Saviano vede la Camorra anche nella storia di Eluana ma sbaglia
30 Gennaio 2009
Nell’articolo, La rivoluzione di un padre, pubblicato giorni fa su ‘Repubblica’, Roberto Saviano ha tessuto l’elogio di Beppino Englaro per non aver voluto risolvere ‘all’italiana’ il dramma di Eluana. “Con la sua battaglia – ha scritto – sta aprendo una nuova strada, sta dimostrando che in Italia si può e si deve restare utilizzando gli strumenti che la democrazia mette a disposizione”. Da fautore di una bioetica liberale, solidarizzo col padre che intende rispettare la volontà espressa dalla figlia e trovo discutibile il comportamento di un ministro che minaccia sanzioni contro una clinica disposta ad avvalersi della libertà concessa da una sentenza della magistratura – impropriamente riguardata come una condanna alla pena capitale.(Gli intellettuali militanti di destra e di sinistra “sono sempre enfatici”, come i generali francesi nel giudizio del mite e assennato Luigi XVIII). D’altronde chi come me, sulle orme del ‘bon David’( Hume) e degli antichi stoici, non ha ritegno neppure a dichiararsi favorevole all’eutanasia, come potrebbe ritenere un potenziale assassino Beppino Englaro intenzionato a sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiale di un corpo ormai privo di reazioni?
E, tuttavia,c’è qualcosa di poco convincente nell’articolo di Saviano ed è l’assimilazione tra Englaro, e il meridionale costretto a rivolgersi, per avere quanto gli è dovuto, ad organizzazioni criminali che trovano la loro ragion d’essere nel “monopolio illegale, nel fruttuoso business del recupero dei crediti”. Qualsiasi persona di buon senso non potrebbe negare, infatti, che portando Eluana in Olanda per porre fine a una non vita , Englaro non chiede l aiuto a un’associazione a delinquere ma a uno stato di diritto che intende la ‘dignità della vita’ in modo diverso che in Italia: da una parte, abbiamo un torto – il rifiuto del rimborso di un credito per il quale la magistratura non può fare nulla – che dovrebbe essere sanato dalla criminalità organizzata, dall’altra, un ‘diritto’ non riconosciuto dalla comunità politica di appartenenza ma che altre comunità – e, nella fattispecie, quella che ha dato i natali a Erasmo e a Grozio, simboli eccelsi della tolleranza e della laicità dello Stato – rispettano.
Saviano lo sa benissimo ma allora qual è il senso dell’analogia? Per il giovane scrittore napoletano, nei due casi – l’utente della camorra e il potenziale fruitore di servizi sanitari non italiani – ci troviamo dinanzi alla giustizia negata per colpa delle inadempienze del nostro Stato che non protegge, come è suo compito, i diritti dei cittadini.
A esaminare la faccenda in un’ottica laica e liberale, lontana dalla Cariddi del laicismo anticlericale e dal bigottismo della FederVita, si deve riconoscere, però, che i due casi sono molto diversi e tali sotto profili non poco significativi. E’ indubbio che il furto – un credito non rimborsato – rinvia a un “reato” che tutti, cattolici e atei, di destra e di sinistra, lettori di Voltaire e nostalgici di Pio X, condannano senza batter ciglio. L’interruzione delle cure a un cervello piatto, invece, non è altrettanto percepita come un ‘diritto’ assoluto’: una parte più o meno consistente dell’opinione pubblica, che si ispira a una certa interpretazione della morale cattolica – magari non condivisa proprio da tutti i cattolici –, assimila a un omicidio il porre fine alle cure di un malato come Eluana Englaro (per non parlare di Welby!). In questa posizione ci sono ragioni teologiche, bioetiche, sociali ,che sembrano deboli a quanti come me seguono una diversa filosofia ma che, in nessun caso, rinviano a una mente criminale o autorizzano a parlare di “vittime dell’ingiustizia” almeno nello stesso senso in cui lo è il napoletano al quale nessun tribunale riesce a garantire il rimborso di quanto ha incautamente prestato
