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Le strategie del presidente della Camera

Sarà l’ansia di smarcarsi dal passato a portare Fli a deragliare

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Dagli annunci dei giorni precedenti, venerdì scorso mi aspettavo una giornata convulsa e ricca di novità. L’arrivo di Fini a Torino, infatti, almeno secondo gli organizzatori locali e gli organi di informazione, avrebbe dovuto far segnare un epocale cambio di passo per la politica italiana, dando fiato e forza a una nuova compagine di destra più moderna e - per dirla con un'espressione molto in voga - più “europea” rispetto al Pdl.

Francamente non ho visto nulla di tutto ciò. Anzi: l'unico elemento veramente di interesse è stato il disvelamento della strategia da parte del leader di Fli. Il presidente della Camera, dall’alto della sua carica super partes, ha infatti chiarito a tutti che il suo richiamo alla responsabilità istituzionale pronunciato solo il giorno prima era un mero pit-stop nell'attesa di riprendere, a breve, la sua azione di autorevole demolitore.

Niente a che vedere con le “picconate” di ben altra memoria, s'intende. Niente a che vedere col vivace pungolo di cui fu protagonista un uomo come Francesco Cossiga, visto che lo stillicidio dei giorni nostri non ha come obiettivo lo smascheramento di poteri forti e omertà politiche di comodo, e neppure la volontà di fungere da stimolo per l'azione di governo. Si tratta invece, come le cronache degli ultimi mesi dimostrano chiaramente, di una mera opera di logoramento volta alla disgregazione del centrodestra, dei suoi capisaldi culturali e del suo ruolo di architrave di quel sistema bipolare che l'Italia ha faticosamente conquistato e che ora si vorrebbe liquidare.

I contenuti della visita piemontese di Gianfranco Fini hanno inoltre chiarito come questa opera di disintegrazione muova dalla demonizzazione puntuale e sistematica di quella cultura di destra che è stata tale dalla metà degli anni Quaranta fino ad oggi. Il presidente della Camera, ad esempio, ha messo in dubbio il valore del concetto di Patria relegandolo di fatto tra i vecchi arnesi superati dai tempi. Ed è tornato a esternare con pericolosa disinvoltura e superficialità su temi come il voto agli extracomunitari e addirittura sulla possibilità da parte degli immigrati di presentare liste etniche.

Nessuno nega che in politica cambiare idea sia possibile e anche legittimo. Diverso è il funambolismo ideologico che si consuma dal mattino alla sera. Appena due anni fa, infatti, si dava vita al Popolo della Libertà e in nome della confluenza di diverse sensibilità in un comune progetto anche i settori più moderati dell'allora Forza Italia si adeguarono ad alcune priorità programmatiche dettate da istanze più lontane dalla loro storia e dalla loro cultura. Oggi, per opportunismo, vi è chi le rinnega e anzi sostiene l'esatto contrario.

Credo che proprio quest'ansia forsennata di affrancarsi dal passato porterà presto Futuro e Libertà a deragliare: la trama somiglia troppo al film già visto con il Partito Democratico per immaginare un epilogo differente. Sia il Fli che il Pd, infatti, nel tentativo di inseguire un malinteso progressismo incurante di ogni identità, hanno sradicato i loro progetti politici dalle convinzioni di riferimento, e hanno imboccato una deriva che poco si attaglia al sistema che gli italiani hanno scelto con chiarezza. Ovvero a quel sistema bipolare che si nutre del confronto tra due diverse idee di persona, di nazione, di Patria, di economia, di giustizia; tra due diverse scale di priorità; tra diversi principi di riferimento, ben delineati e fra loro in concorrenza.

L'Italia che gli elettori hanno scelto non ammette ipocrisie, né consente l'abusato gioco dei due pesi e delle due misure. Venerdì, ad esempio, ho sentito Fini dire che non ricordava che qualcuno avesse “dato vita a un soggetto politico rinunciando alle poltrone che aveva”. E infatti non è successo neppure questa volta, visto che il leader di Fli parla ancora da presidente della Camera dei Deputati. C'è da chiedersi quale credibilità possano avere i richiami al senso delle istituzioni da parte chi si mostra indisponibile a dare il buon esempio.

La verità è una sola, e la “visita pastorale” di Gianfranco Fini in Piemonte l'ha dimostrata molto bene: si è aggiunta al chiasso monocorde dell’antiberlusconismo un’altra voce destinata a perdersi nel coro di chi in fondo non accetta il gioco della democrazia e non è disposto ad ammettere che talvolta non si è un leader se non nel recinto dei propri sogni.

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