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Russia, la repressione del dissenso e le debolezza dell’Europa

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La dura repressione in occasione della manifestazione pacifica – la cosiddetta marcia del dissenso contro il Presidente Putin – che lo scorso fine settimana ha infiammato Mosca non ha sollevato che brevi e isolati commenti di disapprovazione da parte dei membri dell’Unione Europea. Che a manifestazione finita, il discusso leader dei nazional-bolscevichi, Eduard Limonov, fosse stato prelevato dal suo appartamento per essere interrogato dalla polizia e che decine di persone siano finite in ospedale non è bastato perché l’Unione Europea si lasciasse andare ad una aperta condanna verso Putin.

In Europa dunque, la mancanza di libertà in Russia – negata nelle sue varie forme d’espressione, dalla censura alla stampa all’informazione unidirezionale,  pacificamente tollerata. Il silenzio dei principali leader Europei ricorda un titolo della popolare Bild Zeitung che il 16 agosto 1961 (pochi giorni dopo la costruzione del muro) intitolava a caratteri cubitali: «Gli Orientali agiscono! – cosa fanno gli occidentali? Gli occidentali non fanno nulla! Il Presidente Kennedy tace, Mac Millan va a caccia e… Adenauer inveisce contro Willy Brandt». Il quotidiano di allora si riferiva al fatto che Kennedy se ne fosse andato nella sua residenza estiva di Hyannis Port, De Gaulle fosse nella sua residenza a Colombey-les deux–Eglises, Mac Millan fosse andato in Scozia e Adenauer fosse si fosse diretto in aereo a Berlino.

Oggi che quel muro è crollato e portandosi via la guerra fredda, quel titolo potrebbe esser  forse riscritto cosí alla luce di nuovi eventi e di nuove ferite inferte ai diritti umani: Chirac va in pensione senza troppi rimorsi, Schröder continua i suoi traffici alla Gazprom, Stati Uniti e Unione Europea si limitano a esprimere una profonda preoccupazione per la repressione delle proteste in Russia senza tuttavia giungere ad un’aperta condanna.

Il 18 maggio prossimo a Samara il vertice bilaterale tra il ministro tedesco degli esteri, Frank Walter Steinmeier e il collega russo, Serghej Lavrov, avrà il compito di affrontare  - a margine - anche il tema della continua violazione dei diritti umani. A margine perché l’Europa non puó sacrificare una partnership strategica – vero oggetto del contendere a Samara – per difendere la violazione dei diritti umani. Violazione ricordata recentemente dall’assassinio della giornalista Anna Politkovskaia e dalle morti di altri decine di giornalisti. La lezione che l’Europa sta dando alla Russia è all’insegna della debolezza politica – l’Europa non è disposta a sacrificare la sua anima politica (o quello che oggi di lei resta) per quella economica. E' una lezione che mette a nudo sia la debolezza economica che la mancanza di visioni politiche alternative. L’indulgenza verso la repressione non è solo l’ennesima prova di una politica estera latitante in chiave europea ma l’aperta dimostrazione della totale dipendenza dalle risorse energetiche che Mosca ci concede.  L’Europa di oggi è incapace di gestire ogni crisi democratica e di intervenire in modo energico contro derive autoritarie ogni qual volta si presenti la minaccia di forti ritorsioni economiche.

Il ricatto energetico – la più forte minaccia in mano a Putin – mette a tacere ogni aperto titolo di condanna, finendo con l’emarginare la coscienza morale europea, (tanto elogiata in occasione dei recenti festeggiamenti a Berlino). In questo quadro, l’accordo sul taglio delle emissioni e il ricorso vincolante alle fonti alternative, approvato dal Consiglio Europeo e fortemente voluto da Angela Merkel assume una nuova importanza strategica che per il futuro dell’Unione Europea e per la costruzione della sua anima politica sarebbe bene non disperdere.

 

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