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Sacconi: ora la cassaintegrazione copre tutti i lavoratori

«La copertura della cas­sa integrazione è ge­neralizzata e non man­cano le risorse. Così sono stati e­vitati i licenziamenti di massa, av­venuti invece in altri Paesi. Le im­prese oggi possono mantenere le persone in azienda» . Il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi rac­coglie le sollecitazioni, analizza i dati dell’Istat, ma rivendica an­che con forza quanto fatto dal go­verno. Dopo, però, aver espresso «la commozione all’immenso do­lore dei familiari e dei colleghi delle tre vittime del lavoro dece­dute in Sardegna» . Per le quali «a­desso sono doverosi i più attenti e scrupolosi accertamenti sulle responsabilità: andranno verifi­cati i dispositivi di protezione e il rispetto degli adempimenti degli organi di vigilanza» .

L’Istat ha fornito ieri uno spac­cato preoccupante della crisi, in particolare per quanto riguarda i capifamiglia con lavori a termi­ne, che paiono i più colpiti dalla recessione. Come li si protegge?
L’Istat di fatto conferma che le persone più vulnerabili sono i ca­pifamiglia, tanto più se ultracin­quantenni. Lavoratori che, se e­stromessi dal mercato del lavoro, rischiano di non rientrarvi più. Ma proprio perciò abbiamo atti­vato un sistema di diffusa prote­zione del reddito, unito però alla conservazione del posto. Non sussidi di disoccupazione gene­ralizzati, ma ammortizzatori so­ciali come la cassa integrazione che intervengono dove c’è so­spensione dell’attività, non li­cenziamento.
 
I nostri ammortizzatori sociali sono però tradizionalmente li­mitati e selettivi...
Non più. Con i provvedimenti an­ticrisi abbiamo esteso la cassa in- tegrazione e gli altri sussidi a tut­ti i lavoratori subordinati, di qua­lunque tipologia sia il loro con­tratto, in qualsiasi settore mer­ceologico operi l’azienda e a pre­scindere dalla sua classe dimen­sionale.

Si può dire che tutti i lavoratori dipendenti possono essere tutelati dalla cassa integra­zione, anche l’apprendista di un artigiano, anche il con­trattista a termine di un ne­gozio?
Ripeto: tutti sono coperti. Questo è anche il senso della moratoria che abbiamo pro­posto alle imprese: non chiedia­mo loro un gesto 'folle', senza of­frire strumenti alternativi al li­cenziamento. Diciamo agli im­prenditori: voi vi impegnate a non estromettere nessuno dalle a­ziende e lo Stato mette a disposi­zione la cassa integrazione, dove si può anche la formazione per ' impegnare' in maniera utile il periodo di sospensione. Così l’a­zienda mantiene all’interno per­sonale con competenze e sarà più forte quando partirà la ripresa.

C’è però un problema di durata della cassa integrazione: sinda­cati e imprese chiedono di al­lungarla da 12 a 24 mesi. E le ri­sorse non rischiano di mancare?
Non è così. Abbiamo già ridise­gnato i conteggi per giorni utiliz­zati e non per settimane. Ma an­che quando si arrivasse a consu­marne per un anno intero, ab­biamo già predisposto la possibi­lità di utilizzare un ulteriore an­no di cassa integrazione straordi­naria come ordinaria. E questo senza causali particolari. Le ri­sorse finora utilizzate, poi, sono una piccola parte di quelle a di­sposizione.

Ancora, i lavoratori in cassa in­tegrazione ricevono fino a un massimo di 858 o 1.031 euro lor­di a seconda del livello di stipen­dio al momento della sospensio­ne. Per le famiglie di operai si­gnifica trovarsi con poco più di 700 euro netti e così non ce la fanno a tirare avanti.
Capisco che se una famiglia nor­malmente può contare su 1.400 o 2.000 euro di stipendio, 700 o 900 euro di cassaintegrazione non siano la stessa cosa. Ma questi li­velli di sussidio – di norma intor­no all’ 80% del salario – sono tra i più alti e soprattutto tra i più 'lun­ghi' come durata di quelli di tut­ti i Paesi industrializzati.

