Salvate le opere di Kafka dalle introduzioni di Giancarlo De Cataldo

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Salvate le opere di Kafka dalle introduzioni di Giancarlo De Cataldo

27 Settembre 2009

Non è facile trovare sempre le motivazioni giuste e credibili per proporre nuove versioni di testi classici: neppure con Franz Kafka, le cui prose sono da sempre terreno d’esercizio per traduttori coraggiosi. Col praghese può capitare che escano in breve tempo, per diversi editori, vari suoi testi, e che tali operazioni editoriali cerchino una propria giustificazione più nella firma del prefatore che nel valore della  versione, vecchia o nuova che sia.

Così accade per Il processo (Newton Compton, Milano 2009, p. 251, € 9,90), dove, a dispetto dei quasi introvabili nomi dei traduttori (sarà perché Giuseppe Landolfi Petrone e Maria Martorelli vi lavorarono per l’edizione del  1989?), quello di Giancarlo De Cataldo, autore di appena sei pagine d’introduzione, risalta in copertina quasi alla pari del nome di Kafka. Sei pagine spese alla ricerca di “suggestioni” e a chiedersi se la “Storia giudiziaria” possa aver giocato “un ruolo ‘realistico’ nella composizione del romanzo”, fino all’evocazione della prigione di Guantanamo, in quanto “esempio di detenzione ad libitum senza processo”. Questo, e non tanto il suo valore letterario, a detta di De Cataldo, è ciò che fa de Il processo “un testo vivo, vitale” e non “irrimediabilmente obsoleto”.

Nuova invece e con una sua ragione d’essere, per rigore e aderenza, è la versione del racconto La metamorfosi, per mano di Enrico Ganni (Einaudi, Torino 2009, p. 74, € 7,50). Anche in questo caso è l’"introduttore" a cercare di costringere l’opera kafkiana entro una griglia ideologica predefinita. Luigi Forte è ossessionato dal potere e usa le venti pagine concessegli per evocare con noiosa ostinazione le “terribili icone del potere”, la “violenza, la totalità del potere”, il “potere assoluto”, il “potere illimitato”. Con questo presupposto, nel sacrificio di Gregor Samsa il germanista torinese non può vedervi altro che “qualcosa di rivoluzionario”. Peccato che di fronte a cotanta coraggiosa denuncia e apertura di speranza, Forte sveli tutta la propria venerazione per il potere per ciò che non si discute nel momento in cui definisce come “assoluto e inoppugnabile” un ardito giudizio di Elias Canetti su La metamorfosi (“non esiste nulla che possa superare questo racconto in validità”). Insomma, un discutibile servizio all’opera kafkiana.  

I racconti raccolti in Un artista del digiuno. Quattro storie (trad. di Gabriella de’ Grandi, Quodlibet, Macerata 2009, p. 102, € 10,00), invece, già compresi in altre edizioni italiane, più che per affrontare una nuova versione, sono stati voluti per ridare voce alla volontà una volta tanto non autocensoria di Franz Kafka: nel 1924 il praghese avrebbe voluto vedere pubblicati questi testi in un unico volume, ma la sopraggiunta morte nel sanatorio di Kierling lasciò insoddisfatto quel desiderio e tuttavia, come ricorda Ermanno Cavazzoni nella postfazione, convinse Max Brod a non distruggere gli autografi dell’amico. Ci sarebbe da discutere sul valore letterario di questi quattro racconti (dove sta scritto che ogni opera del genio debba essere considerata per forza un capolavoro?).

Interessante è piuttosto il loro ruotare attorno al tema del talento. Un trapezista, un digiunatore, una cantante e una donnina, i protagonisti delle narrazioni, sono identificati infatti come “artisti”, nel senso che affermano pubblicamente la propria insopprimibile individualità con la messa in gioco, fino alle estreme conseguenze, delle loro qualità, fossero anche le più assurde agli occhi del mondo, come quella del sapere aver fame o del saper suscitare avversione. Con Kafka non ci si può fermare alle immagini paradossali (il trapezista che può vivere solo se sospeso sul suo trapezio).

Per questo motivo Cavazzoni compie una forzatura quando attribuisce allo scrittore l’idea che l’artista (cioè ogni uomo che metta in gioco il proprio, per quanto “strano”, talento) sia un “maniaco, in un senso pressoché psicopatologico”. In realtà tutta l’opera di Kafka è lucida e continua riflessione sulla vocazione, sul drammatico incrociarsi di libertà e destino. Più che documenti utili per la determinazione di presunte patologie, i suoi testi si offrono come nitide parabole i cui protagonisti sono alla ricerca di un proprio posto in una quotidianità necessariamente dominata dal banale e dal limite (per questo gli uomini hanno bisogno della Legge).

Non lontano dalle considerazioni di Robert Musil sul rapporto tra le “qualità” del singolo uomo e quelle definite dall’opinione pubblica (la Öffentlichkeit più volte ricorrente in questi racconti), Kafka interroga senza sosta le ragioni e le forme della creatività umana intesa come destino di partecipazione a qualcosa di dato, di “creato”. E non è mai in gioco un’idea aristocratica dell’arte. Può bastare un fischio, come quello di Josefine, che è dunque lontano dall’essere un “bel canto”. In esso, in quel fischio, scrive il praghese, “c’è qualcosa della nostra felicità perduta”, qualcosa che “libera anche noi”, anche se per breve tempo, “dalle catene della vita quotidiana”. E’ questa strutturale religiosità kafkiana a rendere le sue figure molto prossime a quelle dei santi. Per questo pare non poco presuntuoso affermare, come fa Cavazzoni, che Dio “ha smesso di farsi sentire e promettere”. In fondo, l’opera di Kafka è grande proprio perché lo scrittore ha accettato di misurare sé e il proprio talento con la promessa più grande incardinata nel cuore dell’uomo, cioè con la felicità.