Se avete paura di voi e della società non entrate nella bara di Buried

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Se avete paura di voi e della società non entrate nella bara di Buried

24 Ottobre 2010

Prendete un film e toglietegli tutto tranne regista, protagonista e sceneggiatura (ridotta all’osso): otterrete ‘Buried’. Un incubo oscuro lungo 90 minuti in cui sono presenti alcune delle fobie umane più recondite e una critica decisa alla società che ci ‘seppellisce’ sotto di lei.

L’idea di partenza è tanto semplice quanto efficace, un rapimento al fine di chiedere un cospicuo riscatto. La complicazione arriva nel momento in cui si decide di destrutturare la cinematografia contemporanea costringendola in 4 assi di legno, quelle che compongono la bara in cui si svolgono tutti i 90 minuti di pellicola.

Paul Conroy, il protagonista impersonato da Ryan Reynolds, si sveglia all’interno di una cassa sepolta sotto un metro di terra in un deserto iracheno non meglio identificato. Lungo lo svolgimento si scoprirà essere stato vittima di un attacco dei ribelli sciiti che, oltre a lui, hanno preso in ostaggio altri contractors civili autisti di un convoglio di aiuti. Unici arnesi a disposizione di Conroy sono una matita, un telefono cellulare, un accendino Zippo e poche altre piccole cose. Quello che stupisce nello scorrere dei minuti è la capacità di tenere incollato lo spettatore allo schermo nonostante l’assoluto senso di oppressione che una tomba può dare.

Ed è forse proprio qui il merito del regista, Rodrigo Cortes, che ha saputo giocare con le fobie quotidiane di cui siamo vittime. Alcune moderne come il timore per la fine della batteria del cellulare (che qui vale la differenza tra vivere e morire) o il rigetto verso la burocrazia telefonica e i call center, altre molto più ataviche e strettamente connesse all’essenza stessa dell’uomo. Esempio lampante ne è l’ansia di finire l’ossigeno e di non riuscire a muoversi che non rappresentano altro se non l’eterna (e inevitabile) paura di non farcela.

Paure e fobie rappresentate in maniera più che buona da Ryan Reynolds. Il maritino di Scarlett Johansson, fin qui impegnato in ruoli più leggeri, non calca la mano e rende credibile l’immedesimazione di una persona comune costretta in una situazione al limite. Prova da rimarcare soprattutto perché mancano punti di riferimento cui ispirarsi; a suo modo, la recitazione di Reynolds potrebbe essere la capostipite di una futura corrente, diciamo così, intimista della settima arte.

D’altra parte bisogna riconoscere anche qualche pecca al lungometraggio d’esordio di Cortes. I più pignoli potrebbero obiettare riguardo la larghezza della bara, la durata della batteria del cellulare o la quantità di aria presente nella cassa che sembra non finire mai. Come pure non convincono in un paio di passaggi i dialoghi, apparentemente estemporanei rispetto al contesto drammatico, ma sono piccoli artifici a cui si deve sottostare per entrare appieno nel meccanismo narrativo. Il coinvolgimento riesce così ad essere totalizzante anche grazie alla critica, più o meno esplicita, alla società americana.

Nelle pieghe dei dialoghi si scorge infatti un malcelato rancore verso una società e un modo di governare che scavalcano il singolo individuo rendendolo vittima di un destino che non gli appartiene, deciso da altri e perciò estraneo. In tal senso non si può non citare una delle telefonate compiute da Conroy in cui, di fronte al suo interlocutore, si rimpalla le responsabilità dell’11 settembre, della crisi economica e della guerra in Iraq.

La conseguenza immediata di un ragionamento simile ricade prepotentemente su tutti noi. Sulle nostre coscienze prima ancora che sulle reazioni alle scelte altrui. Il vero fulcro narrativo non risiede nel racconto di una tragedia singola ma nella consapevolezza che tutti possiamo rimanere schiacciati da una mancanza di libero arbitrio che da un momento all’altro può catapultarci, come si usa dire con una efficace espressione dialettale, a guardare i cipressi dalla parte delle radici.

La soluzione? Il regista non sembra averne una pronta, ma alla fine della proiezione uscirete comunque dalla sala con un’idea ben chiara: in questa vita meglio non fidarsi, non agitarsi e non sperare troppo. Se siamo fortunati qualcuno, alla fine, ci salverà.