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Una domenica da liberali/ 7

Saggezza e moderazione sono alla base dell’educazione liberale

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Al contrario della politica, la filosofia è il tentativo di sostituire alle opinioni sulle cose la conoscenza delle cose, proprio perché essa fonda la propria esistenza sulla distinzione tra ciò che è “primo per noi” e ciò che è “primo in sé”. La verità teoretica dunque non solo non è realizzabile, ma è anche pericolosa per la vita politica e religiosa, perché mina le credenze che sono alla base della convivenza sociale. La distinzione tra filosofia e politica può essere ulteriormente complicata attraverso l’introduzione di un “termine medio”: è infatti necessario individuare le reciproche distinzioni che identificano la filosofia, la sofistica e la città.

Leo Strauss considera la sofistica come una particolare forma di assenza della filosofia, o meglio come un particolare uso della filosofia per scopi non filo-sofici da parte di uomini che sono consapevoli della superiorità della filosofia: ciò che caratterizza il sofista è lo scopo per il quale egli usa la sua capacità di ‘distruggere’ e ‘costruire’ attraverso le parole. Malgrado la vita associativa, cioè la politica, non sia solo un momento di confronto razionale e di persuasione pacifica, ma sia anche il regno della forza e delle passioni che trascendono la dimensione dialettica, il sofista crede nell’assoluta potenza della parola, giungendo a identificare politica e retorica. Del resto, per il sofista la verità non è un problema, e anzi la sapienza in senso stretto è impossibile, così che il suo posto è occupato dalla scienza eristica: infatti il sofista si cura della sapienza, non per amore di essa, ma per l’onore che da essa, o dalla sua apparenza, deriva. È evidente che, in questo, tutti i cittadini sono sofisti, almeno nelle loro intenzioni.

Tuttavia il sofista non è identico al cittadino: il dubbio che il sofista promuove in linea di principio nei confronti del senso comune lo rende sospetto agli occhi del cittadino, che da questo punto di vista identifica il sofista con il filoso-fo tout court. Mentre in un certo senso il sofista è l’antagonista del filosofo, in un altro e più decisivo senso è il cittadino ad essere l’antagonista del filosofo, che da questo punto di vista può essere alleato del sofista, malgrado non si debba dimenticare che l’abile uso delle parole non equivale alla conoscenza delle cose. Come scrive Leo Strauss in On a New Interpretation of Plato’s Political Philosophy:

Secondo Platone esistono almeno due errori egualmente ‘formidabili’, diametricamente opposti alla filosofia, e l’uno all’altro reciprocamente: la sofistica e la stupidità soddisfatta di sé del volgo, che confonde le proprie opinioni con la conoscenza. La reciproca opposizione di questi due errori mette il filosofo nelle condizioni, anzi lo obbliga, a combattere l’uno per mezzo dell’altro e viceversa: contro il disprezzo dei sofisti nei confronti del “senso comune” il filosofo si appella alla verità divinata dal “senso comune”, e contro la soddisfazione popolare per il “senso comune”, il filosofo utilizza il dubbio dei sofisti nei confronti del “senso comune”

Nell’utilizzare il senso comune contemporaneamente come alleato e come nemico, il filosofo riesce ad attingere un punto di vista dal quale può guardare criticamente tanto la sofistica, quanto la città. Le cose politiche sono caratterizzate da princìpi di prudenza nei confronti della tradizione, degli dèi della città, degli interessi pubblici e privati, di fronte ai quali la filosofia è, e deve essere, indifferente:  tutto ciò equivale a riconoscere e a giustificare il carattere moderato, non radicale, delle richieste che possiamo rivolgere alla vita politica. Il filosofo è consapevole delle necessità della vita materiale, che non possono essere semplicemente eliminate in quanto opinioni ma, al contrario, devono essere tenute in massima considerazione in quanto primo fondamento della società politica.

Il filosofo platonico riesce a tenere insieme, senza contraddizione, saggezza e moderazione, utopia e conservatorismo, proprio perché la politica non è il regno nel quale poter incondizionatamente realizzare le verità della filosofia. La moderazione non è una virtù del pensiero, che deve essere spregiudicato, ma della sua espressione pubblica, in virtù dei problemi posti dalla responsabilità sociale e dalle necessità della vita materiale. In questo senso, “moderazione” viene ad assumere un duplice significato, di temperanza da un lato e di prudenza dall’altro: nel primo caso, “moderazione” risulta essere la condizione di possibilità della vita teoretica, nel secondo la condizione di possibilità della vita politica. L’insegnamento filosofico, nel suo essere educazione liberale, l’esatto contrario dell’ideologia e dell’indottrinamento, è possibile solo se la saggezza non viene separata dalla moderazione: «la filosofia deve stare in guardia contro il desiderio di essere edificante – la filosofia può essere solo intrinsecamente edificante».

Il testo è un estratto dell'intervento tenuto dal Professor Carlo Altini al Convegno "Leo Strauss. Religione e Liberalismo", 13-14 maggio, fondazione Magna Carta. Il titolo originale dell'intervento è "Leo Strauss. La legge di Dio, della città e dello Stato". 

Carlo Altini è direttore scientifico della Fondazione Collegio San Carlo di Modena. Ha insegnato Storia della filosofia politica presso le Università di Siena e di Modena e Reggio Emilia.
 

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2 COMMENTS

  1. moderazione
    Da che mondo è mondo, il filosofo per eccellenza della moderazione (in tutti i sensi) è Montesquieu:
    Altini non lo sa, ‘occupato’ com’è da Hobbes e i suoi simili. Peggio ancora vanno le cose per gli ‘scrittori’ dell’Occidentale, i quali ignorano perfino che Mntesquieu sia mai esistito, ignari come sono del nulla spaventoso in cui sono ‘avvolti’.

  2. liberalismo “moderato” in salsa socialista = buffonata
    Mi sembra che qualcuno abbia scambiato i liberali e i liberisti per dei fessi da buggierare, con “moderazione”.

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