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Sarkozy alla prova delle riforme, sotto l’ombra del Generale

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Non è un caso se Nicolas Sarkozy ha scelto la città di Epinal, dove il 29 settembre 1946 il generale de Gaulle aveva proposto le proprie idee per la costituzione di una “Repubblica moderna e adatta al suo tempo”, per attribuire ad una commissione di 10 membri il mandato di preparare la riforma delle istituzioni. Lo farà in un momento in cui, nella maggioranza come nell’opposizione, un sentimento di delusione serpeggia alla vigilia delle vacanze estive. Oggetto di questo scontento è l’attenzione quasi esclusiva di Nicolas Sarkozy sulla politica internazionale ed europea, che sembra relegare alle calende greche la “rupture” e illustrare, insieme alla politica di “apertura”, la deriva presidenzialista del regime.

Si è voluto vedere nell’apertura, soprattutto a sinistra, voluta da Sarkozy sin dal suo insediamento, una delle espressioni del gollismo del nuovo presidente. Sia da un punto di vista ideologico, sia da un punto di vista strategico, la sua apertura risulta ben diversa da quelle di de Gaulle. Il pragmatismo e il volontarismo, oltre al carisma, sono sicuramente tratti comuni ai due uomini. Alla base del pensiero politico del Generale, però, vi sono come dato irriducibile e per così dire sentimentale l’ossessione dell’unità nazionale e, quindi, del rassemblement e la sua avversione viscerale ai partiti politici considerati elementi di divisione, ben prima che strumenti necessari di un regime democratico. Le sue aperture furono in parte il frutto di questa idea. Inoltre, esse rispondevano alla necessità di far uscire il paese da situazioni di emergenza (la seconda guerra mondiale nel 1945-46 e la guerra d’Algeria tra il 1958 e il 1962), che richiedevano soluzioni consensuali e condivise dalla gran parte delle forze parlamentari.

Sotto questi due punti di vista, l’apertura di Sarkozy ha dei presupposti abbastanza diversi. Prima di tutto, essa rientra in una strategia studiata da tempo, almeno sin dall’autunno del 2006, e che si prevedeva allora di attuare soltanto in caso di ampia vittoria, sia alle presidenziali sia alle legislative. Questo fa capire quanta strumentalità vi sia nell’apertura. In effetti, in termini di potere decisionale, essa comporta dei rischi minimi per l’azione complessiva del governo. Ha, invece, dei vantaggi impareggiabili. Da una parte, rafforza l’immagine presso l’opinione pubblica, soprattutto d’opposizione, di un presidente aperto al dialogo; dall’altra, ed è lì che bisogna ricercare il vero scopo della manovra, ha un effetto distruttivo su un partito socialista alle prese con lacerazioni interne, carenza di leadership, e ridotte prospettive di contare sulla scena politica negli anni a venire. Non a caso, tutti gli esponenti socialisti ai quali Sarkozy ha fatto proposte hanno risposto positivamente alle sue proposte. L’apertura nei confronti dei centristi non è stata meno proficua. Ha spaccato i bayrouisti in due tronconi dando ragione a chi lo ha seguito: Santini, il più zelante dei transfughi, è diventato segretario di Stato; tre sono i ministri del Nuovo Centro e, soprattutto, grazie ad accordi elettorali, questa formazione ha ottenuto il numero necessario di deputati per costituire un gruppo parlamentare. Perfino nei confronti della stessa sua maggioranza, l’apertura ha un effetto destabilizzante. Eppure, l’UMP intende contare nella realizzazione del progetto presidenziale e non lasciare che esso sia “ibridato” dalle nuove reclute di Sarkozy.

Proprio per contrastare il rischio di rimanere prigioniero della sua maggioranza, Sarkozy intende sancire, nella Costituzione, l’irresistibile evoluzione del sistema politico francese verso il presidenzialismo. La riforma del quinquennato e la concomitanza delle presidenziali con le legislative rafforza nei fatti il carattere presidenziale del sistema della V Repubblica, anche se Sarko non è al riparo da una situazione come quella del 1997 che portò Chirac alla dissoluzione dell’Assemblea e ad una coabitazione degenerativa (ma si può scommettere che non farebbe lo stesso errore). Intende, quindi, annullare il paradosso di un sistema che offre all’eletto il trono per cinque anni senza assicurargli di poter “governare”, facendo ratificare il ruolo preponderante del presidente della Repubblica nell’esecutivo, affinché “la realtà della leadership presidenziale sia riconosciuta e assunta”. Lo farà, in particolare, dando la possibilità al capo dello Stato di esprimersi davanti all’Assemblea Nazionale; un contato diretto che toglierebbe alla figura del primo ministro la funzione di “interfaccia” con il Parlamento per lasciarlo semplice “maitre d’oeuvre” del progetto presidenziale. C’è chi ha voluto vedere in questo elemento un attacco alla separazione dei poteri, ma esso dovrebbe invece proprio renderla più effettiva di prima, perché sarebbe accompagnata da un rafforzamento dei poteri di controllo del Parlamento, da una razionalizzazione del suo lavoro attraverso la moltiplicazione delle commissioni, e dal riconoscimento di uno vero e proprio statuto all’opposizione.

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