Home News Scacco al virus: che fare per la post-pandemia? Conversazione con il professor Giuseppe Sacco

Parla il professor Giuseppe Sacco

Scacco al virus: che fare per la post-pandemia? Conversazione con il professor Giuseppe Sacco

Salvatore Santangelo – L’Italia accerchiata! Questa immagine ha avuto una certa popolarità ai primi di Agosto, quando l’Italia contava tra cento e duecento nuovi contagi al giorno, mentre il morbo esplodeva nei Balcani, e Francia, Spagna poi Germania con dati anche cinque volte superiori….. Secondo lei c’è una spiegazione a questa anomalia, mentre la “seconda ondata” del morbo si profila come imminente un po’ dappertutto?

 

Giuseppe Sacco – Secondo me, questa situazione – che indubbiamente si è verificata – non doveva e non deve indurci ad illusioni. L’Italia è un paese troppo aperto per poter costituire un’eccezione nel quadro europeo. Però è vero che in Italia, nonostante che i giovanissimi, tenuti forzatamente in casa durante la primavera si siano poi lasciati sedurre da una sorta di movida, c’è una consapevolezza del pericolo maggiore di quanto essa non sia ad esempio in Francia. E penso che ciò sia dovuto al fatto che in Italia è in corso, come e più del solito, una chiassosa zuffa tra forze politiche. E siccome ci si accusa reciprocamente di “colpe” relative alla pandemia, il tema è più presente nei media, nelle polemiche, sui social e nelle conversazioni, di quanto non accada in paesi in cui il sistema di governo è più stabile. Alla fine se ne parla di più. E questo induce la parte più matura della popolazione a comportamenti lievemente più responsabili.

 

Salvatore Santangelo – Qualche giorno fa il New York Times ha addirittura tessuto un elogio dell’Italia, per essere riuscita a uscire dalla condizione di paese “paria”, dovuta al gran numero di vittime cadute sotto il primo urto della pandemia, e diventare addirittura un “modello”, per come è riuscita a riprendere il controllo della situazione. E ciò mentre altri paesi europei, che pure avevano avuto più tempo per prepararsi, come l’Inghilterra, la Francia e la Spagna, conoscono un prolungarsi oppure un rinnovarsi di una situazione allarmante.

 

Giuseppe Sacco – Naturalmente, è troppo presto per cantare vittoria. E non vorrei che il successo che ci viene riconosciuto dal quotidiano americano, e da una troppo vasta parte della stessa opinione pubblica italiana, finisca per ritorcersi a nostro danno, Anche perché nel resto del mondo, negli Stati Uniti, in Sudamerica, in India, in Medio Oriente, in pratica, dappertutto tranne che in Cina, ci si trova in presenza di una vera tragedia.  Però sembra di poter dire che- nei momenti più duri – una quota significativa degli Italiani, anche se purtroppo non tutti, hanno dato prova di capire il proprio interesse alla prudenza.

 

Salvatore Santangelo – Non crede che, per noi Italiani, una certa soddisfazione possa anche venire dal fatto che un laboratorio di ricerca del Lazio meridionale è tra i primi attori nella ricerca di un vaccino?  E che quattro o cinque giorni fa, sul Corriere della Sera, la giornalista scientifica Margherita De Bac abbia potuto farci conoscere l’imprenditore meridionale, che è anche il principale dirigente di questa azienda? Che conclusione ne trae lei, che più di cinquant’anni fa aveva lanciato l’idea di una politica di sviluppo del Sud fondata sulla creazione di laboratori di ricerca in quella parte del Paese in cui e si esplicava la politica meridionalistica incarnata dalla Cassa per Mezzogiorno?

 

Giuseppe Sacco – Ne traggo ovviamente una qualche soddisfazione. Ma non credo di poter rivendicare tutto il merito di ciò che è accaduto dopo di allora, perché decisivo è stato il concorso di vari fattori.

