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Sacconi: “Una spending review seria deve avere tra le priorità la riduzione della pressione fiscale”

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Ridurre la spesa nel mare magnum della pubblica amministrazione ha due valenze strategiche: “Diminuzione della pressione fiscale e maggior credibilità dell’Italia in Europa per affrontare il grande tema che in tempi di crisi si impone: la trasformazione della Bce in banca di ultima istanza”. Problema quest’ultimo, oggi alla base dell’instabilità quotidiana con la quale tutti, ma proprio tutti, a Roma come a Bruxelles, ci troviamo a fare i conti. E’ la premessa dalla quale muove il ragionamento del senatore Maurizio Sacconi (Pdl) che al tema della spending review ha voluto dedicare un seminario di approfondimento promosso dall’Associazione ‘Amici di Marco Biagi’ e dalla Fondazione Magna Carta, chiamando al confronto (e direttamente in causa) il ministro Giarda che ai meccanismi di riduzione della spesa pubblica sta lavorando e il sottosegretario Polillo (Economia).

Un ‘paper’ analitico dei mali ‘storici’ e più recenti, corredato dalle indicazioni sulle soluzioni possibili è il contributo (aperto), offerto al governo come strumento di confronto e di lavoro comune. L’idea-guida è quella della responsabilità delle funzioni politiche e dirigenziali nelle pubbliche amministrazioni, ciascuna nel proprio ambito di competenza. Sono sei i criteri prioritari sui quali si focalizza l’attenzione e sui quali – si suggerisce – dovrebbe essere concentrata l’azione e dunque la sua efficacia: dall’adozione generalizzata della contabilità economica per centri di costo, riconciliata con la contabilità finanziaria per rendere quantificabili gli obiettivi degli atti di indirizzo, sollecitare una gestione responsabile e misurabile, favorire comparazioni, migliorare i controlli interni ed esterni; all’attuazione del federalismo fiscale, a partire dagli atti previsti per quest’anno e anticipando quelli per il prossimo, in modo da disporre quanto prima dei costi standard per la sanità e dei fabbisogni standard per le municipalità.

E ancora: la definizione quanto più estesa nelle amministrazioni di costi standard e prezzi di riferimento; oltre a una radicale deregolazione degli adempimenti, sostituendoli con la responsabilità sanzionata e vigilata delle persone fisiche e giuridiche tenute ai comportamenti disposti dalle leggi. Si indica poi come necessario il ridimensionamento delle funzioni pubbliche sulla base di soluzioni nel segno della sussidiarietà orizzontale; il completamento della digitalizzazione delle funzioni pubbliche e infine la trasparenza totale come strumento di partecipazione al governo e di responsabilizzazione dei vertici politici e amministrativi delle istituzioni. Sono criteri – si legge nello studio – attraverso i quali “si può tempestivamente attuare una solida e diffusa razionalizzazione delle funzioni centrali e decentrate dello Stato, delle Agenzie e degli enti pubblici, delle Regioni, dei loro enti strumentali e delle loro società partecipate, dei servizi socio-sanitari regionali, del trasporto pubblico locale, degli enti locali e loro partecipate”.

Altro aspetto, non meno significativo, riguarda l’obiettivo di “ridurre drasticamente i centri di costo e le sedi fisiche riorganizzando le funzioni”. Capitolo che va dagli ospedali marginali alle aziende di trasporto pubblico locale, dalle sedi universitarie decentrate agli uffici periferici dello Stato; dalle agenzie fiscali ai servizi di back office e di funzionamento delle forze di polizia.

L’analisi sul pubblico impiego fissa un traguardo: un settore pubblico più sostenibile finanziariamente e più produttivo. Se questa è la mission, un passaggio strategico riguarda la riduzione “nella dimensione degli occupati”, riconducendo l’intero sistema a “rapporti di lavoro coerenti con le funzioni, remunerato anche in relazione ai risultati della riorganizzazione”.

In altre parole: meno dipendenti, meglio remunerati. Per questo lo studio dell’Associazione ‘Amici di Marco Biagi’ considera “decisive l’attuazione della mobilità, anche unilaterale, e la migliore ricollocazione delle risorse umane, anche attraverso processi di formazione mirata”.

