Rossi: “Non è manovra scritta con la mano destra”

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Rossi: “Non è manovra scritta con la mano destra”

07 Novembre 2015

"Non ci si faccia abbagliare dal taglio delle tasse presente nella Legge di Stabilità 2016", dice all’Occidentale il professor Nicola Rossi, parlando della manovra. "Tagliare le tasse a debito non è altro che una promessa di maggiori tasse in futuro e quindi poco o nulla ha a che fare con l’idea di restituire ai cittadini la libertà di scegliere su come impiegare le loro risorse". Una conversazione per fare il punto sulle scelte di politica economica del Governo Renzi.

 

Professore, la crisi sembra finalmente alle nostre spalle. E’ proprio così?

 

Nei suoi aspetti più evidenti, certamente sì. Negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, ma anche altrove, le scelte delle banche centrali hanno impedito che la crisi si avvitasse e che quindi ne derivassero costi economici e sociali ancora più pesanti di quelli che abbiamo sopportato. E’ bene, però, non abbassare la guardia. Le politiche di Quantitative Easing non sono prive di costi e non possono durare all’infinito. Così come accadeva prima del 2007, il mondo continua a non saper prezzare correttamente il rischio. Più di quanto non accadesse prima del 2007, il mondo è indebitato. Superare le politiche monetarie di questi ultimi anni sarà necessario ma non sarà affatto semplice o indolore. Ma ho l’impressione che gli unici a rendersene conto sono i banchieri centrali.

 

Guai in vista per l’Italia, allora?

 

Che l’Italia sia esposta e vulnerabile non lo scopriamo ora. Con il debito pubblico che ci ritroviamo sulle spalle, la cosa non può destare sorpresa. E il nostro ancora inadeguato potenziale di crescita non fa che acuire la nostra fragilità. Non è un caso che il presidente della Banca Centrale Europea abbia caldamente suggerito che i minori oneri per interessi sopportati dall’Italia vadano a ridurre il debito pubblico piuttosto che a finanziare la spesa corrente. Ma temo che le comunicazioni fra Francoforte e Roma siano spesso molto disturbate e i messaggi non vengano colti come dovrebbero.


In questo contesto, come valuta l’azione del Governo Renzi?

 

Sono state completate riforme lasciate incompiute dai governi precedenti (e penso, in particolare, al mercato del lavoro). In altri comparti sono state fatte scelte che i precedenti governi non hanno nemmeno immaginato (e penso al caso di alcuni segmenti del sistema bancario).  In campo istituzionale, non si può non apprezzare il superamento del bicameralismo, ma la mia sensazione è che lo si sia fatto in maniera così poco attenta che finiremo per tornarci su in futuro (come è regolarmente accaduto per quasi tutte le riforme costituzionali degli ultimi vent’anni). Fin qui, le note positive. Quelle negative sono in buona misura facilmente sintetizzabili in una affermazione: quando si arriva a discutere del perimetro di azione dello Stato, il Governo Renzi manifesta senza incertezze la sua collocazione politica nel campo della socialdemocrazia europea. Non solo lo stato non arretra ma, al contrario, espande dove e quando possibile la sua presenza: e questo non è ciò di cui il paese ha bisogno oggi. E non ci si faccia abbagliare dal taglio delle tasse presente nella Legge di Stabilità 2016. Tagliare le tasse a debito non è altro che una promessa di maggiori tasse in futuro e quindi poco o nulla ha a che fare con l’idea di restituire ai cittadini la libertà di scegliere su come impiegare le loro risorse.


E’ contrario pure lei al taglio delle imposte sulla casa?

 

Niente affatto. La considero una scelta di buon senso. Chi oggi dice che sarebbe più opportuno cominciare, per esempio, dal lavoro e dalle imprese ragiona in astratto e dimentica che la politica tributaria è – o dovrebbe essere – il regno della semplicità e della stabilità. Perché le imposte vengano pagate devono essere in qualche misura “accettate” dai contribuenti. Si ricorda che cosa accadde in occasione dell’introduzione dell’Imu? A dicembre non sapevamo ancora cosa e quanto pagare per l’anno già trascorso. Si ricorda i nomi che, in sequenza, abbiamo dato alle imposte sulla casa negli ultimi anni? Non bastano le dita di una mano. E’ mai pensabile che l’imposizione su una fonte di reddito o su una voce di patrimonio lieviti così tanto e in così breve tempo come è capitato alla casa? Se letto in questi termini, il taglio delle imposte sulla casa è un provvedimento di semplice buon senso ed anche un giudizio senza appello sulle politiche tributarie degli ultimi tempi. In sintesi: nell’Italia del 2015 ogni riduzione della pressione fiscale è benvenuta. Ma – questo è il punto dirimente – non a debito. Difficile pagare le tasse con entusiasmo, ma non per questo le si scarica sui figli.

 

Quindi ha torto o no chi ha detto che questa Legge di Stabilità è stata scritta con la “mano destra”?

