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Rutelli a Roma non poteva vincere: lo sapevano tutti (Veltroni per primo)

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“Tra qualche giorno dirò la verità”. Così Francesco Rutelli ha reagito all’intervista che Goffredo Bettini ha rilasciato al Corriere due settimane fa, nella quale sosteneva che “sì, è vero, il candidato per Roma non era quello giusto”. Qualche giorno fa la verità è uscita su Panorama e rimbalzata su Dagospia, il miglior acceleratore di diffusione per notizie e articoli che esista oggi in Italia. Quella verità però non l’ha raccontata Francesco Rutelli, bensì è diventata uno scoop - ma solo apparente come spiegheremo tra breve - del settimanale di Segrate. Quella verità ci arriva attraverso un sondaggio molto approfondito, dal quale si capisce come la missione del candidato Rutelli fosse veramente impossible, visto il livello di impopolarità raggiunto dalla Giunta Veltroni. Tutto ciò sarebbe stato tenuto nascosto al Rutelli novello Tom Cruise.

In realtà tutti sapevano tutto. Rutelli due settimane fa ha reagito a caldo alla stoccata di Bettini, ma poi ha confezionato meglio la sua vendetta con l’uscita di quel sondaggio, fingendo di non averlo mai visto. Il risultato sperato sarebbe: “maledetti, sapevate che andavo al massacro ma non mi avete detto niente!”. Purtroppo però la fonte del sondaggio fa capire che qualcosa non torna.

Il sondaggio è stato svolto dalla Ipsos di Nando Pagnoncelli, il quale è stato in costante contatto quotidiano con tutti i più stretti collaboratori di Rutelli, i quali oggi giurano di non aver mai visto quel piccante dossier. In realtà era tutto chiaro nei dettagli. E quando Rutelli è stato chiamato da Veltroni e Bettini, ha accettato un po’ controvoglia la candidatura, convinto però di poter risalire la china, pienamente cosciente della gravità della situazione. Perché altrimenti avrebbe iniziato la sua campagna parlando di “gravi ritardi”, di sostanziale “immobilismo” nel quale era stata lasciata la città,  di urgenti “piani per i parcheggi e per la manutenzione stradale”, “di periferie troppo dimenticate”, di voler andare a prendersi anche qualche “vaffa” per conoscere la situazione della città?

In verità alla prima dose di “vaffa” inaspettata, durante un’iniziativa a Primavalle, Rutelli ha pensato: “Basta! Perché mi devo andare a prendere gli insulti diretti a Walter?”. E stizzito si è chiuso nella torre d’avorio del suo Comitato, confidando nella sua buona stella. In un primo momento, quando il centrodestra non aveva ancora deciso il candidato, sembrava talmente tutto già deciso, che tutti i "poteri forti" di Roma erano andati a baciare la pantofola del vecchio-nuovo sindaco annunciato.

E quando i suoi collaboratori gli mostravano la gravità della situazione Rutelli rispondeva: “avete sbagliato campione”. Insomma: da una parte sapeva benissimo quanto il Modello Roma veltroniano fosse, come abbiamo scritto nel libro dell’Occidentale, un grande bluff, dall’altra confidava nel ricordo lasciato nella sua esperienza di primo cittadino. I fattori non valutati sono stati molti, troppi. In fondo se Rutelli avesse riflettuto meglio, avrebbe dovuto capire che sul terreno percorso da Veltroni non cresce mai l’erba. Era già successo nel 2001, quando Veltroni fuggì da Botteghe Oscure per sfruttare la popolarità raggiunta da Rutelli sindaco e fingersi vincitore, in una debacle totale del centrosinistra e dei Ds ridotti al minimo storico dalla svolta della Bolognina. In quel caso Rutelli recuperò molto ma perse. E si è ripetuto quest’anno: dopo aver incantato i romani con i “fasti veltroniani”, il segretario del Pd in appena due anni si era palesato in tutta la sua incapacità e nel suo sostanziale disinteresse per la "noiosa" prassi amministrativa, producendo il disastro irreversibile registrato dal sondaggio, nel quale Rutelli si è lasciato coinvolgere. Quanto il Comitato Rutelli fosse percorso da sentimenti schizofrenici  lo testimoniano le sensibilità affatto differenti di chi ci lavorava.

Se da un lato c’era chi, come Riccardo Milana segretario cittadino del Pd, esclamava trionfante: “stavorta je tojemo (al centrodestra ndr) pure Ostia”, dall’altro c’era chi provava a far capire che l’unica risposta a quei sondaggi devastanti era la politica, l’andare in quelle periferie deluse – che infatti hanno sancito la sconfitta di Rutelli – per convincere il “proprio” elettorato di quanto Rutelli fosse diverso, della volontà di fare piazza pulita del “blocco di potere” veltroniano. Ecco, il “blocco di potere”, quello lo percepivano tutti e infatti Gianni Alemanno ha giustamente battuto molto su questo tasto. Rutelli invece ha peccato di politicismo, di verticismo, di iattanza: “Alemanno accetti subito quel posto da ministro che gli hanno proposto…”. Ha voluto essere leale verso il segretario del “suo” partito, dal quale invece doveva distaccarsi il più possibile, per poter poi usare la vittoria a Roma come risorsa alternativa per il Pd.

Invece, ha pensato che l’accordo con i poteri economici e culturali, con le categorie, con i sindacati, potesse bastargli a vincere. E ha trascurato quanto, sebbene fosse stato un sindaco tutto sommato bravo e amato, nel frattempo si era perso in operazioni di partito, si era fatto fagocitare dalle logiche di palazzo, trascurando il suo talento più grande: l’essere un politico vero, che sa coniugare concretezza e comunicazione, magari meno affabulatorio di Veltroni, ma molto più capace di amministrare una città che conosce come nessun altro. E quella conoscenza la si è capita tutta nella manifestazione finale di Torpignattara prima del ballottaggio, quando in una piazza “riqualificata” dalla sua Giunta aveva tirato fuori tutto il suo orgoglio, tutta la sua conoscenza nel dettaglio della “sua” Roma, dei gravi problemi che ancora la affliggono e aveva provato a lanciare l’appello disperato: “Neanche un voto vada perso!”. Ma era troppo tardi, la frittata ormai era fatta. I romani avevano già scelto di voltargli le spalle, di dare fiducia ad Alemanno, che nonostante conosca meno la città di Rutelli l’ha saputo ascoltare meglio, l’ha capita di pancia, e senza strafare ha costruito la sua vittoria.

 

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