Se anche la storia dell’arte è troppo “europea e bianca”. La rivoluzione di Yale e New York
05 Febbraio 2020
L’enigmatico sorriso della Gioconda di Leonardo Da Vinci; lo stupore che si prova studiando per la prima volta gli affreschi realizzati da Michelangelo nella Cappella Sistina o la curiosità di capire se davvero il personaggio indicato da Gesù nel capolavoro caravaggesco de “La vocazione di San Matteo” sia quell’uomo di mezza età con la barba che indica sé stesso oppure se si tratta del giovane che, poco distante, è concentrato a contare delle monete poste sul tavolo. Tutte sensazioni ed emozioni che gli studenti della storia dell’arte hanno provato nel momento in cui si sono imbattuti per la prima volta nell’analizzare questi straordinari capolavori. A quanto pare, però, nel mondo accademico americano sta accadendo qualcosa di davvero paradossale, legato indissolubilmente al politically correct che sembra aver invaso l’establishment americano: due università tra le più importanti degli USA – quella di Yale e la Columbia University di New York – hanno reso noto che i corsi riservati ai neo studenti di storia dell’arte subiranno delle profonde variazioni dovute al fatto che, per come sono stati concepiti fino ad oggi, i temi trattati risultino essere monopolizzati dalla presenza di uomini dalla carnagione bianca, europei ed eterosessuali. In particolare, l’ateneo di Yale ha precisato – attraverso le parole del direttore del dipartimento di Storia dell’Arte, Tim Barringer – che per troppi anni la prestigiosa università ha offerto nei suoi corsi introduttivi soltanto due opzioni (uno che affronta la storia dell’arte dell’antico Medio Oriente, dell’Egitto e dell’Europa pre-rinascimentale, e l’altro che invece riguarda la storia dell’arte europea e americana dal Rinascimento a oggi) non tenendo conto di quanto “la diversità degli interessi intellettuali del dipartimento è analoga alla diversità dell’odierno corpo studenti”. Dunque, via a corsi introduttivi che “mitighino” queste presunte storture etnico – geografiche, con la rimozione dei due attualmente previsti (evidentemente troppo sbilanciati verso uno studio che vede prevalere la cultura occidentale e medio orientale) in favore di quattro “che coprono un ampio raggio in termini di geografia e cronologia”.
Una dinamica del tutto simile si è verificata alla Columbia University, principale ateneo newyorkese. Qui addirittura i corsi di studio sono stati impostati in maniera tale che per ogni periodo storico venga analizzato un determinato contesto geografico, facendo in modo che possano essere studiate tutte le produzioni nei vari continenti. Ebbene, quello che sembra essere un principio ancorché condivisibile, finisce per tagliare letteralmente le gambe all’arte europea e, in particolar modo, a quella italiana: infatti, della sterminata produzione artistica del nostro Paese, viene passato in rassegna soltanto il Rinascimento escludendo così di netto artisti del calibro di Giotto, Caravaggio, Bernini e Canova. Tutto ciò a scapito degli studenti che, seppur educati ad analizzare espressioni artistiche finora ritenute di secondo piano come quelle asiatiche o africane, vedono la loro preparazione messa a rischio da decisioni cervellotiche e miopi prese da un’élite culturale ed economica americana sempre più portata a sposare acriticamente qualsiasi tipo di de – occidentalizzazione della cultura.
Così, sembra quasi che ci sia qualcuno oltre oceano che si vergogni di ciò che la cultura occidentale ha saputo mettere in opera, relegando tutto ciò ad un mero prodotto di epoche oscurantiste. La speranza è quella che nella maggior parte degli Stati del Vecchio e Nuovo Mondo torni a svilupparsi una coscienza più profonda dell’importanza avuta dalla nostra cultura e, perché no, soprattutto dalla nostra arte.
