Home News “Sarkozy sarà il Presidente di tutti i francesi”

“Sarkozy sarà il Presidente di tutti i francesi”

0
6

Intervista a Robert Labro
di Emiliano Stornelli

Quale sarà il volto della Francia di Nicolas Sarkozy? Non si dovrà aspettare l’esito delle elezioni parlamentari di giugno per scoprirlo. Il neopresidente ha ampiamente illustrato il suo progetto politico durante la campagna elettorale ed è stata proprio tanta chiarezza rispetto alla sua rivale, la socialista Ségolène Royal, ad aprirgli le porte dell’Eliseo. Dai risultati delle votazioni di giugno dipenderà certamente la capacità di Sarkozy di realizzare quanto proposto ai francesi, ma grande importanza è altresì rivestita dai primi cento giorni del mandato, periodo in cui, sullo slancio della vittoria alle elezioni e del consenso popolare, il Presidente solitamente approfitta delle condizioni favorevoli per prendere decisioni difficili. Dei primi cento giorni di Sarkozy e più in generale del suo piano di modernizzazione della Francia, parla Robert Labro, rappresentante dell’Ump in Italia e consigliere dell’Assemblea dei francesi all’estero per l’Italia.

Quali provvedimenti prenderà Sarkozy nei suoi primi cento giorni all’Eliseo?

Sarkozy aveva già reso note quali sarebbero state le priorità del periodo iniziale della sua presidenza nel corso della campagna elettorale. La prima misura consisterà nell’introduzione del servizio minimo per i trasporti pubblici in caso di sciopero. E’ una misura a beneficio dei cittadini che lavorano e che potranno usufruire, in caso di sciopero, dei trasporti pubblici per tre ore sia la mattina che la sera. Può sembrare un provvedimento di secondo piano, ma in realtà è indicativo di un nuovo atteggiamento nei confronti dei sindacati, più attento alle esigenze reali del paese e dei cittadini che lavorano. Sarkozy ha detto chiaramente che sulla questione i sindacati verranno interpellati; tuttavia, se non saranno d’accordo il provvedimento verrà adottato ugualmente, senza permettergli di esercitare alcun potere di veto.
 
Sarkozy sembra farsi promotore di un’apertura ai principi liberali in economia e di un rinnovamento della cultura del lavoro.

I punti cardine della sua politica economica sono proprio l’alleggerimento del peso dello Stato in economia, una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e la diminuzione del carico fiscale che grava sulle piccola e media imprenditoria e sulla classe media lavoratrice. Nei primi cento giorni sono previste delle iniziative in tal senso, come la detassazione delle nuove assunzioni e delle ore di lavoro straordinario per le aziende e le società di dimensioni medio-piccole e per le imprese a conduzione famigliare. Senza toccare la legge sulle 35 ore, Sarkozy intende agevolare chi vuole lavorare di più con l’obiettivo di stimolare la crescita attraverso l’aumento dei redditi e della ricchezza reale. In altre parole, liberando le energie delle classi medie produttive in modo da non incidere sul debito pubblico già fin troppo elevato, quello che in Italia Prodi e coloro che lo sostengono ancora non hanno capito. In quest’ottica, s’inseriscono anche l’abolizione della tassa di successione per i redditi medi e la riduzione al di sotto del 50% delle tasse sul reddito e sul valore degli immobili, provvedimenti che, salvo brutte sorprese, verranno adottati nei primi cento giorni.

Ma una politica economica incentrata sulla classe media e sulla centralità del suo ruolo sociale, non rischia di accreditare la controparte socialista nelle vesti di garante di una maggiore giustizia sociale?

In superficie può sembrare così. In realtà, l’impostazione di Sarkozy - che è molto simile a quella del centrodestra italiano - dimostra che la tutela delle fasce più deboli (nel dna della filosofia gaullista) e la tutela dei ceti produttivi (l’aspetto innovatore introdotto da Sarkozy) sono perfettamente coniugabili a vantaggio dell’intero corpo sociale. Sono le due facce della stessa medaglia. In questo la sinistra francese, al pari di quella italiana, è indietro di decenni. Ecco perchè ha perso drasticamente consensi di fronte alla formula, rivelatasi vincente, proposta dal neopresidente.

Rimanendo in superficie, per quanto concerne il problema dell’integrazione, il popolo delle banlieu non ha perdonato a Sarkozy quel “racaille” con cui l’aveva apostrofato quando era ministro dell’Interno e la sinistra ne approfittato per lanciargli accuse molto prossime alla xenofobia. Sarkozy come agirà su questo fronte?

