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Controriforma del Lavoro

Se Damiano prevale su Renzi, il Pd resterà solo

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Pubblichiamo il discorso tenuto in aula alla Camera dall'onorevole del Nuovo Centrodestra, Sergio Pizzolante, in occasione della discussione sulla conversione in legge del Dl 20 marzo 2014, n. 34, recante disposizioni urgenti per favorire il rilancio della occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese.

Signor Presidente, rappresentanti del Governo, voglio ricordare come è nato questo decreto-legge, lo spirito che sta alla base di questa scelta del Governo. Questo decreto-legge è nato come intervento eccezionale in un momento eccezionale, come provvedimento straordinario in una fase drammatica per l'occupazione, con il tasso di disoccupazione in Italia che si è visto, negli ultimi due anni, impennarsi sino al 13 per cento. Ed è anche figlio di una presa d'atto: la legge Fornero non ha funzionato, le rigidità introdotte sui contratti a termine, sulla flessibilità in entrata, sull’apprendistato non hanno funzionato e hanno prodotto più disoccupazione.

Coloro che dicono che non si produce lavoro con una legge e con un decreto dicono cose vere; però è anche evidente che con una legge e con un decreto si può distruggere lavoro, ed è quello che è successo con la legge Fornero. Quindi smontarla sulla flessibilità in entrata poteva, doveva, secondo me, essere una possibilità, un'opportunità, una prova ulteriore, un passo verso condizioni migliori per favorire le assunzioni e nuove occasioni di lavoro.

Non voleva essere questo provvedimento, per la sua eccezionalità in un momento così grave, un terreno di scontro ideologico-politico epocale: andava tutto composto dentro la logica di un provvedimento straordinario. Tanto è vero che noi tra poche settimane discuteremo il Jobs Act, cioè il progetto vero di riforma del sistema: quello è il campo di lavoro, il terreno sul quale confrontarsi, perché quello è, dovrebbe essere, il provvedimento di medio e lungo termine per quanto riguarda tutta la materia della regolazione del lavoro in Italia. Per questo noi avevamo detto «sì» al testo del Governo.

Noi siamo assolutamente fedeli al testo originario; addirittura abbiamo detto: non presentiamo emendamenti, perché occorre andare veloci. Sempre per la condizione di straordinarietà di cui parlavo prima, bisogna far presto. Le modifiche fatte in Commissione ieri e l'altro ieri, invece, stanno dentro una logica ideologica che porta da un'altra parte. Sono una marcia indietro del Partito Democratico, che non riesce a superare tabù storici di una certa cultura “trade-unionista” del lavoro, conservatrice. Non capendo, così, il momento eccezionale, e magari rimandando, spostando un confronto più articolato nella fase di discussione del Jobs Act.

Cosa è successo nel merito, perché noi diciamo che siamo partiti per smontare la Fornero e alla fine il Partito Democratico all'interno della Commissione lavoro ha smontato la legge Poletti? Ci sono tante questioni, ma tre soprattutto sono quelle centrali, politiche. La prima: si è reintrodotta la formazione pubblica obbligatoria per i contratti di apprendistato. Allora, noi siamo contrari alla formazione per i contratti di apprendistato? No, noi pensiamo che è nella natura del contratto di apprendistato fare anche formazione. E l'Europa ci invita a far questo.

L’Europa pensa che ci debba essere formazione di base, trasversale, capace di accompagnare la fase di apprendistato. Pensa che i ragazzi debbano conoscere l’inglese, le norme che hanno a che fare con la sicurezza, ed altre cose ancora. E allora, se bisogna fare la formazione, e noi siamo d'accordo, perché solo pubblica? Perché solo la formazione pubblica delle Regioni e non, per esempio, formazione privata, nelle aziende, nelle associazioni di categoria, negli enti bilaterali? Perché solo pubblica? Risponde ad una logica ideologica, preconcetta.