 

C’è da ricordare, in primo luogo, il fatto che verso la metà degli anni 60, si era andata esaurendo la possibilità per il sistema industriale italiano di progredire tecnicamente attraverso l’acquisto, o anche la semplice imitazione, di tecnologie che erano state sviluppate all’estero, in particolare negli Stati Uniti, durante gli anni in cui l’Italia era stata isolata ed autarchica.  Mi apparve evidente, ma non fui il solo ad accorgermene, che ben presto sarebbe stato necessario un aumento della spesa per la ricerca.  Ed infatti alla fine di quel decennio tutti parlavano del “gap tecnologico” tra Europa e Stati Uniti. Quel che posso rivendicare è di aver notato non solo che nel Mezzogiorno questo tipo di attività poteva essere particolarmente utile, ma anche che i laboratori di ricerca potevano essere più facili da inserire nella realtà meridionale di quanto non lo fossero le attività più propriamente manifatturiere.

 

Salvatore Santangelo – Come arrivò a questa conclusione?

 

Giuseppe Sacco – A quell’epoca stavo preparando un dottorato all’estero, e fu osservando le ricadute che, negli Stati Uniti, la creazione di laboratori di ricerca aveva avuto sulla nascita di nuove attività produttive, in particolare manifatturiere, che mi venne spontaneo chiedermi se questo fenomeno non potesse riprodotto e sfruttato per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno. La risposta positiva non fu immediata, perché i fenomeni che avevo osservato per primi si erano verificati sulla strada 128, che collega la sede del MIT, il Massachusetts Institute of Technology, con lo yard dell’Università di Harvard, cioè in una zona che era già iper-sviluppata ed iper-industrializzata, quindi assai diversa dal sud Italia. Ma poi rivolsi la mia attenzione a ciò che stava accadendo all’altro estremo degli Stati Uniti, in California, nella semi-desertica Contea di Santa Clara, dove questi fenomeni erano innescati soprattutto dalla Stanford University, un’università indubbiamente molto importante ma, specialmente a quell’epoca, non comparabile come peso e come “potenza di fuoco” innovativo ai due colossi della Nuova Inghilterra.

 

Salvatore Santangelo – La contea di Santa Clara rassomigliava al Mezzogiorno?

 

Giuseppe Sacco – Dal punto di vista naturalistico, Santa Clara era molto inferiore al Mezzogiorno; anzi molto più arida e desolata di quanto non fosse stato il Tavoliere di Puglia prima della costruzione dell’acquedotto pugliese. E che il successo fosse stato ottenuto in questo ambiente così difficile non poteva che incoraggiarmi. Tanto più che ben presto la “Strada 128” cominciò a perdere colpi, mentre Santa Clara decollava, fino a cambiare nome, e diventare Silicon Valley. Le ragioni di questa divergenza sarebbero troppo lunghe da spiegare qui, ma basterà dire che esse sono legate al fatto che sulla “128” erano concentrati soprattutto laboratori afferenti a grandi gruppi internazionali, che sarebbe stato assai difficile attirare nel Mezzogiorno. Mentre la futura Silicon Valley spiccava il volo grazie a aziende piccole e piccolissime, spesso appena nate, e sostenute soprattutto da somme assai modeste di venture capital.

 

Salvatore Santangelo –  E tutto questo divenne il libro “Il Mezzogiorno nella politica scientifica”, che fu poi pubblicato dalla Etas Kompass?

 

Giuseppe Sacco – Questo avvenne nel 1969, qualche anno dopo la discussione della mia tesi all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Ma durante tutto il corso delle mie ricerche avevo tenuto regolarmente informato non solo Francesco Compagna, il grande meridionalista che è stato mio maestro, e di cui sono stato per quasi quindici anni Assistente Ordinario all’Università di Napoli, ma anche Pasquale Saraceno, che pensava allora alla creazione di un Ministero per la Politica Scientifica e Tecnologica, e che una volta, in pubblico, mi trattò con una tale benevolenza da farmi intimamente vergognare del fatto che a me, in definitiva il Mezzogiorno andava piuttosto stretto, e non perdevo mai un’occasione per saltare su un aereo in partenza. Anche La Malfa si interessò molto al ruolo che potevano avere le attività di ricerca, non solo per il Mezzogiorno, ma per l’intera economia nazionale. E mi affidò l’organizzazione, a Milano, per il Partito Repubblicano, di un Convegno dove intervenne personalmente a parlare del ruolo delle Università e delle attività di ricerca nello sviluppo economico.

