Scacco matto di Bush ai democratici

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L’exit strategy di Bush per l’Iraq è vincere la guerra in Iraq. Non si tratterà di una vittoria campale, salutata da salve di cannoni e da marce trionfali come quelle di un tempo, ma sarà – se gli eventi lo consentiranno – la vittoria di “qualcosa di nuovo nel mondo arabo”. Sarà l’affermarsi di una “democrazia funzionante in grado governare i suoi territori, far prevalere lo stato di diritto, rispettare i diritti umani fondamentali e dare risposte alle domande del suo popolo”.

E’ questo il cuore del discorso di Bush alla nazione al netto delle mille indiscrezioni già note sugli aspetti quantitativi del cosiddetto nuovo corso (più soldi e più truppe). Ed è anche l’indicazione centrale del perché una vittoria in Iraq è ancora possibile, è indispensabile e ardua da conseguire.
E’ ancora possibile perché è ciò che la maggior parte degli iracheni si augura per la propria vita e per il proprio futuro come hanno dimostrato le elezioni dello scorso anno: un evento che Bush ha definito stupefacente fin dalle prime righe del suo discorso. E come di dimostra ancor più il fatto che in 16 delle 18 province dell’Iraq la vita sia migliorata sia rispetto ai tempi di Saddam sia a confronto dell’odierno inferno di Baghdad.

La vittoria è poi indispensabile e ogni ipotesi di ritiro o di resa inimmaginabile perché le conseguenze della sconfitta sarebbero disastrose. Lasciare l’Iraq in mano agli insorti e sul bilico di una guerra civile sarebbe insieme una catastrofe umanitaria e un rafforzamento indicibile del terrorismo internazionale. Equivarrebbe a cancellare tutto quanto si è fatto sul  fronte  della war on terror dall’11 settembre 2001 a oggi, e a rendere più probabili nuovi e peggiori attentati.

Al contrario la creazione di un Iraq stabile e democratico – Bush ne è ancora convinto – è l’unica strada a disposizione per contrastare le aspirazioni del jihadismo combattente in Iraq e in tutto il Medio Oriente. “Nella lunga prospettiva – ha detto Bush – la via più realistica (l’aggettivo deve essere stato scelto con cura per rispondere al gruppo di studio Baker-Hamilton) per proteggere i cittadini americani è quella di fornire una possibile alternativa all’ideologia dell’odio del nemico, facendo avanzare la libertà attraverso questa travagliata regione.”

Ma per questi stessi motivi la vittoria in Iraq è ardua da conseguire. Non solo per la situazione interna del paese, ma per la grandissima preoccupazione con cui i principali player della regione guardano al possibile affermarsi della democrazia nel cortile di casa. E’ evidente ormai da tempo che Iran e  Siria, ma certamente non solo, stanno giocando una partita terribilmente spregiudicata attorno al corpo agonizzante dell’Iraq e che poco ha che fare con interessi etnici o religiosi. Lo scontro tra sunniti e sciiti iracheni è solo lo sfondo di un tentativo pazzoide di alimentare il massimo di odio, di sangue e di morte il cui risultato sia la sconfitta e la vergogna dell’America e dei suoi alleati.

Bush ha ammesso degli errori nella conduzione della guerra ma non ha veramente cambiato strategia poiché è tuttora intenzionato a vincerla. Ora la partita si sposta a Washington dove la nuova maggioranza parlamentare democratica deve decidere se vale più una vittoria contro Bush al Congresso o una con Bush a Baghdad.

da Il Tempo

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