Saakashvili: “La versione della Russia non coincide con i fatti”

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Saakashvili: “La versione della Russia non coincide con i fatti”

29 Agosto 2008

“Chiunque pensi che Mosca non abbia deliberatamente pianificato questa invasione e che la Georgia l’abbia provocata gratuitamente si sbaglia di grosso”, mi ha confidato il presidente Mikheil Saakashvili nel corso di una conversazione avvenuta a tarda notte nel palazzo della presidenza georgiana lo scorso fine settimana. “La nostra decisione di accettare lo scontro è stata presa all’ultimo momento, quando i carri armati russi erano già per la via – non avevamo scelta”, ha spiegato Saakashvili. “Abbiamo preso l’iniziativa solo per guadagnare tempo. Sapevamo bene che non avremmo vinto contro l’esercito russo, ma dovevamo fare qualcosa per difenderci”.

Ero appena rientrato da Gori, che era ancora sotto l’ombra dell’occupazione russa. A Gori avevo imparato sul campo come in questa guerra la Russia abbia messo in opera una strategia di propaganda accuratamente studiata. Alcuni amici georgiani mi hanno introdotto clandestinamente in città passando per una strada sterrata, a pochi metri dai posti di blocco russi, senza essere visti. Abbiamo osservato che nel corso del giorno i carri armati nelle strade di Gori si ritiravano verso le colline. A quanto pare i russi erano convinti che i testimoni oculari stranieri cui avessero concesso di entrare ne avrebbero unanimemente ricavato l’impressione non di una città occupata, ma piuttosto di una città stabilizzata e pacificata.

Restando però anche la notte, dopo la partenza dei testimoni, come abbiamo fatto io e vari abitanti del posto, nel buio si potevano sentire e intravedere i carri armati che tornavano in città e ne pattugliavano le strade. Al tramonto aveva inizio un coprifuoco estremamente serio, dato che le strade si trasformavano all’istante in un luogo mortale, non da ultimo perché i carri armati trasportavano in città individui non autorizzati – Cosacchi, Osseti del sud, Ceceni e simili – per consentire loro di saccheggiare una città che i Russi avevano sapientemente svuotato. Anche se i Russi hanno inscenato un ritiro in grande stile – ma solo per attestarsi in una zona a qualche chilometro da Gori sull’altro lato, verso l’Ossezia del Sud – si sono lasciati alle spalle una minaccia che non cessa di echeggiare nella memoria della popolazione, la sensazione che potrebbero tornare in qualunque momento.

Il danno arrecato alle aree civili di Gori, come il quartiere di Combinaty risalente all’epoca di Stalin, sbugiarda le pretese del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, che sulle pagine del “Wall Street Journal” ha affermato che le forze russe “hanno agito in modo efficiente e professionale” per conseguire “obbiettivi chiari e legittimi”. O le cose stanno così oppure i russi pensano davvero che radere al suolo aree residenziali allo scopo di diffondere la paura, indurre degli innocenti alla fuga e creare massicci flussi di profughi sia un obbiettivo “legittimo”.

I profughi di Gori hanno cominciato a rientrare. La gente comincia a ritornare anche a Poti, una città portuale nei pressi dell’Abkhazia, strategicamente assai più rilevante di Gori perché rappresenta uno sbocco vitale per il commercio georgiano e potrebbe garantire in futuro l’accesso delle navi Nato. I russi stanno consolidando le loro posizioni intorno alla città e all’area portuale, e rifiutano di muoversi di un pollice mentre tutto il mondo sta a guardare.

“Ho ricevuto una telefonata dal ministro degli Esteri russo, mi informava che circa duecento carri armati di Mosca si stavano radunando per entrare a Tskhinvali passando dall’Ossezia del Nord”, mi ha raccontato Saakashvili. “In un primo momento l’ho ignorata, ma continuavo a ricevere notizie secondo le quali i mezzi avevano cominciato a muoversi. In realtà avevano mobilitato le riserve con diversi giorni di anticipo”.

Questo è esattamente il tipo di informazione che i russi hanno omesso e che la stampa mondiale continua a ignorare, a dispetto di una consuetudine ormai decennale con i metodi di disinformazione del Cremlino. “Abbiamo poi saputo dai piloti abbattuti che erano stati chiamati tre giorni prima da posti come Mosca. A suo tempo avevamo ricevuto informazioni a questo proposito, ma non ci potevamo credere. Nelle ultime settimane, inoltre, le artiglierie dei separatisti avevano intensificato il fuoco di sbarramento e miravano ai nostri soldati. Continuavo a dire ai nostri ragazzi di stare calmi. A dire il vero la maggior parte delle nostre truppe era schierata nei pressi dell’Abkhazia, perché pensavamo che i problemi più grossi sarebbero venuti da lì. Se la nostra intenzione fosse stata attaccare può ben immaginare che per prima cosa avremmo richiamato le nostre truppe migliori dal fronte iracheno”.

Secondo il presidente georgiano i russi hanno pianificato con settimane, forse con mesi di anticipo un’invasione della Georgia: “Alcuni mesi fa, a Dubrovnik, alcuni leader occidentali mi hanno messo in guardia, dicendo che avrei dovuto aspettarmi un attacco nel corso dell’estate”, spiega Saakashvili. “Putin mi aveva già minacciato in febbraio, dicendo che saremmo diventati un protettorato russo. Quando ho incontrato Medvedev, a giugno, è stato molto amichevole. L’ho rivisto a luglio ed era un altro uomo, nervoso, sfuggente. Cercava di evitarmi. Sapeva qualcosa già allora. Chiedo a tutti di domandarsi che cosa voglia dire mobilitare centinaia di carri armati per occupare un paese nel giro di due giorni. Due giorni interi ci vogliono soltanto per rifornirli di carburante. La verità è che erano già partiti. Ragioni, la prego, perché avremmo dovuto scatenare una guerra mentre tutti i nostri alleati occidentali erano in ferie?”.

Accenno al fatto che anche la scelta del momento è una questione da discutere. Perché proprio ora? Perché i russi non hanno agito prima o dopo? Si è trattato di un concorso di fattori, ha risposto Saakashvili: l’utile distrazione rappresentata dalle Olimpiadi di Pechino e dalle elezioni americane, il fatto che Putin ha avuto bisogno di tempo per consolidare il suo potere, il rischio che in inverno i carri armati si impantanassero.

Sono però due, a quanto pare, i grandi fattori che hanno segnato il destino della Georgia quest’estate. In aprile, la NATO ha rimandato al successivo summit di ottobre la decisione di accogliere la Georgia nell’organizzazione. Saakashvili sostiene che Mosca ha compreso di avere ormai una sola occasione per impedire alla Georgia di entrare nella Nato.
Infine, afferma Saakashvili, l’invasione doveva essere completata prima che la situazione in Iraq migliorasse, lasciando libere le forze USA di agire altrove – non si tratta soltanto della debolezza degli USA, ma della loro forza crescente. “Se l’America pensa di essere troppo debole per intervenire in favore della Georgia”, ha affermato Saakashvili, “non è difficile capire come la vedano i russi, e si sa quanto Mosca rispetti degli Stati Uniti forti, o perlomeno degli Stati Uniti che credono nella loro forza”.

 

© Wall Street Journal 

Traduzione Francesco Peri