Le accuse di xenofobia o di fascismo sono delle fandonie. Il culmine è stato raggiunto quando alla vigilia del ballottaggio Ségolène Royal ha lanciato il grido d’allarme sulla minaccia che Sarkozy all’Eliseo avrebbe rappresentato per la democrazia francese, sul cattivo esempio della sinistra italiana contro Berlusconi. Sarkozy, invece, ha già precisato di essere il Presidente di tutti i francesi, al di sopra delle parti e dei partiti, nella migliore tradizione gaullista, ed è quindi anche il Presidente dei francesi figli d’immigrati - egli stesso è di padre ungherese - e di tutti coloro che si recano in Francia con l’intenzione di stabilirvisi. Rispetto alla sinistra - che oltre le belle parole proprio non riesce ad andare -, l’idea di Sarkozy è quella di creare un equilibrio tra i diritti e i doveri degli immigrati, cioè tra il diritto degli immigrati di essere aiutati nell’inserimento nel tessuto socioculturale francese e nel mondo del lavoro e il loro dovere di contribuire alla vita del paese in maniera positiva nel rispetto della sua identità e dei principi che la animano. In sostanza, si tratta di aiutare chi vuole farsi aiutare, responsabilizzando il comportamento degli immigrati. “Racaille” è chi approfitta dell’aiuto dello Stato senza dare nulla in cambio e chi strumentalizza il malcontento e il disagio sociale a fini politici. Sono costoro a non dover essere aiutati. Per cominciare, nei primi cento giorni Sarkozy procederà a un’importante e quanto mai necessaria semplificazione burocratica, con l’accorpamento delle funzioni e delle responsabilità riguardanti l’immigrazione e le politiche d’integrazione, attualmente suddivise tra diversi ministeri, nel nuovo Ministero dell’Immigrazione e dell’Identità nazionale.

Sarkozy ha dunque un programma ambizioso per la Francia e il popolo in larga parte gli ha dato fiducia. Tuttavia, senza maggioranza in Parlamento non potrà certamente dare seguito a quanto annunciato in campagna elettorale. Che esito avranno le elezioni di giugno?

Per quanto i risultati delle urne possano essere imprevedibili, è facile scommettere su una netta vittoria dell’Ump. Alla crisi della sinistra, va ad aggiungersi l’incapacità di Bayrou di rappresentare una vera alternativa al partito di Sarkozy. Del 18% dei consensi conquistati al primo turno delle presidenziali, i due terzi non corrisponde all’elettorato tradizionale dell’Udf, ma a quella maggioranza silenziosa ultramoderata, per lo più cattolica, che spaventata dal decisionismo di Sarkozy, e rifiutandosi di votare per la Royal, ha optato per il candidato centrista. A indebolire la posizione di Bayrou contribuisce inoltre la spaccatura avvenuta all’interno del gruppo dell’Udf in Parlamento, dove ventuno deputati su ventisette hanno annunciato che voteranno per Sarkozy. Senza contare la delusione di molti elettori moderati verso le sue mosse politiche, che spesso hanno dato adito al sospetto che Bayrou fosse interessato al suo tornaconto personale più che al bene della Francia. A suo sfavore gioca anche l’impianto maggioritario del sistema elettorale; Bayrou non può essere sicuro neppure di raggiungere il numero minimo di venti deputati per costituire un gruppo parlamentare.

Neppure un’alleanza tra il centro e la sinistra è in grado di contendere all’Ump la maggioranza dei seggi?

L’idea di un’alleanza tra il nascente partito democratico di centro guidato da Bayrou e quello socialista, se mai riuscirà a concretizzarsi entro le elezioni di giugno, difficilmente potrà rivaleggiare con l’Ump. Si tratterebbe di un’alleanza nuova che avrebbe bisogno di molto più tempo per strutturarsi ed essere competitiva. Difficilmente gli aspiranti candidati dell’Udf accetteranno di far posto ai candidati socialisti e viceversa e per i centristi, inoltre, si pone il problema di un eccessivo spostamento a sinistra della loro linea politica. Insomma, i tempi per l’alleanza tra centro e sinistra in Francia non sono ancora maturi.

Tornando ai primi cento giorni, su chi cadrà la scelta di Sarkozy nel ruolo di primo ministro?

Il grande favorito è Francois Fillon, ex ministro dell'Istruzione e del Lavoro, ma soprattutto tra gli autori del programma elettorale di Sarkozy. Chi meglio di Fillon conosce gli obiettivi del neopresidente? Sarkozy vuole farsi interprete, contrariamente ai suoi predecessori, di una presidenza più impegnata nella gestione quotidiana della cosa pubblica, che assuma la responsabilità anche delle scelte di politica interna e non si nasconda dietro al de Villepin di turno. Fillon sarà un primo ministro molto operativo, con funzioni di coordinamento della linea di politica interna che sarà Sarkozy a tracciare.

Anche in politica internazionale si annunciano degli aggiustamenti rispetto al passato, in particolare nel rapporto con gli Stati Uniti e in Europa.

L’antiamericanismo è una costante della politica estera francese. Con Chirac, tuttavia, l’ostilità verso gli Stati Uniti ha raggiunto vette di esasperazione che il paese non conosceva dagli anni ’60. Sarkozy ha intenzione di abbandonare l’approccio ideologico nelle relazioni transatlantiche per sposare una linea pragmatica che parte dal presupposto della necessità per gli stessi interessi nazionali francesi di un rapporto di amicizia e cooperazione con gli Stati Uniti. Ovviamente non potrà non tener conto del fatto che Bush è odiato dalla quasi totalità dei francesi. Anche in Medio Oriente la musica sarà diversa, con un avvicinamento a Israele e un atteggiamento più critico verso gli arabi. Sarkozy poi vuole un’Europa che sia più forte politicamente e più rappresentativa nel mondo. A differenza di Chirac, sente maggiormente il problema della mancanza di un’identità culturale. La sua è un’Europa politica e non solo economica. Il no all’ingresso della Turchia riflette questa concezione. 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here