 

Salvatore Santangelo   E non solo come leader di partito! Ci sono persone della sua età che ricordano come anche in occasioni ufficiali, quando era Ministro del Bilancio, del Tesoro o Vice-presidente del Consiglio, quale che fosse l’argomento di cui si doveva discutere, finiva per parlare sempre della ricerca. Era diventato quasi ossessivo, e oggetto di qualche sarcasmo.

 

Giuseppe Sacco – Ciò era comprensibile, perché puntare sul ruolo della ricerca nello sviluppo e nella crescita economica consentiva un rilancio nella politica per il Sud. Infatti, dopo il successo solo parziale della riforma agraria, in presenza di un fenomeno migratorio che portava al Nord la componente medio-alta della popolazione meridionale, e davanti alle difficoltà che incontrava il processo di industrializzazione, l’ipotesi di uno sviluppo del settore terziario superiore offriva una nuova strategia. Queste attività, che erano anche in crescita quantitativa, cominciavano ad essere considerate un settore a sé, il settore “quaternario”, assai diverso da quello dei generici “servizi”; un settore intellettualmente orientato verso l’avvenire e non più verso il rimpianto di un passato che – in realtà – era stato poco meno misero di quanto non fosse il presente, ed anche assai più realistico dagli inverosimili progetti rivoluzionari proposti dai comunisti. Puntare su queste attività appariva come una carta nuova, capace di cambiare la qualità e il senso stesso della vita. E per questo, Compagna, poi, controbatté punto per punto le critiche di chi diceva che le attività di ricerca scientifica non avrebbero mai potuto trovare spazio ed accettazione nel sud Italia, men che mai a Napoli.

 

Salvatore Santangelo   E quali argomenti venivano avanzati, contro l’idea di sviluppare l’attività di ricerca scientifica nelle regioni meridionali?

 

Giuseppe Sacco –Qualcuno, anche se spesso senza dirlo apertamente, sosteneva che l’Italia del Sud e i suoi abitanti fossero, non dico razzialmente, ma culturalmente e psicologicamente incapaci di dar vita ad un processo così audace.  E lo stesso Giovanni Berlinguer, che era prima di tutto uno scienziato, e che pure mi ha sostenuto sempre, specie dopo che il progetto fu formalizzato nel libro, mi disse che lo considerava “un pò illuministico”, Però convenne con me quando gli risposi che a Napoli e nel Sud avere una punta di “illuminismo” significava richiamarsi a quanto di meglio c’era nella nostra tradizione culturale e civile. E io non solo lo rivendicavo, ma ho sempre sostenuto, e sostengo tuttora, che era proprio il materiale umano del Sud a rendere fattibile un progetto la cui materia prima erano la capacità creativa ed intellettuale. E che per questo ritenevo che il Sud fosse un’area più che adatta all’istallazione di laboratori di ricerca; molto di più quanto ciò non fosse vero per l’industria manifatturiera.

 

Francesco Compagna, dal canto suo, non si limitò a incoraggiarmi. Anzi, non appena venne eletto deputato, nel 1968, fece subito modificare la legislazione esistente a favore del Mezzogiorno, per includere le attività di ricerca tra quelle che potevano essere sostenute dagli incentivi previsti per le attività produttive.

 

Salvatore Santangelo – Dobbiamo dunque a quegli incentivi, se oggi viviamo un mezzo momento di gloria, come possibili co-produttori del ChAdOx1, cioè di una cosa tanto importante quanto il vaccino contro il Covid?

 

Giuseppe Sacco – Almeno in parte, si. Per profittare di quegli incentivi molte aziende pubbliche e private crearono, oppure semplicemente trasferirono nella “Zona Cassa”, i loro laboratori di ricerca presenti altrove, nel Nord-Italia, ovviamente. ma anche dall’estero. Nacquero e crebbero così moltissimi centri di ricerca per l’innovazione scientifica e tecnologica, in campi tanto diversi come quello medico-biologico e quello aeronautico. E così avvenne nel Lazio meridionale, dove la “Zona Cassa” incominciava a solo una ventina di chilometri da Roma, e dove ha sede il laboratorio che ha oggi tanta visibilità grazie al possibile vaccino contro il Covid-19.

