Sarkozy alla prova delle riforme, sotto l’ombra del Generale

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Sarkozy alla prova delle riforme, sotto l’ombra del Generale

12 Luglio 2007

Non è un caso
se Nicolas Sarkozy ha scelto la città di Epinal, dove il 29 settembre 1946 il
generale de Gaulle aveva proposto le proprie idee per la costituzione di una
“Repubblica moderna e adatta al suo tempo”, per attribuire ad una commissione
di 10 membri il mandato di preparare la riforma delle istituzioni. Lo farà in
un momento in cui, nella maggioranza come nell’opposizione, un sentimento di
delusione serpeggia alla vigilia delle vacanze estive. Oggetto di questo
scontento è l’attenzione quasi esclusiva di Nicolas Sarkozy sulla politica
internazionale ed europea, che sembra relegare alle calende greche la “rupture”
e illustrare, insieme alla politica di “apertura”, la deriva presidenzialista del
regime.

Si è voluto
vedere nell’apertura, soprattutto a sinistra, voluta da Sarkozy sin dal suo
insediamento, una delle espressioni del gollismo del nuovo presidente. Sia da
un punto di vista ideologico, sia da un punto di vista strategico, la sua
apertura risulta ben diversa da quelle di de Gaulle. Il pragmatismo e il
volontarismo, oltre al carisma, sono sicuramente tratti comuni ai due uomini.
Alla base del pensiero politico del Generale, però, vi sono come dato
irriducibile e per così dire sentimentale l’ossessione dell’unità nazionale e,
quindi, del rassemblement e la sua avversione viscerale ai partiti
politici considerati elementi di divisione, ben prima che strumenti necessari
di un regime democratico. Le sue aperture furono in parte il frutto di questa
idea. Inoltre, esse rispondevano alla necessità di far uscire il paese da
situazioni di emergenza (la seconda guerra mondiale nel 1945-46 e la guerra
d’Algeria tra il 1958 e il 1962), che richiedevano soluzioni consensuali e
condivise dalla gran parte delle forze parlamentari.

Sotto questi
due punti di vista, l’apertura di Sarkozy ha dei presupposti abbastanza
diversi. Prima di tutto, essa rientra in una strategia studiata da tempo,
almeno sin dall’autunno del 2006, e che si prevedeva allora di attuare soltanto
in caso di ampia vittoria, sia alle presidenziali sia alle legislative. Questo
fa capire quanta strumentalità vi sia nell’apertura. In effetti, in termini di
potere decisionale, essa comporta dei rischi minimi per l’azione complessiva
del governo. Ha, invece, dei vantaggi impareggiabili. Da una parte, rafforza
l’immagine presso l’opinione pubblica, soprattutto d’opposizione, di un
presidente aperto al dialogo; dall’altra, ed è lì che bisogna ricercare il vero
scopo della manovra, ha un effetto distruttivo su un partito socialista alle
prese con lacerazioni interne, carenza di leadership, e ridotte prospettive di
contare sulla scena politica negli anni a venire. Non a caso, tutti gli
esponenti socialisti ai quali Sarkozy ha fatto proposte hanno risposto
positivamente alle sue proposte. L’apertura nei confronti dei centristi non è
stata meno proficua. Ha spaccato i bayrouisti in due tronconi dando ragione a
chi lo ha seguito: Santini, il più zelante dei transfughi, è diventato
segretario di Stato; tre sono i ministri del Nuovo Centro e, soprattutto,
grazie ad accordi elettorali, questa formazione ha ottenuto il numero
necessario di deputati per costituire un gruppo parlamentare. Perfino nei
confronti della stessa sua maggioranza, l’apertura ha un effetto
destabilizzante. Eppure, l’UMP intende contare nella realizzazione del progetto
presidenziale e non lasciare che esso sia “ibridato” dalle nuove reclute di
Sarkozy.

Proprio per
contrastare il rischio di rimanere prigioniero della sua maggioranza, Sarkozy
intende sancire, nella Costituzione, l’irresistibile evoluzione del sistema
politico francese verso il presidenzialismo. La riforma del quinquennato e la
concomitanza delle presidenziali con le legislative rafforza nei fatti il
carattere presidenziale del sistema della V Repubblica, anche se Sarko non è al
riparo da una situazione come quella del 1997 che portò Chirac alla
dissoluzione dell’Assemblea e ad una coabitazione degenerativa (ma si può
scommettere che non farebbe lo stesso errore). Intende, quindi, annullare il
paradosso di un sistema che offre all’eletto il trono per cinque anni senza
assicurargli di poter “governare”, facendo ratificare il ruolo preponderante
del presidente della Repubblica nell’esecutivo, affinché “la realtà della
leadership presidenziale sia riconosciuta e assunta”. Lo farà, in particolare,
dando la possibilità al capo dello Stato di esprimersi davanti all’Assemblea
Nazionale; un contato diretto che toglierebbe alla figura del primo ministro la
funzione di “interfaccia” con il Parlamento per lasciarlo semplice “maitre
d’oeuvre” del progetto presidenziale. C’è chi ha voluto vedere in questo
elemento un attacco alla separazione dei poteri, ma esso dovrebbe invece
proprio renderla più effettiva di prima, perché sarebbe accompagnata da un
rafforzamento dei poteri di controllo del Parlamento, da una razionalizzazione
del suo lavoro attraverso la moltiplicazione delle commissioni, e dal
riconoscimento di uno vero e proprio statuto all’opposizione.