Sarà populista ma anche in Germania vince il “modello Wilders”
11 Ottobre 2010
Sul tema “islam e immigrazione” la Germania vive un momento di profonda contraddizione. E’ il Paese che agli ultimi Mondiali di calcio ha stupito il mondo con una squadra multietnica, fatta di turchi, africani e giocatori dell’Est, ma anche la patria di Thilo Sarrazin, il socialdemocratico che ha dovuto dimettersi dalla presidenza della Banca Centrale dopo aver pubblicato un libro dai toni violentemente antislamici, spiegando che “Se voglio scoprire cos’è un muezzin, posso tranquillamente farlo viaggiando in Oriente”.
Ha una classe politica che oscilla fra le dichiarazioni concilianti del Presidente Wulff – convinto che l’Islam sia “una parte della Germania” esattamente come il Cristianesimo – e la battagliera Signora Merkel che ha sempre saputo da che parte gira il vento in Europa e dichiara risoluta: “l’Islam, in alcune delle sue forme, non è compatibile con la legge tedesca”. Se non fosse che un momento dopo la magistratura si sveglia annunciando che le corti stanno già usando da molto tempo elementi della shariah nei loro verdetti, ritenendoli una “espressione della globalizzazione”.
E’ la terra di Soul Kitchen, il film che meglio di mille altri ha spiegato chi sono i Gastarbeiter, gli immigrati turchi venuti a lavorare in Germania, e quanto abbiano concorso alla crescita di quella che oggi è la prima economia dell’area euro, ma anche il Paese in cui grandi giornali popolari come il Bild pubblicano sondaggi dove la gente è stanca di avere i turchi fra i piedi, ritenendo che non abbiano contribuito né socialmente né tantomeno finanziariamente all’economia nazionale. Forse è per questo che anche a Berlino come nel resto d’Europa ci si aspetta un leader carismatico e dai tratti populisti – Ian Buruma ne parla oggi con l’Occidentale – un politico che sia capace di raccogliere i frutti del clima di paura e insicurezza generato dal collasso dell’edificio multiculturale prima ancora che dalla crisi economica.
E’ avvenuto in Olanda, in Svezia, in Francia Sarkozy ci sta (ri)provando (stavolta) con meno risultati, e anche in Germania, in effetti, esiste un partito, il "Freedom" di René Stadtkewitz (espulso dalla CDU), che vuole vietare le moschee e tagliare con l’accetta il welfare per gli immigrati. Sarrazin per quanto lo riguarda ha venduto 600.000 copie del libro e vanta un 18% per cento di consensi se un domani si presentasse alle elezioni con una formazione tutta sua. E’ evidente che spezzoni della socialdemocrazia tedesca lo seguirebbero sulla linea della “tolleranza zero”, verso una idea di sicurezza molto meno “razionale” di quella evocata in Italia dal segretario del Pd Bersani. Forse è così che una parte della sinistra spera di riguadagnare il consenso perduto fra le classi popolari che, più di altre, sentono il peso della crisi e scontano la concorrenza degli immigrati.
Non è solo un fatto economico. Cresce il numero di giovani islamici che lasciano il Paese per andare a combattere con i Talebani ed Al Qaeda in Afghanistan (nei giorni scorsi una colonna di jihadisti tedeschi è stata spazzata via nel Paese asiatico). Cresce l’islamizzazione dei sobborghi o delle zone precocemente occupate dagli arabi e dai musulmani nelle città punto di arrivo dei grandi flussi migratori. Cresce anche il numero dei convertiti all’Islam, centomila, 14.000 nel 2007. Mentre il governo decide di chiudere le organizzazioni di stampo fondamentalista, tra cui il braccio tedesco dell’IHH, i turchi della “Freedom Flottilla” organici al regime fascista di Hamas.
Il grande spettro sono i tassi demografici, con i tedeschi che nei prossimi decenni si ridurranno di numero diventando più vecchi e i turchi e gli arabi destinati a quadruplicarsi. Anche se poi, se confrontiamo i numeri e le proiezioni dell’Istituto Mannheim o dell’Ufficio Federale di Statistica, ci accorgiamo che fra tre o quattro generazioni (trenta, quarant’anni, stiamo parlando del 2050) gli islamici rimarranno comunque la parte minore della popolazione, se pure cresciuta di prepotenza. I tassi demografici, in ogni caso, sono suscettibili di variazioni e non è detto che con una progressiva integrazione della comunità anche le donne islamiche non decidano di figliare con meno regolarità.
Lo Spiegel ha contestato vivacemente i dati di Sarrazin: dal 2006 molti i turchi stanno lasciando la Germania, più di 8.000 nel 2008. E su 18.899 casi di crimini violenti commessi a Berlino nel 2009, turchi e arabi sono stati sospettati in 1.651 casi, l’8,7% per cento del totale.
Più in generale siamo di fronte alla contraddizione di una Germania percorsa da un revival nazionalista ma che nello stesso tempo non può venir meno alle sue ambizioni di stato-guida dell’Europa. Due elementi che non è detto siano incociliabili. Così da un lato rinasce e si rafforza una estrema destra che non indossa più le giacche di pelle di una volta ma eleganti blazer blu, dall’altro il Paese deve mostrare al mondo la sua maturità democratica, la sua squadra di calcio multietnica, la sua Orchestra di Piazza Vittorio, tanto per intenderci.
La stessa Merkel non ha scoperto da oggi il fascino dell’andare contro corrente. Secondo la rivista di intelligence Stratfor, i primi discorsi della sua lunga carriera di cancelliere “echeggiavano sentimenti di un certo tipo di governi precedenti e il riemergere di un’ondata di partiti di destra che porterebbero a un cambio di rotta nelle politiche tedesche verso gli stranieri”. Fatto sta che Berlino non può rinunciare ai lavoratori per mantenere la sua leadership in Europa.
Di contraddizioni infine è pieno il cosiddetto “islam germanico”. Il dottor Nadeem Elyas, dottore della fede ma anche in ginecologia, ha origini saudite ed è andato a vivere in Germania dal 1964. Dopo aver fatto una serie di aperture al governo, dice a un giornalista in un’intervista che circola tradotta in inglese su Internet: “La società non ha il diritto di decidere al nostro posto quali siano le parti accettabili dell’islam e quali no. Questo passo deve venire da noi”, come se lo Stato tedesco semplicemente non esistesse. Ebbene, questo signore è stato a capo del Consiglio Centrale dei Musulmani in Germania, una denominazione che fa da ombrello a 19 organizzazioni collegate a circa 700 moschee e comunità islamiche.
“I matrimoni forzati e il delitto d’onore non fanno parte della nostra base normativa – ha risposto recentemente la cancelliera – La tolleranza finisce qui”.