E qui tocchiamo un punto che costituisce il vero spartiacque tra la laicità liberale e la laicità giacobina. Per la seconda ciò che la coscienza morale del self unencumbered –l’espressione di Michael Sandel definisce l’uomo emancipato in grado di ‘sgombrare’ la sua mente dai pregiudizi che vi hanno depositato la religione, la tradizione, la famiglia etc. – avverte come ‘diritti di liberà’ deve venir incorporato nella Costituzione, diventando vincolante ‘erga omnes’ sicché ogni sua violazione – o mancato riconoscimento – getta ombre inquietanti sulla qualità della convivenza civile. Quanti si richiamano a questo ‘giacobinismo libertario’non ritengono di fuoruscire dall’orizzonte liberale giacché, per fare un esempio ricorrente, se favorevoli all’aborto non impongono a tutti di abortire. A rigor di logica, però, hanno ragione i loro avversari a ribattere che sarebbe come riconoscere il diritto a sopprimere gli ebrei ma non l’obbligo imposto a tutti di farlo! (Si dirà che, nel caso degli ebrei, si uccidono persone ovvero cittadini titolari di diritti ‘sacri’ mentre, nel caso dell’embrione, si sopprime una non-persona: già, ma per i cattolici d’oggi, che hanno messo in soffitta la filosofia aristotelico-tomista, con le sue distinzioni tra la ‘potenza’ e l’atto’, l’embrione è una persona bell’e buona !). Sotto questo profilo, i giacobini libertari hanno la stessa ‘mens’ dei loro avversari ‘ultras’. Per entrambi il bene – che poi dovrà tradursi in norme di codice–”non si mette ai voti”, per entrambi nelle questioni morali dovrebbe pesare la coscienza e non l’urna. Si dà però il piccolo inconveniente che, proprio nelle questioni morali, non ci siano una sola coscienza, né una sola ragione e poiché i valori sono tanti e spesso in conflitto–”il mondo è pieno di dei” diceva il vecchio Mill, citato da Max Weber – la criminalizzazione di chi ha dèi diversi dai nostri riporta, proprio quando la secolarizzazione celebra i suoi trionfi, ai tempi dell’Inquisizione.
A scanso di fraintendimenti, non credo che Saviano voglia condannare al rogo i soci della FederVita (conoscendone qualcuno in Liguria, sono più portato a ritenere il contrario..) e, tuttavia, trovo pericoloso definire perseguitati dalla giustizia sia il derubato del suo denaro (il napoletano ‘soccorso’, poi, dall’onorata società) sia il derubato del suo diritto al rifiuto delle cure in condizioni estreme.
La questione è non poco complessa e delicata in quanto rinvia a una decisione che, sotto il profilo morale, in mancanza di parametri oggettivi – che esistono solo per i razionalisti e per i loro avversari i quali, purtroppo, fanno riferimento a ‘diritti naturali’ che prescrivono l’opposto– resta ‘ontologicamente’ incerta. Come uscirne? A mio avviso, in una società liberaldemocratica, si dovrebbe, quando si può, tentare la via del compromesso ragionevole, iscritto nella teoria dell’argomentazione di Chaïm Perelman: se non c’è accordo sui principi, ce ne potrebbe essere sulle loro conseguenze ‘spiacevoli’. Si prenda il caso dell’aborto: quanti ritengono lecita questa pratica per lo ‘sconvolgimento di vita’ che una nascita indesiderata comporterebbe per una donna esposta alla perdita della salute e del suo equilibrio psichico, non l’hanno mai intesa come uno strumento anomalo per la limitazione delle nascite, e pertanto potrebbero accordarsi con i loro interlocutori cattolici nel predisporre adeguati soccorsi sia alle madri disposte a tenersi il nascituro sia alle altre che, in cambio del concepimento, potranno contare sulle migliori cure ospedaliere, durante la gravidanza, nonché sulla sicura adozione della loro creatura – salvo restando, naturalmente, il diritto di abortire. Per dirla col grande scienziato politico (cattolico!) Bertrand de Jouvenel sarebbe un “compromesso” non una “soluzione” del problema ma la politica non è scienza perché, a differenza della scienza, non presenta soluzioni ma solo ‘composizioni’.
