Russia, la verticale del potere non è stata all’altezza

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Russia, la verticale del potere non è stata all’altezza

29 Gennaio 2011

Il 24 gennaio la città di Mosca è stata sconquassata da un attentato suicida nell’aeroporto di Domodedovo, il più affollato dei tre principali aeroporti della città e nodo per compagnie aeree internazionali. Trentacinque persone sono rimaste uccise e più di cento ferite. Dopo la strage sono circolate molte ipotesi su chi potesse aver commesso l’attentato, con gran parte delle persone che ritenevano responsabili i militanti del Caucaso del Nord. Ma l’incidente è stato imbarazzante quanto tragico. È avvenuto alla vigilia della visita del presidente Medvedev al Forum di Davos, dove aveva sperato di mettere in mostra per gli investitori le attrattive della Russia su un palcoscenico mondiale. Sfortunatamente, incidenti come questo sembrano sempre di più far parte della stessa struttura della capitale. Il marzo scorso due attentatrici suicide si sono fatte esplodere nella Metropolitana di Mosca, uccidendo 40 persone e ferendone quasi 90.

Tragedie come l’orrore di questa settimana hanno sfregiato molte altre grandi città negli ultimi anni, sia in Europa che negli Stati Uniti. Incompetenza burocratica, sorpresa e confusione sono state spesso comuni come efficaci operazioni antiterroristiche. Ad ogni modo, un’analisi preliminare delle prime prove delle esplosioni di Domodedovo ci riporta alla mente tre realtà della politica in Russia.

La prima è che la politica del Cremlino nel Caucaso del Nord (se è davvero da lì che venivano gli attentatori) è a un punto morto. L’ultimo approccio – che ha combinato le dure operazioni di repressione contro i militanti con i generosi finanziamenti ai programmi sociali e la fiducia nei confronti dei più leali signori della guerra del luogo – ha fatto ben poco per arginare la violenza, che dalla Cecenia si è diffusa nel vicino Dagestan e in Inguscezia. Negli ultimi anni, inoltre, il conflitto si è evoluto, da separatista a jihadista.

La seconda realtà (e non stupisce nessuno) è che le autorità di polizia russe sono inefficienti e altamente politicizzate, nonostante un’apparentemente infinita serie di riforme. Nessun servizio di sicurezza può impedire tutti gli incidenti, ma la frequenza di attacchi terroristici fa porre qualche domanda sulla campagna governativa di contrasto al terrorismo. Questa settimana le autorità hanno velocemente scaricato gran parte della colpa per l’attentato suicida sui funzionari locali responsabili della sicurezza dell’aeroporto e sul ministero dell’Interno invece che sull’FSB, la potente istituzione con il compito di combattere il terrorismo su tutto il territorio nazionale. Inoltre, come ci ricorda questa settimana il magazine Economist, nessuno degli attentati terroristici avvenuti sotto Putin ha portato alle dimissioni di capi della sicurezza federale. Questa settimana il presidente Medvedev ha chiesto ad Aleksandr Bortnikov, direttore dell’FSB, di dare suggerimenti su come affrontare il terrorismo, ma non lo ha rimosso dall’incarico. Nel frattempo, il molto meno collegato ministero dell’Interno, come ha fatto notare l’esperto NATO Andrew Monaghan, si trova sotto forte pressione politica per i suoi generalizzati fallimenti.

In ultimo, in questi tragici sviluppi come nella gran parte delle aree della politica russa, c’è l’onnipresente questione del denaro. Nello scorso decennio il controllo sull’aeroporto di Domodedovo, ora in mano a una oscura società chiamata East Line, ha rappresentato un importante trofeo nella lotta tra gli interessi di varie grandi aziende. Il presidente Medvedev ha detto questa settimana che il management dell’aeroporto dovrebbe essere ritenuto responsabile dell’incidente, mentre il vicepresidente della Duma Zhirinovsky ha suggerito che la battaglia sul controllo dell’aeroporto è stata una delle ragioni per cui l’attentato è riuscito. L’attentato, secondo il giornalista Maksim Logvinov, potrebbe condurre a un rimpasto dei siloviki collegati alla struttura. Un esperto ha addirittura supposto, benché in maniera tutt’altro che convincente, che l’incidente fosse parte di un tentativo di far naufragare una imminente IPO (Offerta Pubblica Iniziale) della East Line.

Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali e della Duma, è probabile che la reazione delle autorità russe alla tragedia di Domodedovo sarà più dura di come sarebbe stata altrimenti, con minori possibilità di successo. Ancora una volta saranno gli elettori a decidere se questi attacchi mostrano una crepa profonda nel tanto decantato sistema di stabilità di Vladimir Putin, o se intendono scommettere sul suo ritorno al Cremlino per prendere il controllo. Medvedev, nel frattempo, è tornato al suo discorso di apertura in Svizzera dopo i fatti, per trovarsi di fronte a una prova molto più dura di quanto avrebbe potuto immaginare solo 72 ore prima.

© Voice of America – Russian Service
Traduzione Andrea Di Nino

Donald N. Jensen è Senior Fellow al Center for Transatlantic Relations (CTR) della SAIS-Johns Hopkins University. Dal 2002 al 2008, è stato Direttore per la Ricerca di Radio Free Europe/Radio Liberty a Washington, DC, dove è stato responsabile delle attività di analisi riguardanti oltre venti paesi dell’Europa centro-orientale, l’ex Unione Sovietica, il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Scrive diffusamente sugli sviluppi politici, economici e nell’ambito della sicurezza in Russia ed Ucraina e partecipa regolarmente come commentatore per i principali media statunitensi e internazionali.