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Listini in caduta libera

Se crolla la Spagna si trascinerà dietro tutta l’eurozona

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 “Siamo un Paese serio e manterremo le nostre promesse”. Così, durante il World Economic Forum di Davos, il premier spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero ha cercato di allontanare l’ombra del crack che pesa sulla Grecia e ha provato a rassicurare i mercati internazionali sulla solidità dell’economia spagnola. Molti analisti internazionali però iniziano a dubitare della credibilità del governo di Madrid che, dati alla mano, continua a sventolare grafici e prospettive positive per il futuro che ormai appaiono davvero poco credibili. Il maggior timore è che il crollo a sorpresa delle finanze iberiche possa travolgere tutta l’Unione Europea. Proprio come è avvenuto nella seduta di ieri della Borsa, in cui l’Ibex 35 ha subito un tonfo del 5,94 per cento.

La Spagna è il Paese europeo con la peggiore performance economica nell’eurozona. Mentre la Germania, la Francia e l’Italia iniziano a registrare nelle proprie economie segnali di ripresa – anche se contenuti –, Madrid continua a dover fare i conti con i numeri in rosso e con un tasso di disoccupazione che, proprio in questi giorni, ha già superato i 4 milioni di persone. Secondo il Fondo Monetario Europeo, la Spagna è l’unico Paese sviluppato dove nel 2010 non ci sarà una crescita ma, anzi, un ulteriore calo dello 0,6 per cento. Per di più, economisti come il Nobel Paul Krugman e il professore dell’Università di New York Nouriel Roubini hanno lanciato l’allarme: “La caduta della Grecia è un problema per la zona euro – hanno dichiarato a Davos – ma quella della Spagna sarebbe un disastro”. Una prospettiva verosimile visto che il peso della penisola iberica nell’eurozona è pari quasi al 20 per cento, dieci volte quello della Grecia.

Mentre Atene si trova attualmente sotto la tutela diretta di Bruxelles – che ha stabilito un rigoroso piano di risanamento della finanza ellenica con un calendario stringente sulla messa a punto delle misure e delle scadenze precise – la Spagna ha definito un programma che, per molti analisti, è tutt’altro che realizzabile. Qualche giorno fa Zapatero ha annunciato un piano di stabilità fiscale che prevede un risparmio di ben 50 miliardi di euro in quattro anni che, secondo quanto si legge nel documento, dovrebbe portare il deficit pubblico dall’attuale 11,4 per cento alla tanto ambita soglia europea del 3 per cento nel 2013. Il Financial Times definisce il piano stilato dal ministro dell’Economia Elena Salgado non solo incompleto ma anche “irrealistico”, sostanzialmente perché prevede una crescita del 3 per cento annuo. E, viste le congiunture economiche, per raggiungere questo obiettivo ci sarebbe bisogno di un vero e proprio miracolo.

Intanto, molti osservatori hanno già da tempo iniziato a non fidarsi più delle dichiarazioni del governo spagnolo e temono che la situazione economica spagnola sia molto peggiore di quanto la dipingono a Madrid. In piena crisi internazionale, e sfidando i dati degli enti economici internazionali, lo scorso settembre l’esecutivo parlava di un deficit nel 2009 del 5,2 per cento rispetto al Pil, a novembre rivedeva il dato all’8,5 per cento e ora, appena 2 mesi dopo, ricorregge il tiro ammettendo un passivo dell’11,4 per cento (pari ad oltre 110 miliardi di euro).

Ma c’è dell’altro. Tra le manovre che Zapatero ha stabilito nel documento di risanamento inviato a Bruxelles era previsto un aumento dell’età di pensionamento a 67 anni e l’innalzamento a 25 anni dell’età computabile per calcolare la pensione, dieci anni in più di quelli attualmente esistenti. Una mossa – che per di più era stata nascosta all’opinione pubblica – che avrebbe contribuito alla riduzione del deficit per il 4 per cento entro il 2030. Ma, di fronte alle minacce di manifestazioni popolari e alla ferrea resistenza dei sindacati e del partito d’opposizione, il governo ha dovuto eliminare il paragrafo sostenendo che “c’era stato un malinteso perché si trattava di una simulazione”. Un affronto non solo al popolo spagnolo ma anche nei confronti della Commissione Europea.

Dopo questo raggiro, l’Esecutivo è stato accusato dalle formazioni politiche e sindacali spagnole – incluso da CC.OO, di estrema sinistra – di “improvvisare” la gestione contro la crisi e di essere formato da “un gruppo di dilettanti della politica”. All’estero, invece, la credibilità di Zapatero è ormai al lumicino. Sempre il Financial Times accusa il premier spagnolo di non aver fatto abbastanza per la crisi (“Ha speso con troppa leggerezza per i piani di creazione di nuovi posti di lavoro”) ma soprattutto di “essere stato talmente persistente e iper-ottimistico nelle prospettive economiche che ora sarà davvero difficile convincere gli spagnoli a fare dei sacrifici finanziari necessari per uscire dalla crisi”.

Il quotidiano inglese ricorda inoltre che se fino a poco tempo fa la Spagna contava sulla solidità dei suoi due maggiori gruppi bancari (il BBVA e il Santander-Central Hispano) ora tutto potrebbe capovolgersi. Secondo quanto è emerso di recente, infatti, il BBVA avrebbe mascherato alcuni dati negativi legati alla quantità di “bad loans” che possiede in Spagna. Qualche giorno fa, i vertici hanno dato un altro colpo a sorpresa annunciando il crollo del 94 per cento dei guadagni del gruppo nell’ultimo trimestre rispetto l’anno precedente.

Molti esperti si domandano se il gruppo bancario abbia realmente confessato tutti i suoi problemi economici o se ha iniziato a rendersi conto di essi solo ora e bisogna aspettarsi il peggio. Secondo il sito Business Week il principale problema bancario spagnolo è che “ha venduto l’idea d’essere meglio disposti rispetto a chiunque altro, ma ora è un fatto che è ancora meno veritiero di prima”. Il Financial Post ritiene che la crisi bancaria spagnola potrebbe essere anche più negativa di quella americana, travolgendo in pieno tutte le economie europee.  

L’economista Roubini sottolinea che la situazione spagnola, come quella irlandese, è aggravata ancora di più dall’enorme passivo bancario a causa dell’indebitamento ipotecario derivato dal boom delle costruzioni. Non a caso l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha ribassato, per la prima volta dal 1996, la qualifica del rischio del debito spagnolo. Ieri infine si è vissuta la paura nelle borse europee: l’inquietudine per l’economia spagnola ha portato l’Ibex 35 a registrare un tonfo di quasi il 6 per cento, il peggior risultato dal novembre del 2008, creando un effetto domino di perdite anche nei listini continentali. (Il gruppo Santander per di più ha perso il 9 per cento.)

Tutti questi segnali offrono una prospettiva per niente allettante non solo per la Spagna, ma anche per l’Europa che potrebbe essere trascinata insieme ad essa in un abisso. Per essere davvero credibile, a Zapatero non rimane che lasciar da un lato le promesse e passare ai fatti, magari iniziando a rimpiazzare il ministro dell’Economia.

 

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