E poi la mediazione trovata all'interno del Partito Democratico, che dice: sì, però se le regioni sono in grado di offrirla, le aziende sono tenute a farla; se le regioni non fossero in grado di offrirla, le aziende potranno fare a meno di farla. E allora questo cosa significa?

Significa che al Nord o nelle regioni “rosse”, dove le regioni hanno carrozzoni sulla formazione pubblica e la fanno - la fanno male - allora lì si impone la formazione alle imprese e al Sud, dove le regioni non sono strutturate per fare formazione, non si fa. Quindi i ragazzi del Sud possono non fare formazione. Ma che ragionamento è? Ma che discorso è? Se la formazione bisogna farla, bisogna farla sempre, e per questo occorre svincolarla dall’obbligo della formazione pubblica regionale e legarla alla possibilità concreta di poterla farla anche con enti privati o in azienda.

Un altro punto sul quale non siamo d'accordo è la reintroduzione dell'obbligo di assunzione a tempo indeterminato per gli apprendisti alla fine del percorso di apprendistato. Anche questa, che logica è? Questa è una cosa che non ha fatto funzionare la Fornero, infatti i contratti di apprendistato sono stati pochi. Ma che cosa significa? Se io faccio un percorso di formazione e di apprendistato è chiaro che, alla fine, l'obiettivo è quello dell'assunzione a tempo indeterminato, ma non ci può essere un’assunzione a tempo indeterminato sulla base di un preconcetto che diventa norma, obbligo di assunzione, prima, a priori. A prescindere dai risultati del percorso formativo e di apprendistato. Se l’azienda ha l’obbligo di assumere, a prescindere, non attiva i contratti di apprendistato e quindi non assume i ragazzi.

Poi la terza questione, che è un altro punto politico cruciale, quello delle sanzioni. Si stabilisce che, siccome i contratti a termine non devono superare il 20 per cento del totale degli occupati in un’azienda, se un’azienda sbaglia e ne assume uno in più allora paga. E come paga? Paga con l'obbligo dell'assunzione a tempo indeterminato. Ma, intanto, qual è il reato che ha commesso questa azienda? Questa azienda ha assunto una persona, non è che possiamo condannarla a morte perché assume una persona. Allora noi abbiamo proposto una sanzione più logica: nel momento in cui c'è l'accertamento che quel contratto è sopra il 20 per cento, si interrompe e il lavoratore viene indennizzato per i mesi restanti. Ci sembra una proposta logica di buonsenso, c’è la sanzione ma non c’è la condanna a morte.

Su questi punti drammaticamente riemergono tutti i gap culturali, tutti i tabù di una vecchia sinistra sindacale e antiriformista. Si dice: però, su questi punti c'è l'accordo con Confindustria. Certo, infatti, è un patto fra una certa sinistra e una certa industria; è un patto fra conservatori. È il patto della conservazione, di una Confindustria che è uno dei pilastri della conservazione in Italia; infatti, le aziende per tornare ad essere competitive devono uscire da Confindustria, così come è successo con la FIAT. E poi si dice - questo il relatore non doveva dirlo, perché lui sa perfettamente che non è un’affermazione corretta - che c'è il consenso di tutte le associazioni di categoria che sono venute in Commissione.

Ciò non è vero, o meglio, è vero che sono venute a dire in Commissione “va bene”, ma sul testo originario del Governo. Sugli emendamenti approvati ieri invece le imprese dicono l'esatto contrario; è di ieri sera un comunicato ufficiale di Rete Imprese Italia, quindi di Casartigiani, di CNA, di Confcommercio, di Confesercenti e di tutte le associazioni delle piccole e medie imprese che dice l'opposto; cioè dice che il decreto rischia di essere un’occasione sprecata se saranno confermati gli emendamenti approvati in Commissione, e dice che questo è un passo indietro, è un'inversione di marcia rispetto al decreto Renzi-Poletti, e dice, ancora, che questi emendamenti sono il frutto di un preconcetto anti-impresa, di chi cerca di ostacolare le assunzioni, di non favorire le imprese ad assumere.

