Come sciogliere il nodo pakistano

Sconfiggere i Talebani è possibile, ma solo con l’aiuto degli Stati Uniti

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Lo spettro della presa di potere da parte dei Talebani estremisti in un Pakistan dotato di armi nucleari non è semplicemente una grossa esagerazione, ma potrebbe anche portare a mal interpretare le proposte politiche provenienti dagli alleati del Pakistan, compresi i nostri amici a Washington.

Il Pakistan e la comunità internazionale devono fronteggiare sfide impegnative alle prese con i terroristi e le ideologie che li sostengono. Ma reazioni di panico, come quelle registrate dai media americani nelle ultime settimane – dopo l’arrivo dei talebani a Buner, una città 60 miglia a nord di Islamabad – non giovano di certo al consolidamento della democrazia pakistana o allo sviluppo di un’efficace politica anti-terrorismo per il Pakistan.

Ora che i Talebani sono stati mandati via da Buner, e le forze pachistane li hanno affrontati militarmente proprio al di fuori della loro roccaforte nella Swat Valley, dovrebbe essere chiaro a tutti come il Pakistan possa e voglia sconfiggere i Talebani.

Nelle libere elezioni che hanno riportato la democrazia in Pakistan nel febbraio del 2008, i cittadini del paese hanno respinto con una maggioranza schiacciante coloro che sostenevano i Talebani e difendevano le ideologie degli islamisti radicali. Ma il retaggio della dittatura, che comporta la tolleranza per alcuni gruppi militanti, si è dimostrato ben radicato e difficile da cancellare. La retorica anti-americana e le tradizionali preoccupazioni di sicurezza che il Pakistan nutre nei confronti dei suoi vicini hanno contribuito a frenare l’entusiasmo popolare per una forte azione militare contro i violenti estremisti, sebbene il Presidente Asif Zardari abbia dichiarato ripetutamente che la guerra contro di loro è una guerra per l’anima del Pakistan.

Nel frattempo, il cambio dell’amministrazione negli Stati Uniti ha rallentato il flusso di assistenza verso Islamabad. Purtroppo, i comuni cittadini pachistani hanno iniziato a domandarsi se l’alleanza con l’Occidente stia portando alcun beneficio per loro.

Sotto la dittatura di Musharraf, il Pakistan probabilmente non si è mostrato abbastanza pronto a comprendere quanto fosse grande la minaccia rappresentata dai Talebani. E all’indomani dell’elezione di leader democratici lo scorso anno, il nostro governo si è trovato a dover gestire una serie di problemi interni. Mobilitare tutti gli elementi del potere nazionale, in particolar modo l’opinione pubblica, contro la minaccia dei Talebani ha richiesto del tempo, in quanto molti pachistani erano convinti che i Talebani fossero disposti a trattare e che avrebbero tenuto fede alla parola data.

I recenti sviluppi ci offrono una possibilità in un momento di crisi. Un numero crescente di pachistani è sempre più convinto della necessità di affrontare gli estremisti.

La maggiore preoccupazione mostrata di recente dalla comunità internazionale nei confronti della minaccia talebana sembra derivare dal dialogo appena intrapreso dal governo di Pashtunkhwa, provincia della frontiera nordoccidentale del Pakistan, con un movimento locale che sostiene la legge islamica, pur senza aver aderito alla campagna violenta dei Talebani. Il dialogo in questione mirava ad un duplice obiettivo – primo, riportare ordine e stabilità nella Swat Valley; e secondo, portare elementi razionali della popolazione religiosamente conservatrice lontano dai terroristi e dai fanatici.

In questo caso, il modello preso in considerazione è stato l’efficace processo di pacificazione di Fallujah in Iraq, dove gli elementi più moderati, grazie agli accordi raggiunti, si sono distaccati dai nichilisti di al Qaeda. Si tratta di un modello che ha avuto un tale successo a Fallujah da indurre le truppe americane e della NATO ad applicarlo nuovamente in Afghanistan. L’obiettivo da raggiungere nella Swat Valley pachistana era lo stesso.

Il dialogo intrapreso nella Valle in questione ha portato ad un accordo che avrebbe permesso ad alcuni elementi della Shariah di essere applicati al sistema giudiziario del posto, come è avvenuto in altre epoche nella storia della nostra nazione. L’accordo prevedeva che i Talebani della Valle deponessero le loro armi, si impegnassero alla non-violenza, ed accettassero il governo dello stato. Si trattava di una soluzione locale per quello che veniva considerato da alcuni pachistani come un problema locale.

Lasciate che io sia assolutamente chiaro su un punto: la leadership civile e militare del Pakistan è ben consapevole del fatto che al Qaeda e i suoi alleati non sono potenziali partner con cui trattare. Ma, così come hanno fatto gli Stati Uniti in Iraq, il Pakistan ha cercato di fare una distinzione tra elementi conciliabili e inconciliabili all’interno di un contesto di crescente ribellione.

La premessa del dialogo era la pace. Senza pace non c’è accordo, e senza un accordo il governo pachistano utilizzerà tutto il potere a sua disposizione per ristabilire l’ordine nella Valle. Preferiamo negoziare piuttosto che combattere. Ma se sarà necessario combattere lo faremo – e combatteremo per vincere.

Cosa occorre al Pakistan per contenere questa minaccia? Nel breve periodo abbiamo bisogno che gli Stati Uniti condividano con noi le loro tecnologie d’avanguardia nell’azione anti-terrorismo. Il Pakistan necessita di attrezzature per visionare il campo di notte, di disturbatori in grado di far saltare le trasmissioni via radio FM dei terroristi, e di una più ampia e moderna flotta di elicotteri da combattimento per il supporto sul terreno nei massicci attacchi necessari a contenere, respingere e distruggere il nemico.

Ad oggi Washington si mostra ancora riluttante nel condividere questi strumenti d’avanguardia, e nell’addestrare i nostri militari con un’adeguata preparazione basata sulle tecniche antiterrorismo, in quanto permangono forti timori sull’eventualità che tali sistemi possano essere utilizzati contro l’India. Ma preoccupazioni del genere sono fuori luogo. I pachistani sanno bene che oggi la minaccia prioritaria al nostro territorio non è rappresentata dal nostro vicino orientale, quanto piuttosto dalle Federally Administered Tribal Areas (FATA) al nostro confine con l’Afghanistan. Per affrontare questa minaccia, è necessario che ci vengano forniti mezzi adeguati a combattere i terroristi, mentre ci impegniamo a lavorare per riprendere il nostro dialogo a più livelli con l’India.

Nel lungo periodo, la sicurezza del Pakistan sarà fondata sulla vitalità economica del paese. E’ questo il punto centrale della legislazione Kerry-Lugan attualmente in esame al Congresso, che andrebbe a determinare un impegno decennale da miliardi di dollari nei confronti del sistema economico e sociale del Pakistan. Impegno evidente anche nella legislazione Regional Opportunity Zone, al momento ugualmente all’attenzione del Congresso, che aprirebbe i mercati statunitensi a beni prodotti in Afghanistan e nella regione pachistana FATA. Un Pakistan economicamente prospero sarebbe meno soggetto all’ideologia del terrorismo internazionale – e diventerebbe un modello per milioni di musulmani in tutto il mondo, dimostrando come l’Islam e la modernità non sono solamente compatibili in condizioni di democrazia, ma possono anche svilupparsi e crescere insieme.   

© The Wall Street Journal
Traduzione Benedetta Mangano

Husain Haqqani è l'ambasciatore del Pakistan negli Stati Uniti.

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