Qualora, tuttavia, il confronto civile dovesse trasformarsi in uno “scontro di civiltà” e il tavolo delle trattative in un’arena di gladiatori, non resterebbe che la”conta delle teste”. In una società liberale, sia il principio della sacralità della vita (dei cattolici, degli atei devoti, dei laici incerti e‘pour cause’), sia il principio della qualità della vita (che per i veri laici non significa facoltà per chiunque di porre fine alla vita altrui se indegna di essere vissuta ma solo il diritto di rifiutare uno stato vegetativo preservato artificialmente) dovrebbero trovar posto ma, nell’impossibilità di un ‘bargaining’, non si può fare altro.
Si deve pretendere da tutti, invece, il rispetto della volontà popolare non perché questa definisca il bene (‘vox populi, vox Dei’) ma perché definisce ciò che la maggioranza ritiene essere giusto ed equo. Alla minoranza una società liberale può e deve garantire, invece, il diritto all’obiezione di coscienza. Che vale sia per gli uni – un medico antiabortista non ha l’obbligo di interrompere una gravidanza indesiderata così come un avvocato civilista antidivorzista non è tenuto a occuparsi di una causa di separazione – sia per gli altri – un medico disposto a staccare la spina o a praticare l’inseminazione artificiale al di là dei vincoli imposti dalle nostre leggi , può farlo, senza subire alcuna conseguenza, in stati europei ‘permissivi’ (in fondo, uno dei vantaggi dell’Unione europea è il passaporto comunitario , che non ci fa sentire del tutto spaesati in Francia o in Olanda).
Ciò che mi sembra non poco opinabile è il diritto a sentirsi discriminati da una decisione (in un senso o nell’altro) presa a maggioranza che non tenga conto dei propri convincimenti etici:è un diritto insussistente quando sono in questione materie tanto controverse e in un paese in cui le leggi ordinarie non sono intangibili–una maggioranza può emanarle e un’altra abrogarle. Né obiettino i fautori del ‘primato del diritto’ sulla politica che una maggioranza potrebbe approvare leggi liberticide come ,ad esempio, un decreto che impedisse alla minoranza di costituire partiti e fondare giornali. In questo caso, infatti, non esisterebbe più lo ‘stato di diritto’ e il “pactum societatis” verrebbe sciolto. Presentare però, sempre e in ogni caso, i ‘nuovi diritti’ come derivati logicamente dalla Magna Charta Libertatum mi sembra scorretto e ricattatorio e scopre la pretesa di trasformare ciò che ci sembra giusto in ostia consacrata nel tabernacolo della Costituzione. In questa ottica, se un referendum popolare–o una maggioranza parlamentare – rigettasse la proposta di costituzionalizzare lo ‘Statuto dei lavoratori’, si denuncerebbe la violazione dei ‘diritti universali dell’uomo e del cittadino’ – la ‘tirannia della maggioranza’!
Va detto, però, che in qualunque modo si risolva la vicenda Englaro, non avremo un Bene che vince sul –o soccombe al – Male, giacché in conflitto restano pur sempre due diverse “istanze di valore”. Ribadirlo significa non perdere il rispetto per l’altro, riconoscere al suo impegno una valenza etica che non consente, in alcun modo, di assimilarlo a un criminale o a un alienato mentale. Insisto: si ha il diritto a proclamarsi vittime di un’ingiustizia quando un comportamento è delittuoso per ogni persona ragionevole – ad esempio lo stupro o l’infanticidio – non quando un delitto è tale per una parte della società civile ma non per un’ altra. Un amico liberale, giustamente preoccupato dell’invasione della società civile da parte della politica non riesce ad accettare l’idea che, anche in fatto di ‘dilemmi tragici’, siano i cittadini o i loro ‘deputati’ a dosare lecito e illecito eppure è inevitabile se si considera che ogni diritto rivendicato da un individuo si traduce nel dovere dei suoi simili di rispettarlo e che tale dovere non può che essere sancito da una legge. In una età caratterizzata da una crescente pluralità di fedi e di valori, proprio per salvaguardare lo spirito del liberalismo, dovremmo riprendere in seria considerazione la ‘democrazia procedurale’, garante della libertà irrinunciabile di “tornare sui nostri passi” e di non rimanere inascoltati quando constatiamo che certi obblighi ci vanno troppo stretti.