 

Salvatore Santangelo – Lai sa, immagino, che fu Giulio Andreotti a insistere perché il confine del “Mezzogiorno da sviluppare” passasse così vicino a Roma?

 

Giuseppe Sacco – No, non lo sapevo. Lo ho appreso da un amico democristiano cui giorni fa ho dato un’intervista su argomenti simili a questi. E ne capisco perfettamente la logica. Ma mi ricordo che c’erano state delle polemiche a questo proposito. Perché molti, non senza qualche ragione, ritenevano che se la “Zona Cassa” fosse stata ampliata tanto da comprendere anche molte “aree arretrate del Centro Nord” (la cui arretratezza non era ovviamente così grave come quella del Mezzogiorno) e stendersi sino alle porte di Roma, nessuno sarebbe andato mai più andato ad investire nel “Sud profondo”, a Castrovillari o a Soveria Simeri.  Ma ricordo pure che fu proprio Compagna a farmi rilevare come, dato che la vicinanza di Roma dava già un certo appeal a quella zona, una certa capacità di attrazione degli investimenti, darle maggior forza non era stata una scelta sbagliata. Si è infatti creata una zona che accoppiava i vantaggi della vicinanza alla capitale con quelli delle provvidenze per il Sud.

 

Salvatore Santangelo – E ciò non ha impedito che anche in un’altra “Soveria”, in un altro paese dove prima produceva quasi solo sughero, un altro “sughereto”, ci siano stati fenomeni di sviluppo….

 

Giuseppe Sacco – Indubbiamente. A Soveria Mannelli, in Provincia di Catanzaro, c’è stata la nascita e il successo di un’altra attività tipica del “terziario superiore”. Ad iniziativa di un privato, c’è stata la creazione di una casa editrice. la “Rubettino”, che è riuscita ad assumere rilevanza culturale nazionale, fatto insolito per la Calabria. Non so se abbia goduto di qualche forma di incentivo, come ne hanno goduto altre iniziative che non hanno poi portato a risultati comparabili. Ma quello che mi sento di affermare è che la sua nascita si inserisce in un clima nuovo, testimoniato non solo – come abbiamo visto finora –  dalla creazione nel Sud di parecchi laboratori di ricerca, ma anche dall’iniziativa – dovuta a Beniamino Andreatta – dell’Università della Calabria, che puntava apertamente a alterare i rapporti sociali in quella regione. Non ci fosse stato l’ottimismo sul ruolo delle attività culturali e scientifiche qualsiasi imprenditore ci avrebbe probabilmente pensato due volte prima di dare vita ad una impresa nel settore della editoriale.

 

Salvatore Santangelo – È stata dunque questa rafforzata capacità di attrazione a fare sì che la società che ha sviluppato il primo vaccino contro il Covid-19 abbia sede – guarda caso – proprio a Pomezia.

 

Giuseppe Sacco – La Irbm ha un forte rapporto con lo Jenner Institute dell’Università di Oxford, e con  la società biofarmaceutica britannica AstraZeneca, cui la  Biomedical Advanced Research and Development Authority (BARDA)  l’Autorità statunitense per la ricerca biomedica avanzata, ha garantito un finanziamento di oltre 1 miliardo di dollari.  è nata solo una decina di fa, ma sulla base di un investimento fatto dieci anni prima da una importantissima società farmaceutica del New Jersey, la Merck Lab. Ora, questa era un’azienda con 125 anni di storia, i cui managers non avevano certo mai sentito parlare di Pomezia, e probabilmente neanche del Mezzogiorno, prima che il provvidenziale “emendamento Compagna”, ispirato alle ricerche del suo inquieto allievo, venisse a cambiare il quadro internazionale delle convenienze nella scelta delle localizzazioni per le attività di ricerca.

 

Salvatore Santangelo – Lei crede che dal lavoro della Irbm possa venire qualche risultato veramente affidabile per la creazione di un vaccino?

 

Giuseppe Sacco – Non tocca a me giudicare. Però vedo che il 30 luglio del 2020, è stato non più il Corriere, ma la rivista scientifica britannica Nature a scrivere che delle prospettive interessanti sono offerte, e a scadenza piuttosto breve “dal ChAdOx1 è stato sviluppato congiuntamente dall’Università di Oxford e dalla società italiana Irbm”.

