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Il punto

Sacconi: “Dal governo Monti una riforma del lavoro non fortunata”

Maurizio Sacconi, come giudica l'agenda Monti da ex ministro del Lavoro?

«Innanzitutto il governo Monti non ha prodotto una riforma del lavoro fortunata. La legge Fornero ha ridotto la propensione ad assumere ed è stata definita sulla base di uno strano negoziato concluso inizialmente con l'accordo di tutte le parti sociali tranne la Cgil. Poi Monti ha inseguito la Cgil e il Pd e ha corretto come volevano il testo al punto di scontentare le associazioni d'impresa. E si è pure offeso per la loro critica».

Però ha favorito l'accordo sulla produttività, che non è stato firmato da Camusso...

«Anche nella trattativa sulla produttività, il governo ha preteso si cercasse il consenso della Cgil. Per questo il testo è povero di contenuti, al di sotto della nostra norma sulla contrattazione aziendale e territoriale, il famoso articolo otto che oggi la sinistra vuole abrogare con un referendum».

Quindi riforme bocciate?

«Io non ho votato la riforma del lavoro e dissi che avrebbe ridotto l'occupazione, cosa che è accaduta. La causa è nota, la legge ha inibito l'uso di tutte le tipologie contrattuali flessibili, che sono quelle più utilizzate in un tempo di aspettative incerte, e ha peggiorato l'apprendistato appena riformato».

Torniamo all'agenda. Giusto chiedere di mantenere tutte le riforme di Monti?

«Sul lavoro noi diciamo che bisogna tornare alla legge Biagi. Rispetto all'accordo sulla produttività, bisogna incoraggiare le singole imprese ad applicare l'articolo 8, che aveva reso la contrattazione aziendale e territoriale capace di riscrivere gli stessi rapporti di lavoro. Poi noi crediamo che il salario di efficienza debba essere detassato strutturalmente, mentre il governo Monti ha ridotto drasticamente la nostra detassazione. Anche in questo caso ha pesato l'ostilità della Cgil».

Quale è il difetto di fondo dell'Agenda?

«Nell'insieme le manca l'anima. La scelta di liberare la vitalità della società, di privilegiarla allo Stato. Resta la pretesa neo giacobina che considera la società diseducata, come se dovesse essere presa per un orecchio e accompagnata forzatamente a virtù».

Impostazione scelta per ingraziarsi la sinistra?

L'esperienza di Monti è stata ambigua, a causa della grande coalizione che la sosteneva. Proprio sulla base di questo vissuto Monti si sarebbe potuto presentare con un'agenda liberale, solidale e popolare, invece ne ha costruita una funzionale all'incontro con la sinistra.

Lei però credeva fosse possibile un'intesa con lui...

Io avevo sperato nell'unità dei moderati contro la sinistra perché la considero pericolosa per il futuro dell'Italia.

Possibile farlo con Monti?

No, Monti non ha raccolto questa responsabilità, ha fatto esattamente il contrario.

Altri problemi dell'Agenda?

Non assume la base etica della tradizione nazionale. Eppure sappiamo che la sinistra cercherà di mettere in discussione la nostra visione antropologica, dall'estensione dell'istituto matrimoniale alle adozioni per le coppie omosessuali, dalla fecondazione eterologa all'eutanasia.

Cosa pensa del salario minimo garantito?

Non si combatte la povertà da Roma con un costoso, burocratico e deresponsabilizzante salario minimo. È l'opposto della social card, leva sussidiaria, che noi abbiamo avuto appena tempo di avviare e che si avvale delle municipalità e delle associazioni locali per individuare e contrastare la povertà.

La riforma previdenziale va difesa come sostiene Monti?

Quando si parla di previdenza bisogna conciliare i numeri con le persone. La riforma Monti, ha cancellato ogni transizione al punto che poi si è dovuto provvedere agli esodati. Ferma restando la sostenibilità del sistema, sarà doveroso inserire elementi di flessibilità, sostenuta anche da versamenti volontari e da coerenti calcoli delle prestazioni.

Tratto da Il Giornale

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