannici dell’America Settentrionale che godevano dei «chartered rights of the Englishmen» –, il “Libertarianism” di persone come Paul potrebbero del resto essere a buon diritto definito la quintessenza del “patriottismo costituzionale”: Ma, ancora una volta, alla nostre latitudini questa espressione è così ingenerosa, nonché sfruttata da forze politico-culturali agli antipodi rispetto ai libertarian come Paul e dai veri conservatori, dallo scoraggiare chiunque a farne uso.

Le persone come Paul potrebbero però a buon diritto essere definite la quintessenza del “patriottismo costituzionale” statunitense perché negli Stati Uniti la Costituzione federale è il deposito del sensus nationis, sorgendo essa da un’azione di nation-building che non si è consumata contro l’ethos della nazione, ma, al contrario, se n’è messa al servizio. Là, cioè, la Costituzione esprime la personalità e l’identità culturale di quell’insieme socio-politico di persone che – accomunate da un’esperienza comune la quale si esprime per esempio attraverso una letteratura e un’arte comuni – costituisce la “nazione”. Altrove, invece, la Costituzione è il frutto di una “guerra civile” e di uno “scontro di culture” in cui gl’interpreti più veri dell’autentica identità nazionale sono coloro che hanno perso (e che quindi hanno scritto solo memorie, mai Costituzioni).

Ora, ciò è talmente vero che – al di là delle definizioni tassonomiche e delle suddivisioni storiografiche – lo spirito libertarian alberga nel cuore e al fondo di ogni americano, di qualsiasi orientamento e convinzione egli sia. Anzi, lo spirito americano scaturisce da quello libertarian; o, meglio: lo spirito libertarian esprime l’ethos statunitense vero. Non vi è infatti alcun bisogno di ostentare galloni o di esibire licenze per incarnare la cultura politica che la tassonomia e la storiografia ci hanno insegnato, o forse solo abituato, a chiamare “Libertarianism”. E questo ci riporta a Paul.

Nella proposta politica del libertarian Paul vi è infatti più spirito autenticamente statunitense, e quindi capillarmente diffuso, di quel che i voti da lui fisicamente raccolti nelle primarie 2012 possano far sospettare agli osservatori stranieri.

Quando critica duramente il militarismo (che non è la medesima cosa dell’onore tributato alle forze armate, esattamente come la polizia non è lo Stato poliziesco), quando critica quella prospettiva di politica estera che consuetamente chiamiamo “imperialismo” (ma sull’improprietà di tale definizione vi sarebbe molto da dire), quando critica lo statalismo, quando critica l’iperfiscalità sciupona o quando critica la finanziarizzazione dell’economia totalmente disancorata dalla produzione, dai beni e dalla ricchezza reali, spesso nel senso stretto di concreti, il “Libertarianism” di Paul esprime una cultura che è l’essenza stessa dello spirito statunitense. E che la Destra, da sempre difende meglio di qualsiasi altra cultura politica, tanto da assumere coscientemente il nome di “conservatorismo”.

Ho sopra – temerariamente – affermato che, per le ragioni addotte, lo spirito libertarian alberga nel cuore e al fondo di ogni americano, di qualsiasi orientamento e convinzione egli sia. Come si concilia ciò con l’affermazione successiva circa il fatto che è la Destra a difendere meglio di qualsiasi altra cultura politica l’essenza stessa di quello spirito statunitense che ciò che definiamo “Libertarianism” incarna? Lo si fa lanciando una provocazione, ovvero dicendo che, sotto sotto, anche il liberal statunitense, appunto e proprio in quanto statunitense, finisce per essere almeno un po’ – e inconsapevolmente – conservatore. Per tipi come Barack Obama guardare invece alla voce – come dice da tempo l’ex ambasciatore John Bolton – “postamericanismo”, più o meno come quando un tempo il comunismo veniva definito “attività non americana” (che è più che dire meramente “antiamericana”).