 

E cosa altro è poi accaduto? Lo ha riportato il Wall Street Journal del 3 Agosto! E accaduto che i Russi, hanno annunziato che già a Settembre cominceranno a fare le vaccinazioni con prodotto da loro messo a punto, e sono stati immediatamente accusati di avere rubato conoscenze e tecnologie. E a chi le avrebbero rubate? Agli scienziati che lavorano sul ChAdOx1…..

 

Salvatore Santangelo – Interessante! Mi fa venire in mente quel che si dice quando in un’indagine cominciano ad esserci più di due indizi. E comunque, quello della Merck lab non è stato l’unico caso….

 

Giuseppe Sacco – Certo che no! Grazie allo “emendamento Compagna”, si è pienamente affermata l’idea che il Sud possa essere un ambiente culturale ed umano favorevole all’attività di ricerca. Certamente – ripeto – molto più favorevole di quanto non si sia dimostrato ai pasticciati ed esitanti  tentativi di grandi investimenti industriali, come l’acciaieria di Gioia Tauro. Dalle cui incomplete infrastrutture però è nato uno dei più importanti porti di transhipment del Mediterraneo. Ed a un certo momento il più importante.

 

Salvatore Santangelo E per tornare al settore della ricerca?

 

Giuseppe Sacco – Per tornare al settore dell’insegnamento e della ricerca, basta pensare all’Università ed al formidabile campus biomedico che ambienti milanesi vicini all’Opus Dei hanno creato a Trigoria, non molto lontano da Pomezia.

 

Va poi indirettamente attribuito all’esistenza dello “emendamento Compagna”, se si é sviluppata l’Area della ricerca di Napoli, e se a Napoli esiste tuttora il Laboratorio Internazionale di Genetica e Biofisica “Adriano Buzzati Traverso”. Il fondatore, di cui il LIGB porta oggi il nome, aveva parecchi anni prima lasciato Pavia per Napoli, ma i sessantottini ne avevano quasi distrutto l’opera.

 

E dello stesso clima cui Compagna diede, col suo emendamento, un fondamentale contributo, sono figli il CSATA di Bari, e più tardi la cosiddetta “Etna Valley”. Ma soprattutto l’ELASIS, un centro di ricerca creato a fianco dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco, che in seguito svilupperà –  tra molto altro – anche la tecnologia del motore Fire, la carta vincente grazie alla quale molti anni dopo Sergio Marchionne riuscirà a ottenere il sostegno politico ed economico di Barack Obama per il salvataggio e l’acquisizione dalla Chrysler.

 

Salvatore Santangelo – Lei rimane insomma convinto che il Sud fornisca un ambiente culturale ed umano adatto ad uno sviluppo fondato sulla ricerca e sulla scienza?

 

Giuseppe Sacco – Non solo ne sono stato sempre convinto, ma ne ho avuto la prova provata negli anni in cui sono stato professore all’Università della Calabria, in cui i criteri di ammissione erano congegnati in modo da dare priorità ai figli delle famiglie contadine. Ebbene, ho insegnato in tutto il mondo, da Princeton a Seul, da Shanghai a Pernambuco, da Parigi a Ibadan, da San Francisco a Marrakesh, e raramente ho conosciuto ragazze e ragazzi più intelligenti, vivaci, tenaci e desiderosi di apprendere come quelli calabresi.

 

E poi, mi lasci sottolineare quanto la crisi attuale mi confermi in questa convinzione. Specie all’indomani della pandemia in atto, il Sud potrà uscire dalla sua arretratezza solo con una rivoluzione culturale. Perciò vedo con piacere questi segni recenti che confermano l’ipotesi di sviluppo incarnata nell’iniziativa legislativa di Francesco Compagna, e un po’ – se posso dire – dalle mie ricerche e dal mio libro. Così come la vedo confermata –  purtroppo, a contrario – anche dagli scarsi risultati ottenuti, in termini di sviluppo indotto, quando, nell’era in cui regnavano alcuni ministri dei Governi di centro-destra, l’idea di fare di Napoli la capitale della ricerca in Italia venne ripresa e capovolta, con logica patentemente clientelare, per dare vita, a Genova, all’Istituto Italiano di Tecnologia.

