Sconterà 21 anni ma per Breivik la sua sporca “guerra” va avanti

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Sconterà 21 anni ma per Breivik la sua sporca “guerra” va avanti

27 Agosto 2012

Ha ottenuto quello che voleva. Esce di scena con l’espressione tipica di chi pensa di aver vinto la sua battaglia. Se una persona che uccide 77 persone a sangue freddo e non prova neanche un briciolo di rimorso può vincere, allora sì, lui ha vinto. Anders Behring Breivik è stato condannato a 21 anni di carcere. Il Tribunale di Oslo lo ha giudicato capace di intendere e volere. Era quello che Breivik aveva cercato sin dall’inizio: un palcoscenico, visibilità per raccontare ai quattro venti le sue convinzioni, una sorta di legittimazione. Sconterà 21 anni di carcere – pena massima prevista in Norvegia e comunque estendibile se sarà ritenuto ancora un pericolo per la società.

Per lui si aprono le porte della prigione: ci va con supponenza, e con quel sorriso beffardo mostrato alle telecamere anche durante la lettura di una sentenza che lo condanna a passare un ventennio e oltre dietro le sbarre. E il suo non è stato un sorriso di sfida. È stato il sorriso di chi è certo di aver vinto. 

Di fronte a un uomo che aveva ammesso d’essere colpevole, la Corte di Oslo doveva solo decidere se fosse o meno sano di mente e dunque condannabile al carcere. Non è stato facile. Nel corso dell’ultimo anno diversi esperti si sono seduti di fronte a Breivik, lo hanno osservato, hanno parlato con lui. Diversi esperti e diversissime conclusioni. All’inizio è stato giudicato affetto da schizofrenia paranoide: pazzo, per semplificare, incapace di intendere e di volere, e dunque destinato ad essere curato in una struttura sanitaria.

Un secondo parere medico lo ha invece giudicato pienamente consapevole delle sue azioni. Conclusioni contrastanti, frutto dell’analisi di un soggetto complicato e che nella girandola di psichiatri e perizie si è mosso con dimestichezza. Gli esperti hanno ricordato a un paese infastidito da tanta confusione che in questi casi non è raro avere opinioni psichiatriche divergenti. Resta però il fatto che a essere finito sotto accusa è stato il sistema stesso, comprese le commissioni statali incaricate di giudicare i rapporti medici.

E lui? Lui voleva essere riconosciuto capace di intendere e di volere. Lo ha detto sin dall’inizio, lo ha ripetuto di continuo, è arrivato a promettere che non avrebbe fatto appello se giudicato colpevole ma comunque sano di mente. “Non c’è assolutamente alcuna ragione di ricorrere in appello se sarò dichiarato penalmente responsabile”.

Le sue azioni, dice, sono state motivate e razionali. Facile capire il perché di questo atteggiamento: sin dall’inizio Breivik ha voluto la vetrina del processo, l’ha voluta per utilizzare il banco degli imputati come un portentoso megafono, l’ultima cosa che voleva era vedere il suo credo bollato come il delirio di un pazzo. Meglio il carcere che un manicomio.

Su questo, la maggior parte dei norvegesi ha mostrato di essere d’accordo con lui: tre su quattro erano pronti a considerarlo sano di mente abbastanza da essere chiuso in una cella. Ma in un dato del genere non c’è nulla di scientificamente valido che dica qualcosa in più su quel mistero che è la mente di Breivik. C’è solo l’umore – cupo – di un intero popolo che all’orrore ha contrapposto reazioni equilibrate e soprattutto un processo equo, senza che le emozioni e il dolore entrassero in aula, neanche una volta.



Oltre a lui, a esultare per la sentenza di condanna sono stati i parenti delle vittime, che sin dall’inizio avevano voluto vederlo rinchiuso in prigione, a pagare il prezzo pieno per le sue azioni. E in fondo esce sollevata anche la Norvegia nel suo insieme, che chiude una pagina buia e complessa. L’accusa aveva chiesto l’internamento in un istituto psichiatrico. Breivik non è sano, va curato: i procuratori Inga Bejer Engh e Svein Holden avevano concluso così i loro lavori. Ammettendo però di conservare un dubbio: di non essere certi della pazzia del 33enne. Ma secondo loro sarebbe stato peggio condannare un pazzo al carcere piuttosto che un sano a cure psichiatriche obbligatorie. Diversa la linea della difesa, che sin dall’inizio ha accettato di inseguire l’obiettivo finale del proprio assistito. “Breivik è sano di mente, le sue azioni devono essere valutate dal punto di vista della cultura estremista di destra”: queste le parole dell’avvocato difensore Geir Lippestad.



La cultura estremista di destra, appunto, quella che Breivik ha raccontato di aver incontrato nel corso degli anni e di aver sviluppato in reazione alle esperienze vissute: perché – lo ha detto e ripetuto – le sue azioni vanno considerate come ‘legittima difesa’. Ha spiegato di aver cominciato a sviluppare un odio nei confronti dei musulmani quando aveva sette anni; ha elencato almeno venti episodi – rapine, violente, stupri – che a suo dire avrebbero avuto come protagonisti proprio i musulmani. Nel pieno dell’adolescenza, Breivik ha deciso che la misura era colma. Siccome non c’erano modi per lottare in modo democratico, ha concluso che fosse doveroso saltato quella parte e passare all’azione, per proteggere la propria cultura. 

Il fatto è che in questo il 33enne non rappresenta un caso isolato. In tribunale – ma anche sui quotidiani – uno dopo l’altro sono spuntati personaggi e sigle convinti della bontà delle azioni di Breivik.

Arne Tumyr (leader del Stopp islamiseringen av Norge, ‘Fermiamo l’islamizzazione in Norvegia’) ha dichiarato che l’Islam è una minaccia per l’Occidente e che l’islamizzazione sta procedendo lenta ma decisa anche in Norvegia. Una immigrazione incontrollata, ha aggiunto, finirà per rendere i norvegesi una minoranza nel loro paese. 
Parole simili a quelle di Tore Tvedt (leader di Vigrid, altro gruppo di estrema destra) secondo il quale la Norvegia sta combattendo una ‘Guerra di civiltà’. Ronny Alte, leader della Norwegian Defence League (dimessosi dopo i fatti del 22 luglio dell’anno scorso) ha detto in tribunale che la maggior parte dei membri della NDL non approva le azioni di Breivik ma c’è anche un piccolo gruppo di persone che invece lo supportano. Lui lo sa, sa di non essere solo e anche per questo nelle settimane scorse dal carcere ha inviato delle lettere indirizzate a gruppi di estrema destra per chiedere loro di continuare gli sforzi in difesa di quelli che considera i valori della società occidentale.



“E’ una questione che concerne il futuro della Norvegia e dell’Europa”, ha affermato spesso Breivik, nel corso di questi mesi “ed è traumatizzante essere etichettati come un estremista di destra, essere addirittura demonizzati”. Nelle sue conclusioni, ha detto di aver agito “’in difesa del mio gruppo etnico, della mia religione e del mio paese’” contro il multiculturalismo e “l’invasione islamica”. Il suo progetto poteva essere macchiato solo da una cosa: essere bollato come pazzo, svuotando così di senso tutte le sue parole. Dal carcere ora continuerà a scrivere libri, a diffondere le sue idee, a tenere rapporti con altri gruppi estremisti. Nella testa di Breivik la guerra va avanti.