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Salviamo il libertarismo dall’azionismo

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L’intervento del professor Dino Cofrancesco (“Salviamo i liberali dal libertarismo”) rappresenta un utile sasso nello stagno: un’occasione per riflettere in modo pacato e approfondito sui problemi della convivenza civile, sulle ragioni della tolleranza e, ancor più in generale, sulla possibilità di salvaguardare la civiltà di tradizione europea. Mi sia consentito dire che mi sento davvero di condividere in larga misura le opinioni espresse da Cofrancesco. È però forse necessario richiamare l’attenzione su alcune questioni terminologiche.

Cofrancesco critica con forza il “libertarismo”, espressione con cui egli designa una versione tutta particolare della democrazia moderna, legata nel nostro Paese alla “ideologia gobettiana e azionista” e a quella visione anti-comunitaria e in larga misura giacobina che vorrebbe fare di ogni individuo una monade isolata: “senza Dio né padroni”. A questa visione del tutto astratta e artificiosa (destinata, per giunta, a convertirsi facilmente in statalismo nel momento in cui mina alla radice le principali protezioni storiche della persona: la famiglia, le chiese, le associazioni, e via dicendo), Cofrancesco oppone la tradizione liberale classica, la quale non demonizzava in alcun modo le istituzioni sociali ma invece esaltava quella libertà di entrata e di uscita (exit) e quel dinamismo concorrenziale che “assicuravano ai consoci di assecondare le rispettive vocazioni”. Proprio per questo motivo è importante comprendere il ruolo delle tradizioni, dei costumi e di quei “giganti” del passato salendo sulle cui spalle possiamo permetterci di scrutare anche orizzonti molto lontani.

Non a caso, quella che Cofrancesco chiama la “democrazia libertaria” è intimamente avversa ad ogni valore che non si rappresenti come precario e provvisorio: ad ogni idea di verità, ad ogni universalismo e ad ogni retaggio morale. Tutto deve essere spazzato via affinché sia lasciato libero campo a quel “signorino soddisfatto” (per usare una felice formula di Ortega y Gasset) che da decenni domina la scena e non conosce altro che pure volizioni, illimitati desideri, ingiustificate pretese. Come giustamente viene poi rilevato, questo “libertarismo” si sposa perfettamente con una difesa a 360 gradi del Welfare State, della spesa pubblica, del vecchio Stato pianificatore e programmatore. La cosa non è sorprendente, dato che quando si è cancellato l’intrico di relazioni comunitarie e associative degli antichi “corpi intermedi” gli isolati individui che si volevano sovrani sono in realtà pronti a diventare sudditi di un Leviatano che tende a farsi onnipotente.

L’articolo di Cofrancesco, però, si chiude con un rinvio ai libertari americani, e questo obbliga ad aprire un capitolo sull’opportunità (o meno) di chiamare libertario l’individualismo democratico e azionista giustamente tanto criticato nel pezzo. Negli Stati Uniti, infatti, quanti si richiamano a Mises e a Hayek (ma anche a John Locke e a Constant) da tempo si trovano costretti a definirsi libertari (libertarians) per ragioni assai note ed evidenti: perché da decenni il progressismo ha “catturato” il termine liberal e quindi non è più possibile dirsi semplicemente liberali per quanti intendono proteggere società e mercato dall’invadenza dei poteri pubblici, per quanti avversano il Big Government, per quanti vorrebbero un ordine più fondato sulla libertà e sulla responsabilità invece che sulla coercizione e sul solidarismo burocratico.

Questo libertarianism – nelle sue componenti prevalenti – è ben lungi dall’avversare “quanto è rimasto della società liberale ottocentesca, col suo perbenismo repressivo, la sua etica vittoriana, il suo senso dell’onore e della rispettabilità”. Esso contrasta la costante espansione dello Stato, ma proprio per questo ritiene necessario valorizzare la tradizione morale e civile dell’Occidente in ciò che essa ha di più nobile. Per ragioni di spazio, voglio qui limitarmi a richiamare alcune tesi fondamentali del libertario americano più coerente ed estremo, Murray N. Rothbard, tanto liberale da contestare ogni forma di Stato e proporre una libera concorrenza tra agenzie private di protezione scelte da singoli e comunità sulla base delle loro opzioni personali.

Detto anche “Mr. Libertarianism”, Rothbard era davvero lontanissimo dallo spirito giacobino e asociale di cui parla Cofrancesco nell’articolo. In tutti i suoi scritti egli esalta il mercato quale luogo di cooperazione sociale, sulla scia delle tesi del maestro Mises. Nell’ambito della filosofia del diritto, inoltre, egli si definisce “aristotelico-tomista”, poiché difende un diritto naturale che costantemente metta in discussione le decisioni del potere sovrano e crei una perenne tensione tra legalità e legittimità.

Sul piano poi della riflessione sociale, ancora nel suo ultimo articolo (“Nations by Consent”, del 1995) Rothbard sottolinea come ogni uomo nasca e viva sempre all’interno di orizzonti etnici e culturali ben definiti, e quindi abbia tutto il diritto di riconoscersi come parte di ciò. In quelle pagine, che sono state scritte anche a seguito dei tragici avvenimenti della vecchia Jugoslavia, lo studioso americano vede nei legami culturali (etnici, religiosi, e di altra natura) una formidabile opportunità per una società che voglia costituire dal basso le proprie istituzioni e intenda realizzare alternative praticabili all’indomani del declino di uno Stato moderno palesemente inadeguato ad affrontare i maggiori problemi del nostro tempo.

Certo: le nazioni (come le chiese, le associazioni, e via dicendo) non possono prescindere dal consenso di quanti ne fanno parte, e possono essere accettate solo se chi partecipa ad esse lo fa liberamente e senza esservi costretto. Ma è proprio questo che impedisce esiti imbarazzanti ad una seria prospettiva liberale-libertaria. Gli squadroni della morte che uccidono per mero sadismo i niños de rua non causano alcun danno a quanti vivono a Copacabana (come ricorda Cofrancesco), ma per Rothbard stanno ledendo i diritti naturali – certi, assoluti, inviolabili – di quei giovani individui.

È allora forse utile che quando si usa il termine “libertarismo” ci si riferisca sempre più a Rothbard o a Pascal Salin, a Bruce L. Benson o a Bruno Leoni, e sempre meno a Paolo Flores d’Arcais (che nel 1999 pubblicò un volume intitolato “L’individuo libertario”). Il libertarismo è la filosofia della libertà, e nella società americana (non certo una realtà marginale, al giorno d’oggi) quel termine sta ad indicare un pensiero che si richiama alla tradizione del giusnaturalismo lockiano, all’autonomia della società di fronte al potere, all’esigenza di valorizzare e proteggere la proprietà, il mercato, la complessità delle relazioni sociali. Non cediamo anche questo termine ai cantori del potere e ai negatori di ogni verità.  

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