Scarsa concorrenza e costo delle materie prime spingono l’inflazione
21 Luglio 2008
L’inflazione è uno dei temi economici più caldi in questo momento. Quello che deve far riflettere è la discussione riguardante i natali della piaga che insieme con lo shock petrolifero, la corsa al rialzo dei prezzi delle commodities e i defaults legati ai mutui subprime, sta mettendo in ginocchio l’economia mondiale.
I moniti riguardo al problema di tendenze inflazionistiche sempre più consistenti giungono ormai da tutte le parti. Fondo Monetario Internazionale, Ocse, Federal Reserve, Bce concordano sul fatto che a livello globale molti assetti sono stati ridefiniti. Proprio il FMI ha rivisto nuovamente al ribasso le stime mondiali di crescita economica e tassi d’inflazione per il 2009.
Eppure c’è chi non è del tutto pessimista per quanto riguarda il nesso petrolio-inflazione, come Mario Draghi, governatore di Bankitalia, che ricorda come «il nostro successo fino ad oggi nel controllo delle aspettative di inflazione dipende in modo cruciale dalle lezioni che abbiamo appreso dagli shock al prezzo del petrolio degli anni settanta. L’esperienza degli anni recenti fornisce una palese dimostrazione dei benefici di una politica monetaria credibile, anche nella congiuntura attuale». Le parole di Draghi, tuttavia, lasciano l’amaro in bocca, specie osservando gli indicatori macroeconomici e la crescita tendenziale della stessa inflazione, attestatasi al 3,8% in Italia, al 4% in Ue e negli Usa. Il primo colpevole, ragionevolmente, sembra essere proprio la concomitanza di alti prezzi di petrolio e materie prime, ma il prof. Franco Bruni, dalle colonne de La Stampa, non è d’accordo sull’importazione di tal fenomeno: «E’ ormai arbitrario cercare di distinguere l’inflazione importata da quella di origine interna. La pressione inflazionistica si forma a livello globale, ma la politica monetaria che contribuisce a determinarla è decisa a livello europeo».
Bene, cioè male, perché torniamo al punto di partenza. Possiamo non considerare l’ascesa del livello generale dei prezzi come una variabile esogena? La tesi del prof. Bruni è molto suggestiva, perché sposta l’attenzione, almeno a livello europeo, sulle scelte di politica monetaria, ma sembra dimenticarsi di due fattori. Primo, che anche l’America sta vivendo il problema analogo all’Ue e secondo, che la Bce ha sempre scelto linee monetarie restrittive, ben conscia del rischio che si stava correndo, tutto il contrario delle decisioni indulgenti delle Fed. Eppure, la tanto temuta escalation dei prezzi è giunta lo stesso. Appurato che il perturbamento nella curva di offerta di materie prime e greggio sembra essere tale da giustificare una parte del fenomeno, è ovvio che non si può scaricar ogni colpa al di fuori dei nostri confini territoriali. Questo perché la variabile endogena dell’inflazione, almeno in Italia, ha giocato (e gioca) un ruolo importante. Come? Semplicemente attraverso tutti quei meccanismi di scarsa concorrenzialità di cui siamo stati spettatori negli ultimi anni, un esempio per tutti può essere il caso delle assicurazioni Rc auto. Ma gli esempi sono numerosi e riguardano (soprattutto) la spesa di tutti i giorni. Si pensi anche all’Euro ed alla sua entrata in vigore: ciò che costava 30mila Lire, ora ha raddoppiato il suo prezzo.
Ma questa è solo una parte delle cause che ha generato (e continua a farlo) l’inflazione che osserviamo. Si può dire quindi che l’inflazione è importata? In parte si, con un meccanismo logico. Riflettiamo: se il prezzo del petrolio raddoppia nel giro di pochi mesi, queste maggiorazioni indubbiamente si trasferiscono sui consumatori del bene che, in base alla loro posizione più o meno dominante, decidono di agire per ristabilire l’equilibrio perduto. Il problema è proprio nell’interpretazione delle due fasi, quella di importazione e quella di incremento sul mercato nazionale.
Inoltre, da non sottovalutare anche l’incidenza delle politiche monetarie di cui sopra. Il ruolo della Bce, negli ultimi mesi, è sempre stato quello di controllare l’inflazione, come ripetuto fino allo sfinimento da Jean-Claude Trichet. Eppure, non è servito a molto. Forse perché con la leva della Bce si possono sedare le spire inflazionistiche endogene e meno quelle esogene, dato che il protezionismo è fin troppo arcaico?
L’impressione è che certamente una parte della tendenza inflattiva sia naturalmente creata all’interno delle economie nazionali, ma il trasferimento dei costi delle materie prime sono troppo elevati per essere ignorati o sottovalutati. Il rischio è quello di perdere ulteriore tempo prezioso, tempo che potrebbe essere utilizzato per ritrovar l’equilibrio, anche se semplice non è.