In Paul vive insomma l’anima americana che alberga in tutti gli americani veri. La sua candidatura alle primarie ha semplicemente costituito il focus su quello spirito, spirito di cui evidentemente Paul non ha – né si è mai sognato di dire di avere giacché non gl’interessa millantare, in modo contraddittorio e controproducente, di avere – il monopolio. Grazie Paul per questa enorme testimonianza che fa bene a tutti.

In alcuni momenti caldi degli scorsi mesi di primarie Repubblicane, il “social conservative” cattolico Rick Santorum si è ritrovato a dover apertamente polemizzare con il mondo libertarian e persino a semantizzare la propria candidatura 2012 come l’estremo tentativo di salvare l’anima del GOP dalla deriva libertarian. Ha fatto benone. Perché il suo nemico non era affatto Paul.

Correndo il rischio di tediare definitivamente il lettore che fin qui avesse avuto la pazienza di seguire il ragionamento, va infatti introdotta una ulteriore specificazione che troppo pochi (ancora) praticano e che però è fondamentale.

Benché il “Libertarianism” nordamericano non sia affatto il “radicalismo libertino” (e il sesso, come si sa, non c’entra alcunché), è indubbio che, dài oggi e dài domani – leggi oggi Voltaire disponibile persino nelle edicole delle stazioni ferroviarie e scimmiotta domani la vox popoli che viene dall’estero in un mondo oramai tutto Paese dove pare che la storia sia iniziata con l’alba del giacobinismo –, anche in America Settentrionale sono comparsi i “libertini radicali” del free-thinking. Ma i loro principali nemici culturali sono da tempo altri liberatarian, anzi i libertarian autentici che hanno, ora sì, il diritto di pretendere il monopolio del “Libertarianism” vero. Siccome nessuno ci si raccapezzava più, per distinguere gli amici dai nemici i libertarian veri hanno preso a chiamarsi “paleo-libertarian” e gli altri, i falsari, a subire l’epiteto “left-libertarian”.

Sembra che li accomuni molto: in realtà li divide la cosa più importante, l’antropologia. I “paleo-libertarian” riveriscono la sacralità della persona e della vita umana; il loro “anarchismo conservatore” è il contrario esatto del caos sociale; per loro conta anzitutto la certezza del diritto che ha la propria radice in una lex superior e quindi in un supremum ius attingibile dalla ragione, e che per questo è naturalmente inscritto nel cuore di ogni uomo sotto ogni cielo e in ogni tempo; e persino il loro “pacifismo antiguerra” non significa la necessità di rinunciare alla difesa di sé e della comunità a cui si appartiene o che si guida, a iniziare dalla famiglia.

Ecco, Ron Paul è pecora di questo gregge. Gli altri sono bestie nere. Sanno tutti che il ginecologo prestato alla politica Paul è graniticamente contrario all’aborto: magari non lo sono tutti i paleo-libertarian, ma per certo ci stanno seriamente pensando, soprattutto poiché non digeriscono l’idea che il loro denaro serva in tasse destinate a sopprimere uno di quegli individui che per loro sono la fonte e il tribunale di ogni azione e di ogni pensiero, e giacché non sono affatto disposti a consegnare allo Stato il potere della morte di un innocente. Alcuni di loro stanno anche pensando seriamente a Dio, e altri ci hanno già tanto seriamente pensato da essere credenti veri (come il “southern baptist” Paul) e talora persino cattolici “da Messa in latino”.

I left-libertarian, invece, nemmeno ci pensano a queste cose, motivo per cui dal pensiero di costoro (che surrettiziamente tendono a infiltrarsi) occorre salvare il GOP prima che sia tardi. Come non ha affatto smesso di fare Santorum, come non ha smesso di fare Paul.

Marco Respinti è presidente del Columbia Institute, direttore del Centro Studi Russell Kirk e autore di L’ora dei “Tea Party”. Diario di una rivolta americana

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