Sanzioni all’Iran, il grande gioco tra Usa e Cina passa da Taiwan
11 Febbraio 2010
La Cina potrebbe votare le nuove e più dure sanzioni con cui le grandi potenze minacciano di colpire l’Iran? Questa settimana, dopo che Teheran ha annunciato formalmente di aver dato il via al processo di arricchimento dell’uranio al 20 per cento, la Cina si è trovata di colpo isolata fra i “Grandi” che ormai sembrano convergere verso sanzioni che mettano in crisi l’economia persiana, grande produttrice di petrolio ma che dipende quasi completamente dalle importazioni di carburanti e prodotti energetici che arrivano dall’estero.
Proprio Mosca, da sempre dubbiosa sulla scelta delle sanzioni, ora le definisce “opportune”, anche se, come ha precisato il viceministro degli esteri Ryabkov, “non risolveranno il problema”. Cina e Russia, infatti, assicurano a Teheran quella sopravvivenza che fino ad esso ha salvato il regime da un dissesto interno anche più pericoloso del dissenso e della protesta scatenate dalla Onda Verde e dai movimenti di opposizione.
“Al momento parlare delle sanzioni potrebbe complicare la situazione – ha fatto sapere il ministro degli esteri cinese Yang Jiechi durante una conferenza in Europa – e forse sarebbe meglio continuare sulla strada di una soluzione diplomatica”. Le potenze occidentali stanno comunque facendo di tutto per spingere la Cina – membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – a seguirle sulla strada di sanzioni più punitive entro quest’anno. Pechino, da parte sua, ha rinnovato l’offerta fatta alla comunità internazionale di sostenere una proposta avanzata dalla AIEA per cui Teheran potrebbe procurarsi combustibile nucleare per il suo programma di medicina nucleare in cambio di una restituzione dell’uranio arricchito.
In effetti, come spiega Newsweek, non è detto che il “no” della Cina alle sanzioni sia pregiudiziale e non negoziabile. Pechino stessa ha recentemente preso la decisione di imporre delle sanzioni alle grandi compagnie americane coinvolte nella vendita di armi a Taiwan (6,4 miliardi di euro), una transazione approvata dall’amministrazione Obama che nel “pacchetto” include missili Patriot, elicotteri Blackhawk e altro materiale bellico. Anche in passato Pechino aveva boicottato gli Usa per la questione di Taiwan ma, almeno fino adesso, tenendo un basso profilo: “Invece (la reazione di Pechino, ndr) stavolta è stato una specie di esperimento. Ed è senza precedenti”, ha detto Tao Wenzhao della Accademia Cinese delle Scienze Sociali, nel senso che la Repubblica Popolare ha deciso di pubblicizzare al massimo la sua ostilità alla scelta di Washington.
Taiwan potrebbe rappresentare una ‘merce di scambio’ per riavvicinare Usa e Cina? Washington potrebbe promettere di ridurre o bloccare i rifornimenti bellici a Taiwan, mentre la Cina in cambio accetterebbe le sanzioni contro Teheran. Ma non è ancora chiaro quanto sarebbe utile e opportuna una intesa di questo genere per gli Usa, visto che Pechino vorrà rassicurazioni concrete sul tipo di sanzioni da adottare. Insomma, le aspettative del "G2" non sembrano, almeno per il momento, convergenti.
