Una nuova strada per il Grand Old Party

Sarah Palin non è la carta vincente per il futuro dei repubblicani

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Dopo i cocenti risultati elettorali, il Partito repubblicano si trova di fronte a una scelta tra due diversi futuri, un bivio doloroso che rischia di provocare profonde spaccature.

La prima scelta è quella emersa in autunno dagli animati raduni che acclamavano Sarah Palin. La scelta di tornare alla base più profonda del partito, una base quasi del tutto caratterizzata da persone di razza bianca residenti nella parte centrale del paese, moderatamente benestanti, di mezza età o più anziani, in maggioranza di sesso maschile e con una certa istruzione ma non laureati. Pensate a Joe the Plumber e vedrete il cuore del Partito repubblicano.

È stato grazie a Joe che in passato i repubblicani hanno vinto una serie di appuntamenti elettorali, ma adesso Joe non basta più. Dio lo benedica, è la base del Grand Old Party e nessun repubblicano vuole perderlo, ma ha bisogno di rinforzi. Joe arrivò nel 2004 e consegnò ai repubblicani entrambi i rami del Congresso. Joè non bastò per eleggere Bob Dole alla presidenza, ma fu grazie a lui che i repubblicani mantennero sul Congresso una certa influenza, pur se in graduale diminuzione, nel 1996, nel 1998 e nel 2000. Dopo l’11 settembre Joe si schierò con George W. Bush, ed è a lui che i repubblicani devono le conquiste del 2002. Senza contare che senza di lui George W. Bush non avrebbe vinto nel 2004.

Joe non è cambiato molto negli ultimi vent’anni, ma il paese sì. Dal 1990 la popolazione ispanica degli Stati Uniti è pressoché raddoppiata e il numero degli americani di razza bianca con una laurea universitaria è passato a circa il 28,5 per cento dal 22 per cento del 1990.

Per mantenere la propria competitività il Grand Old Party ha dovuto conquistarsi di giorno in giorno, ogni giorno di più, il voto di Joe. Secondo Ruy Teixeira, forse il maggior esperto americano sul comportamento elettorale della working class bianca, George W. Bush vinse nel 2004 per soli tre punti percentuali ma riuscì a conquistare il favore del 23 per cento della working class.

Quest’anno Joe, messo all’angolo dall’economia, non ce l’ha fatta a dare manforte al Grand Old Party. Tuttavia, una volta che la nebbia si sarà dissolta, molti leader repubblicani faranno pressione sul partito affinché ritorni su sentieri già collaudati. E diranno: “Il 2008 è stato un anno insolito. Tra l’Iraq, Bush, l’uragano Katrina, il disastro finanziario che ha colpito Wall Street e un candidato troppo moderato alla guida del ticket non c’è da stupirsi che abbiamo perso. Ma quei messaggi che hanno saputo funzionare per Reagan nel 1980, per Newt Gingrich nel 1994 e per George Bush nel 2002, potranno funzionare ancora anche per noi. Tasse, armi, diritto alla vita, patriottismo: la formula è tutta qua, vediamo di aderirvi. E se il 60 per cento del ‘Joe vote’ non è più abbastanza, nominiamo Sarah Palin e prendiamo il 65 per cento. O il 70 per cento. Costi quel che costi”.

Come ho già detto, questo è uno dei percorsi possibili.

Ma ce n’è anche un altro. È quello che ha inizio quando ci si confronta con l’aritmetica che dice che Joe non basta più. Dio lo benedica, rappresenta la base del partito e nessun repubblicano ha voglia di perderlo. Ma, appunto, Joe ha bisogno di rinforzi.

George W. Bush ci ha provato facendo appello al voto ispanico. Ma si è trattato di un approccio non riuscito, e per ragioni scontate. Gli ispanoamericani sono poveri, e in maggioranza danno il proprio voto per le stesse ragioni per le quali i poveri di tutte le razze votano democratico. Bush aveva sperato di conquistarsi la fiducia degli ispanici garantendo l’amnistia per gli emigrati irregolari, espandendo piani federali come il programma di assistenza sanitaria Medicare e i contributi federali all’istruzione e facendo pressione sulle banche affinché mitigassero gli standard dei prestiti per aiutare i lavoratori a più basso reddito nell’acquisto di abitazioni.

Ma Bush non riuscì a farcela con il Congresso (che comunque aveva già messo da parte Joe, una figura della quale invece i repubblicani avevano ancora bisogno), provò a salvare il salvabile ma i democratici rilanciarono forte, come continueranno sempre a fare, e sappiamo tutti come andò a finire. Se è vero che gli ispanici, come sembrano suggerire i primi dati, hanno tratto vantaggi sproporzionati dal boom immobiliare statunitense, è anche vero che stanno soffrendo in maniera altrettanto sproporzionata per la frenata di tale mercato.

Dunque, per anni e anni non si può dire che vi sarà un “futuro ispanico” per il Grand Old Party.

Tuttavia c’è anche un altro modo per rafforzare Joe. Una maniera così vecchia e impolverata che quasi potrebbe esser presa per nuova e inesplorata.

Una generazione fa, i repubblicani dominavano tra i laureati. Nel 1984 e nel 1988, Ronald Reagan e George H. W. Bush conquistarono la California la Pennsylvania e il Connecticut, Stati per una generazione appannaggio dei democratici. Quei giorni sono ormai andati. Dal 1988, i democratici hanno assunto posizioni più conservatrici in materia di economia, mentre dall’altro lato i repubblicani sono diventati più conservatori sulle questioni sociali. Gli americani che hanno studiato sono arrivati a ritenere che il loro denaro sia al sicuro con i democratici. E di persone così, di questi “College-educated Americans” ce ne sono sempre di più.

Dunque la domanda per il Grand Old Party è: si dedicherà a questa gente? Decidere di farlo comporterà un doloroso cambiamento su questioni che vanno dall’ambiente all’aborto, senza contare il potenzialmente anche più doloroso cambiamento di stile e tono. Ciò in direzione di un futuro che sia meno apertamente religioso, meno irragionevole nei confronti della politica e meno focalizzato sulle questioni sociali.

Un futuro che di fatto lascia ben poco spazio per una come Sarah Palin, ma che per la compagine repubblicana rappresenta l’unica speranza di guarigione.

 

© National Post
Traduzione Andrea Di Nino

 

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