Il contesto di riferimento è presto detto: il quadro economico-finanziario, gli obblighi previsti dal fiscal compact e i dati sulla spesa pubblica che ormai supera il 50 per cento del Pil. Elementi che impongono di agire e presto, anche per evitare entro ottobre l’aumento di due punti percentuali di Iva e per raggiungere l’ormai fatidico pareggio di bilancio nel 2013. Da questo punto di vista il ‘piano-Giarda’ si pone in continuità con quanto fatto dal precedente governo nelle manovre di luglio e agosto scorsi, fissando come obiettivo entro il 2012 una riduzione della spesa pubblica pari a 4,2 miliardi di euro. Se il meccanismo della razionalizzazione è sacrosanto, altrettanto importante è tendere alla “semplificazione legislativa e amministrativa”.

Perché, ricorda Sacconi, “semplificare significa rendere più fruibile il quadro delle regole del paese, diminuire il numero delle norme, eliminare gli oneri amministrativi inutili che gravano su cittadini e imprese, agevolando l’adempimento di quelli necessari per garantire un livello di tutela adeguato e per assicurare lo svolgimento delle funzioni pubbliche”. Una simile impostazione, accresce il livello di fiducia di cittadini e imprese nell’amministrazione e rappresenta il presupposto per creare un contesto normativo e amministrativo in grado di attrarre investimenti e favorire imprenditorialità e innovazione.

Il governo Berlusconi nel 2008 aveva avviato un programma di misurazione degli oneri amministrativi derivanti dalla normativa statale con l’obiettivo di ridurli del 25 per cento entro il 2012. Il risultato concreto – evidenzia il dossier – è che “grazie ai numerosi interventi di semplificazione adottati in 11 aree di regolazione selezionate in base al loro livello di impatto, ad oggi sono stati quantificati risparmi per cittadini e imprese per oltre 8 miliardi di euro all’anno”.

Un capitolo molto dettagliato del ‘paper’ è dedicato al federalismo fiscale che se attuato coerentemente, viene considerato “un imponente processo di razionalizzazione della spesa, ma diventa al tempo stesso “razionalizzazione di una parte importante del sistema fiscale”. Due i pilastri essenziali che devono guidare l’azione complessiva: un sistema di finanza pubblica correlato a meccanismi di premi e sanzioni; un sistema informatico e informativo in grado di garantire massima trasparenza sulla destinazione delle risorse, sui programmi e le politiche, oltre e non ultimo sulla qualità ed efficienza dei servizi erogati.

L’altro elemento-chiave, sta nel passaggio dalla spesa storica di Comuni e Province al fabbisogno standard. Nel dossier viene considerata senza tanti giri di parole “la vera spending review per il comparto degli enti territoriali”.

Un tema sul quale il ministro Giarda replica. Ma lo fa ‘a titolo personale’ e da ‘docente universitario’, sostanzialmente riscrivendo alcune regole del federalismo fiscale (che peraltro è stato approvato dal parlamento ed è già legge).  Gli enti decentrati – osserva Giarda - spendono “240 miliardi e di questi solo 100 sono frutto di entrate proprie”: un dato da correggere. Ripianare le differenze fra le regioni ricche non dovrebbe essere un “business” dello Stato che, invece, dovrebbe concentrarsi su come rimediare alle carenze nelle regioni dove il livello di reddito procapite è inferiore alla media. Si tratta di un ragionamento di lungo periodo – premette il ministro – ma che riguarda da vicino il tema della spesa pubblica. Quindi avverte:“Se la si vuole governare bene bisognerebbe che il legislatore nazionale iniziasse a disinteressarsi di quello che accade nelle province ricche dell'impero”.

Controreplica di Sacconi che condivide il passaggio sulle differenze tra territori ma al ministro ricorda che intanto il federalismo fiscale è già legge e che per quest’anno va rimodulato il patto con le Regioni per il fondo sanitario. Domanda: con quali criteri? L’ex ministro non ha dubbi: “I costi standard consentirebbero di garantire risorse corrispondenti alle reali capacità”.

Il tutto in attesa che Enrico Bondi, il super-manager chiamato da Monti,  presenti il piano di revisione della spesa pubblica per 4,2 miliardi. In attesa di capire – soprattutto - se a ottobre ci sarà o meno una nuova impennata dell’Iva.

 

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