Se Ceronetti fa la fine dei Navajos
06 Luglio 2011
di Redazione
Guido Ceronetti, scrittore, poeta, saggista, marionettista e chi più ne ha ne metta, ha sempre avuto qualche problema con la modernità, che si trattasse di tenere in vita Eluana ("Gloria a te Medicina che mi hai rinata/ Da naso a stomaco una sonda ficcata/ Priva di morte e orfana di vita"), di fare un’interurbana ("Ma un uomo al telefono è ancora un uomo?"), piuttosto che farsi un giro a passeggio fuori Torino ("Uscire dalla città a piedi è faticosissimo. T’investe la lava bollente del brutto, del rumore, strade sopra strade, tremendi ponti di ferro, treni, camion, Tir, corsie con sbarramenti, impraticabili autostrade, un vero teatro di guerra"); ma lui si rifiuta di essere definito un apocalittico, un nichilista o un antimoderno, spiegando che in Italia "c’è una mostruosa improprietà di linguaggio" e "che viene quasi da ridere" a sentire epiteti come quelli.
Bah, sarà, ma di certo certe sue uscite, tipo il non voler mettere piede nel Mezzogiorno perché degradato e criminale, o il voler rimandare a casa gli immigrati perché spediti nel Belpaese da una congiura yankee, lasciano il tempo che trovano, tanto più che il Guido nazionale s’inalbera tanto per il welfare ai clandestini ma poi incassa regolarmente l’assegno della legge Bacchelli. Anche la sua ultima uscita sui "Navajos" della Val di Susa va nella stessa direzione di un mondo senza umana pietà. Sentite qua, tratto da La Stampa di ieri: "La Tav (mi provo a darne una definizione non politica) è parte della fondazione di un impero mondiale della Tecnica che opera a ridurre in schiavitù, una schiavitù mai vista, di cui si vanno da tempo palesando i segni – il genere umano senza distinzioni etniche e spirituali, gli animali, i semi modificati (OGM), le arbe, l’animato e l’inanimato, tutto. Le connessioni con la finanza, i poteri criminali, i partiti, i governi, forme e formule terroristiche, non dicono che il nominabile, e non nominano che qualche utensile, di questa mondializzazione che a poco a poco va privando il vivere delle ragioni per vivere (vivendi causas)".
Il Nostro si dice "ovviamente d’accordo che la violenza debba essere bandita", quella dei No-Tav che hanno assediato operai e poliziotti, ma aggiunge: "In tutto il mondo, dove ci sia una sopravvivenza d’ideale, la resistenza al sopruso applica, dove è possibile, i metodi e le forme della nonviolenza ghandiana. Vale la pena pensarci". In realtà, in Val di Susa, nei cantieri assediati dai bravacci di nero vestiti, quel "dove possibile" non sembra essersi concretizzato poi così tanto. Bulloni, fionde in stile Intifada, spranghe d’acciaio, chiodi trinagolari per forare i pneumatici, batterie bazooka per lanciare gli esplosivi, taniche piene di benzina per alimentare rudimentali lanciafiamme ricavati da estintori, sassi fasciati da stracci imbevuti di benzina e avvolti nel fil di ferro, grosse tronchesi per tagliare le reti, mazze da muratore da lanciare contro gli sbirri, roncole, tondini di ferro, scudi mimetizzati, per non dire delle molotov, dei contenitori pieni di ammoniaca, delle sostanze tossiche da far passare sempre nelle divise degli sbirri, bombe carta potenziate con bombole di gas, l’elenco delle armi che i pacifinti si sono fatti requisire dalla polizia nel weekend di paura in Val di Susa è molto lungo. Alla luce di questa macabra armeria, e vista l’infantile misoneismo di Ceronetti, viene proprio da pensare che, se il poeta si sente così a suo agio fra i Navajos, faccia attenzione, perché forse non ha ben calcolato il rischio di finire chiuso in una riserva.
