Sanremo tre, l’implacabile guitto

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Sanremo tre, l’implacabile guitto

Sanremo tre, l’implacabile guitto

19 Febbraio 2012

Paola, un’amica attenta e fantasiosa ci suggerisce una chiave della seconda serata che non ci aveva nemmeno sfiorato, ma che se fosse vera, diventerebbe un lapsus psicanalitico agghiacciante. O un colpo di genio degli autori. Dunque, (parliamo sempre della seconda serata) avete presente quando il Solito Idiota porta al Morandi scamiciato una giacca da indossare in mancanza di quella dello smoking? Bene, è senza dubbio la giacca di una divisa da comandante di marina. La nostra amica suggerisce la seguente interpretazione. La nave di Sanremo ha rischiato di naufragare durante la prima serata per colpa di un grosso scoglio chiamato Celentano. Serve un comandante in gamba per tirarla fuori dalle secche. Quell’uomo è Morandi, e la giacca che gli portano è quella di capitan Schettino. Ironia al contrario? Fantasia malata? Colpo di genio degli autori?

La terza serata comincia con la velata minaccia di cantare da parte di Papaleo. Bisogna stare attenti. Chi canta davvero è invece Morandi che lo fa ancora benissimo. Sembra un po’ stanco, e nella presentazione si impappina più volte. Ma non importa. Ci ricorda il pianista Rubinstein che, molto avanti con gli anni, suonava malissimo, ma con un tale spirito che gli errori non contavano.

Papaleo, implacabile, interviene ad abbassare il livello con un bel “non mi cagano” e qui, come in altre occasioni successive con lo stesso interlocutore, la faccia di Morandi è quella di un cittadino beneducato, talmente sopraffatto dall’incontro con un pulcinella sguaiato e forzatamente spiritoso da fare la figura dello stupido. Perché è chiaro che i loro sono due mondi che si scontrano ma non si incontrano. Il pulcinella insiste nel suo stile raffinato con uno sketchetto in cui si fruga la patta, non abbiamo capito bene se per riabbottonarla o che altro (naturalmente è presente la soubrettona tutta denti, tanto per finezza). Forse ci siamo sbagliati a considerarlo in via di miglioramento.

Siamo costretti a una pignoleria. Ma quanto sono lunghe e imbarazzanti le pause di silenzio, finita la presentazione dei cantanti, prima che parta l’orchestra. E a proposito di orchestra, ribadiamo la nostra perplessità ogni volta che ascoltiamo Bregovich. Per noi è un furbacchione che ha trovato il modo di gabbarci con la sua scalcinata banda di ottoni obsoleti e stonati, e un paio di sguattere iugoslave che aprono bocca ed emettono. E invece a quanto pare tutti lo prendono per un intellettuale etnomusicale.

Come un guitto verace, con i cantanti stranieri Papaleo parla quell’inglese inventato, da poveracci, che però suscita risate. Dobbiamo notare che anche Morandi non è un grande poliglotta, ma comunque non lo è con più stile. Per la verità abbiamo anche acchiappato Emma che, rivolta al suo sbigottito partner Gary Go, ovviamente digiuno di italiano, per chiedere conferma sulla scelta di un titolo gli butta lì: “Che disci, ‘o famo?”

Papaleo (ormai non gliene perdoniamo più neanche una) nel citare il lavoro indefesso dei tecnici dietro le quinte ci regala un bel “si fanno un culo così” accompagnato dal gesto descrittivo che tutti conosciamo.

Pausa pubblicità, sbirciatina al TG da cui apprendiamo che anche la Chiesa pagherà l’ICI. Gioia sfrenata. Ma sarà vero?

Finalmente la minaccia adombrata all’inizio si avvera. Papaleo canta. Con piglio da animatore di villaggio vacanze riesce a coinvolgere tutto il pubblico, fra cui c’è il suo datore di lavoro, cioè il Direttore Artistico della Rai. E quelli, docili, a fare didì e dadà. Sappiamo che non ci vorrete stare, che penserete a un nostro falso solo perché Papaleo ci è antipatico, a un tentativo di influenzarvi negativamente. Invece è tutto vero. Intendiamo il titolo della canzone. Siamo imbarazzati a dirvelo, perché sembra un’esagerazione. Insomma, facciamola finita. Il titolo della canzone che Papaleo canta accompagnato da tutto il pubblico dell’Ariston è: “LA FOCA”!

Passati i pochi minuti necessari a digerire il disagio, non ci crederete, non ci credevamo neanche noi, ci siamo inaspettatamente e profondamente commossi (commossi a Sanremo!) a sentire quella disperata salamandra della Bertè cantare una meravigliosa canzone d’amore, poesia magica di Bruno Lauzi, tema struggente di Maurizio Fabrizio: “Almeno tu nell’universo”. Forse c’entra anche il ricordo di come ci strappava il cuore sua sorella Mia. Fatto sta, ci è scappata la lacrimuccia.

Comunque non vogliamo mica volare troppo alti. A rimettere le cose a posto ci pensa sempre lui, Papaleo, che da quattro ore saltella da tutte le parti con quella sua patetica ansia di esserci. Pronuncia la parola afflato, e la dice anche a proposito, ma poi proprio non resiste, evidentemente, e aggiunge “quando ti puzza l’afflato”.

Inutile sperare di crescere. Qui siamo ancora all’oratorio. E pare proprio che ci resteremo.

Si è fatta mezzanotte e cinquanta. Non ce la facciamo più.

 

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