 

Salvatore Santangelo – Lei considera che l’ITT sia stato un fallimento?

 

Giuseppe Sacco – No! Certo che no, anche se l’IIT ha dovuto difendersi da accuse di scarsa produttività scientifica e tecnica, in termini sia di pubblicazioni come di proprietà intellettuale. Ma senza nulla togliere all’eccellente team di personalità scientifiche che questa operazione ha fatto convergere sul capoluogo della Liguria, al loro lavoro e al loro quotidiano sacrificio, mi pare evidente che l’ITT non è stato sufficiente a dare ad una città dalle tradizioni economiche e dalle caratteristiche produttive fortemente consolidare. Mi azzarderei infatti a dire che a Genova manca qualcosa perché un’iniziativa come ‘IIT riesca a produrre tutti i suoi potenziali frutti.

 

Indubbiamente, la classe dirigente di Genova ha di recente dimostrato di essere capace di ottenere presto e bene ciò che considera essenziale alla propria quotidiana funzionalità.  Ma è un fatto che il capoluogo della Liguria è passato, in cinquant’anni, da 800.000 a 540.000 abitanti, e vive da un ventennio una fase a lui sfavorevole, in cui i centri del trasporto intermodale europeo si stanno spostando verso, Est, verso Trieste e verso Danzica: una situazione sulla quale non sembra poter incidere appropriatamente una politica di sviluppo fondata sui laboratori scienza e sulla ricerca.

 

Una tale politica poteva – e può – invece dare a Napoli la dirompente frustata di cui la città  ha chiaramente bisogno; può determinare una spinta che avrebbe la forza di uno scandalo. Per questo – se mai tale clima culturale esiste nel nostro paese –, il clima culturale che guarda al futuro (e non può che guardare in quella direzione) va cercato al Sud; in quel Sud, il cui presente è assai difficile ed in cui il benessere può essere garantito solo attraverso un impegno estremo ed uno slancio furioso verso l’avvenire.

 

Salvatore Santangelo – Vedo che lei sta allargando anche a Genova e al Nord il discorso dello sviluppo. Mi consenta allora una domanda relativa all’Italia intera. Non potrebbero essere le misure concordate con i partners europei, le “concessioni” della Merkel, a dare questo colpo di frusta all’Italia del post-pandemia?

 

Giuseppe Sacco – Non mi pare. Tanto per cominciare, 750 miliardi per l’insieme della UE non potranno certo consentire misure adeguate alla catastrofe biblica che si è abbattuta su di noi, e che sta facendo dei nostri figli, come è stato detto, “the unlukiest generation” dell’era contemporanea, forse anche più sfortunata di quelle nate nell’ultimo terzo del 19esimo secolo e macellate nelle trincee della Prima guerra mondiale. Per di più queste misure dovranno essere poste in atto sotto il controllo di paesi che, più che “frugali” si dimostrano “sordidi”, e che certamente ci imporranno di volare assai basso.

 

Ma soprattutto si tratta di misure che discendono da un’analisi sbagliata, da un’analisi che – per l’inguaribile conservatorismo tedesco –  vede la pandemia quasi soltanto come fattore aggravante di una situazione destinata a rimanere strutturalmente immutata, un fattore che aggiunge soltanto urgenza e portata a problemi che già erano sul tappeto. Si commette di nuovo lo stesso errore che si è commesso dopo la crisi del 2006-08. C’è una presunzione – ha scritto l’economista americano James Galbraith – “che i vecchi istinti e i rimedi sperimentati nel tempo funzioneranno come hanno fatto in passato, accelerando una ripresa economica destinata a verificarsi comunque, quando il virus si allontanerà e il mondo tornerà ad essere quello di ieri.” Ebbene non è così. Queste previsioni sono sbagliate, e lo sono perché è sbagliato l’assunto.

 

Salvatore Santangelo – Quale saranno secondo lei, per l’Italia e per il Sud in particolare, i principali gli elementi di novità?