 

La Legge di Stabilità crea nuovo debito in assenza di qualsivoglia presupposto economico per farlo. Spacciare questa come una scelta di centrodestra segnala le difficoltà in cui il centrodestra si dibatte. Avendo spesso praticato nel ventennio passato il deficit spending, avendo ripetutamente consentito che l’operatore pubblico occupasse spazi non propri, avendo frequentemente visto nei contribuenti dei sudditi e non dei cittadini, per fare solo alcuni esempi, il centrodestra italiano è oggi privo di argomenti politici. E’ vittima dei suoi cedimenti alla demagogia e della mancanza di convinzione nelle sue idee. Se lo ricorda lei il centrodestra italiano che all’inizio dell’estate inneggiava ad Alexis Tsipras? Quando ci si spinge fino a quel punto – e cioè fino al punto del ridicolo – è difficile poi recuperare. E questo accade proprio quando la battaglia si combatte su quello che dovrebbe essere il terreno preferito del centrodestra: il bilancio dello Stato e quindi il rapporto fra lo Stato ed i cittadini.

 

Sembrerebbe una sentenza senza appello per il centrodestra…

 

Del centrodestra italiano non ho una grande esperienza. Mi limito ad osservare che gli elettori del centrodestra sono ancora lì e se non sono la maggioranza ci vanno ancora molto vicini. Come spesso è accaduto nel passato remoto non trovano chi li rappresenti. E chi dovrebbe farlo, per sua responsabilità, non sembra avere le armi per farlo. Eppure di occasioni ce ne sarebbe una al giorno.

 

Non se la cava così facilmente. Esempi, esempi…

 

Vediamo. Esempio numero 1. In base ad una recente sentenza della Corte costituzionale, una importante regione settentrionale ha falsificato il proprio bilancio, dirottando verso altri usi i fondi destinati – pensi un po’ – a pagare i debiti della PA. Se si fosse trattato di un privato, sarebbe scattata con ogni probabilità l’azione penale. Il Governo – con il sorriso sulle labbra – si appresta a varare una sanatoria per salvare quella ed altre regioni, scaricando inevitabilmente l’onere del salvataggio sui contribuenti. Lei non crede che il tema del rispetto delle regole – per il pubblico come e più che per il privato – non sia un tema proprio di forze di centrodestra? Lei non crede che il condono fatto, sostanzialmente, dalle istituzioni per se stesse sia qualcosa di particolarmente odioso? Lei non crede che gli elettori di centrodestra siano sensibili al tema della responsabilità? 

 

In effetti, l’argomentazione non è priva di senso. Altro?

 

Esempio numero 2. La vita del Governo Renzi – come e per certi versi più di quella dei governi precedenti – è stata scandita dagli scandali. Non è colpa del Governo Renzi, sia chiaro, ma ogni settimana ce n’è uno nuovo. Oggi l’Anas, ieri la sanità in questa o quella regione, l’altro ieri un servizio pubblico a caso in questo o quel comune, i migranti nei giorni pari, le infrastrutture nei giorni dispari… E tutto questo nonostante le norme sempre più incisive che si sono succedute ed anzi spesso sovrapposte, e nonostante che ormai ci si doti di un magistrato come garante anche se c’è da organizzare la sagra del fico secco. La realtà dei fatti – che nessuno vuol vedere – è purtroppo molto semplice: per combattere la corruzione bisogna prosciugare il mare in cui essa nuota e cioè la spesa pubblica. In Parlamento c’è chi si è (giustamente) stracciato le vesti per i 45 milioni poco elegantemente attribuiti dai partiti a se stessi. Povera anima! In quegli stessi giorni il Governo, dopo aver rinunciato a fare una seria riforma della PA (quella approvata è poco più di un simulacro) rinunciava a fare una seria revisione della spesa pubblica e con essa rinunciava a colpire la corruzione lì dove nasce, si forma, si consolida e si moltiplica. Parliamo di miliardi, in questo caso, e non di milioni. Non c’è riforma della pubblica amministrazione senza una vera spending review che ridisegni il perimetro del pubblico e non c’è lotta alla corruzione senza una vera riforma della pubblica amministrazione. Lei non crede che questo tema sia un tema proprio di forze di centrodestra? E lei non crede che, posto in questi termini, il tema renda evidente la incapacità culturale delle altre forze politiche di affrontarlo se non verbalmente? La chiave della lotta alla corruzione è nelle mani del centrodestra che però sembra non saperlo. Che cosa ha portato il centrodestra italiano così lontano dal senso comune di tanti suoi elettori?

 

Giusto, che cosa?

 

Ah, questa è una domanda che andrebbe posta ad altri. Io non ho alcun titolo per rispondere. Mi limito a dire che, soffrendo purtroppo di una rara e congenita allergia ai partiti della nazione, penso che di un centrodestra questo paese abbia bisogno. E subito. E – paradossalmente – penso che ne avrebbe un gran bisogno anche il governo: nel vuoto non si governa. Se va bene si amministra: non di più. Ma posso sbagliare: com’è noto, ho lasciato la politica attiva da anni.

 

A sentirla parlare non si direbbe. Ne ha nostalgia?

 

Della politica attiva, nessuna. Ho sempre pensato che sarebbe stata un periodo della mia vita ma che, fortunatamente, prima e dopo della politica attiva ci sarebbe stato altro. Il che non significa disinteressarsi delle sorti comuni e, di questi tempi, anche preoccuparsene.