La crisi colpisce anche e soprat­tutto i collaboratori: almeno un milione di persone che rischia­no di trovarsi a zero entrate...
Per i lavoratori a progetto con un solo committente questo governo – e non altri, nessun altro – ha previsto un sussidio straordinario del 20% del red­dito conseguito lo scorso an­no. E questo nonostante il col­laboratore debba essere con­siderato comunque non un su­bordinato ma un indipendente come gli autonomi.

C’è una fascia di popolazione, già disagiata, oggi a rischio miseria, più che povertà. Perché non in­trodurre un reddito minimo ga­rantito?
Situazioni particolari di difficoltà certo ci sono. Ma io mi opporrò sempre all’idea di un reddito mi­nimo garantito a prescindere dal­l’inserimento in un percorso for­mativo o di lavoro, di sussidi non collegati a un’attività lavorativa svolta in precedenza. Così si fini­sce solo per intrappolare persone deboli nel lavoro sommerso o nell’inattività senza sbocchi. In­vece tutti i sussidi devono ri­spondere o a criteri assicurativi ( ho lavorato, versato contributi e dunque ho una prestazione) o ba­sarsi su un’attivazione alla ricer­ca di un impiego. E ai giovani di­co: in questa fase accettate qual­siasi lavoro, anche non corri­spondente al vostro titolo di stu­dio.

C’è però uno ' zoccolo duro' di povertà da affrontare...
Certo: ci sono anziani in diffi­coltà, madri sole, persone che non possono lavorare, magari con figli piccoli. Abbiamo inizia­to una lotta alla povertà co­struendo con la social card una prima anagrafe dei bisogni e un primo canale d’intervento. Lo rafforzeremo. Così come dovre­mo fare di più per le famiglie, reintroducendo le deduzioni fi­scali che il governo precedente ha cancellato penalizzando i nuclei. In generale sono sensibile all’ap­pello della Chiesa e dei vescovi, doveroso da parte di un’autorità morale, sulla difesa dei più debo­li e dei lavoratori. È bene però ri­conoscere che le imprese stanno evitando i licenziamenti, nono­stante la crisi, proprio grazie alle tutele che abbiamo messo in campo e che credo possano scon­giurare un’ulteriore perdita di oc­cupati».

 

© L'Avvenire

 

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2 COMMENTS

  1. Crisi e cassa integrazione
    io penso che invece di spendere soldi nella cassa integrazione, sarebbe piu utile usare i capitali per far fare investimenti alle imprese. Cosi facendo i lavoratori avrebbero un reddito e le imprese sarebbero piu robuste. Nella ditta dove lavoro io ci sono i problemi descritti dal Ministro
    Sacconi. Ma il problema e che la ditta dove lavoro io mette in cassa quelli che ci sono qui a Novara
    e costruisce impianti in Malesia. Ecco è questo il guaio. Fin che non si fara un’adeguata politica industriale al fine di contrastare l’emigrazione delle aziende in quelle aree non caveremo un ragno dal buco. Lo volete sapere perchè la ditta dove lavoro io va in Malesia? Ve lo dico subito. Il governo malesiano concede al mio datore di lavoro
    10 anni di esenzione da ogni tassa e imposta. E in piu non paga l’acqua, non paga l’energia o se la paga sborsa delle cifre isrrisorie. Ecco. Provatevi a misurare con queste politiche.

  2. commento alla cigs
    Io sono convinta visto l’andamento di questa crisi, che i più ricchi saranno sempre più ricchi , i poveri sempre più poveri e furbi sempre più furbi. dalle ns. parti moltissimi operai in cassa itegrazione si lamentano ( intanto incassano la cig ) e poi vanno a fare i muratori, gli ortolani , gli imbianchini sotto banco e così portano a casa u altro stipendio. E chi li controlla?? Nei campi o nei cantieri semi chiusi ??

    Boh chissa dove finiremo!!

    Rita

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