 

Giuseppe Sacco – Rispetto ad una “normale” recessione, a parte gli aspetti quantitativi della disoccupazione e della caduta del PIL, la principale differenza è che alcune attività economiche saranno state rese almeno parzialmente obsolete. Ad esempio. Il ricorso massiccio che si è dovuto per necessità fare all’insegnamento e alle riunioni online ha portato la cosiddetta “morte della distanza” ad estremi che prima sembravano inaccettabili. Molti pendolarismi verranno sostituiti da commessioni video, e molte linee ad alta velocità diverranno economicamente superate. E poi, naturalmente, in Italia, ci sarà un ritorno dei “cervelli” che avevano trovato lavoro all’estero. E ciò non avverrà, come è – “tutti no, ma buona parte” – accaduto finora, soprattutto per quelli che avevano forti appoggi politici: Ma avverà in massa, perché ciascun paese riserverà i pochi posti disponibili ai propri connazionali.

 

Appare perciò evidente che avremo molta forza lavoro di alta e altissima qualità cui trovare lavoro, e che non potremo mettere a raccogliere pomodori, se non vogliamo provocare un’insurrezione armata. Ciò accadrà però in coincidenza con la necessità di un grande sforzo di innovazione intellettuale prima che tecnica, uno sforzo di ricerca e di invenzione, tenendo conto del fatto che prima che la ricerca tecnologica ci insegni a cambiare il mondo post-covid bisognerà che la ricerca scientifica ce lo abbia fatto capire. E occorrerà poi che, sulla base degli strumenti che la ricerca ci avrà dato, si inventi una politica di trasformazione della società e dell’economia. Perciò, nell’immediato dobbiamo puntare i nostri sforzi e dedicare le nostre risorse a quel o tipo di attività che si svolge nei laboratori di ricerca. Ci vorranno menti libere e creative, che – per prima cosa – cancellino l’imbecille “nazionalismo dei vaccini” che si sta attualmente profilando.

 

Salvatore Santangelo – Ho la sensazione che lei ormai veda il mondo post-pandemico, più o meno come vedeva il Mezzogiorno cinquant’anni fa: un sistema sociopolitico sopravvissuto a sé stesso e che non può fare miglior uso delle proprie risorse che per mettersi a studiare e a fare ricerca. Però questo mi sembra un compito del quale non può farsi carico l’Unione Europea, con la sua pesantezza burocratica, e la sua strutturale eterogeneità. E tanto meno i singoli paesi membri.

 

Giuseppe Sacco – No, certo. Dai palazzi di Bruxelles non mi sembra che possa venire molto di quello che a me sembra necessario nella nuova fase storica che – speriamo di no – potrebbe essersi aperta con la pandemia. E vedo che non tu fai neanche menzione di quella che sino a ieri era – o pretendeva di essere – la potenza leader in un mondo unipolare. Ma il quadro culturale ed etico dell’Europa e del suo prolungamento nel Nuovo Mondo, rimane probabilmente ancora – nonostante la straordinaria ascesa della Cina – l’ambito nel medio termine più favorevole ad una rinascita.

 

Nell’immediato, tuttavia, mi permetterei di suggerire su scala più generale lo stesso approccio che proponevo cinquanta anni fa per l’Italia del Sud: una strategia di recupero civile e di sviluppo economico fondata sulla ricerca scientifica e tecnologica, con obiettivi conoscitivi ed applicativi che vadano molto al di la dell’ipotetico vaccino. Il quale, per quel che si sa delle molte ricerche in corso, avrebbe comunque effetto solo sulle conseguenze polmonari dell’infezione da coronavirus e non su tutte le altre fisiche e morali, riproduttive e cerebrali. Tanto più che – come si incomincia a capire dalla maggiore frequenza della perdita dell’odorato e del gusto da parte dei contagiati – i danni al cervello sono più diffusi quando il morbo attacca generazioni più giovani.

 

In assenza di una nuova e molto più ambiziosa mobilitazione, tanto medica quanto sociale, la pandemia – come ha scritto Jacques Blamont, un grande astrofisico che è appena scomparso – potrebbe dare avvio a un secolo di minacce e di paure, diventare una tragedia permanente, con cui dovremo fare interminabili conti. Una tragedia che avrà costi tanto economici quanto umani, che verranno via via ad aggiungersi a quelli che già sono stati subiti, e che continuano ad accrescersi nel corso della attuale fase ascendente di diffusione mondiale del morbo.

 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here