È un documento, è un comunicato stampa di ieri sera delle imprese, delle piccole e medie imprese, durissimo su questi emendamenti e mi dispiace che non se ne voglia tenere conto. Queste sono le ragioni di merito per le quali noi diciamo che non siamo d’accordo sulle modifiche.

Poi, ci sono questioni che hanno a che fare con la forma, con il modo con il quale si fanno le cose. Sul lavoro nella sinistra si scontrano culture diverse, opposte. Ci sono culture blairiane, che tentano di avanzare, Renzi ed altri, e ci sono culture trade-unioniste, che costringono la sinistra, soprattutto in Commissione lavoro, a mediazioni continue, con risultati fuori dalla realtà, veri e propri aborti culturali. La sinistra torna ad essere una forza politica supermercato in cui dentro c’è di tutto, à la carte, diciamo così. Poi si fanno accordi che vengono blindati dentro il proprio gruppo e chiusi al confronto con i partiti e le forze alleate, finendo poi col votarsi da sola il provvedimento. Questo non va bene.

La minoranza del Partito Democratico è maggioranza all’interno della Commissione lavoro e blocca la riforme di Renzi: questo è il risultato vero di questo episodio. Questa è la realtà di oggi. Questo è un grave problema politico, perché il lavoro è il terreno sul quale si decide la credibilità, la portata, la realtà della svolta riformista di Renzi e della sinistra; e il lavoro è il punto, il tema, il terreno sul quale si decide la credibilità riformatrice del Governo, in Italia e in Europa. Questo è un problema serio, per il Governo, per la maggioranza e per Renzi.

Se questo è l’antefatto, sul provvedimento, sul Jobs Act, io sono molto preoccupato, perché se siamo arrivati a questo livello di scontro e di incomprensione su un provvedimento eccezionale, che era legato appunto ad un’emergenza, figuriamoci cosa succederà con il Jobs Act. Se il PD non si chiarisce al suo interno e se non prevale la linea riformatrice blairiana ci saranno problemi seri. Renzi su questo deve battere un colpo. Bisogna vincere la retorica della precarietà, delle tutele e delle garanzie formalistiche, che producono disoccupazione. Non ci possono essere garanzie sul posto di lavoro senza lavoro. Non ci possono essere meno tipologia di contratti mantenendo l’articolo 18.

Non ci può essere contratto unico e insieme articolo 18. Non ci può essere obbligo di assunzione a tempo indeterminato senza lavoro, crescita, sviluppo, collaborazione fra sindacato e impresa. Se non si produce ricchezza si distribuisce soltanto povertà. Se non si crea lavoro è più difficile produrre posti di lavoro ipergarantiti. E se si vogliono, a prescindere, contratti rigidi a tempo indeterminato, unici, ipergarantiti, si irrigidisce tutto e si allarga inevitabilmente l’area della disoccupazione, del lavoro nero e si mettono in crisi le imprese.

Noi proveremo ad azzerare gli emendamenti della Commissione nella discussione in Aula di martedì. Presenteremo degli emendamenti per cambiare i tre punti sopracitati. Naturalmente, noi siamo una forza di Governo e se il Governo porrà la fiducia la voteremo, perché comunque ci sono delle parti che vanno bene, come quella dei contratti a termine senza causale. Quindi, noi proveremo a correggerli, con grande forza e con grande determinazione, ma voteremo la fiducia. Ma se questa situazione dovesse ripetersi - lo diciamo chiaramente -, se questi percorsi involutivi della sinistra sul lavoro dovessero ripetersi su quello che dovrà essere la riforma madre del lavoro in Italia o Jobs Act, la nostra fiducia non ce l’avrete. Se Damiano, prevale su Renzi la riforma ve la farete da soli.

*Parlamentare del Nuovo Centrodestra

Roma, 18 aprile 2014

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