Home News Se grazie al sangue si vendono i giornali è colpa della democrazia

Dalla "belva di San Gregorio" al caso Meredith

Se grazie al sangue si vendono i giornali è colpa della democrazia

0
62

Sangue, sesso, soldi, spettacolo e sport. Ovvero “le cinque S” che, da sempre, sono alla base del giornalismo di ogni epoca e latitudine. O delle prime pagine, almeno.

Con la sentenza sul delitto di Meredith Kercher, a Perugia abbiamo assistito all’ennesimo processo in diretta televisiva. Obbligata e repentina, neanche a dirlo, la reazione dell’opinione pubblica, quasi unanimemente disgustata da tanta spettacolarizzazione del male e della sofferenza e contemporaneamente sintonizzata sui principali canali televisivi per seguire il tribolato e scenografico finale di una vicenda che per anni non ha smesso di rimbombare in tv, sulla carta stampata e, di conseguenza, nelle orecchie di tutti noi.

In effetti non è mancato proprio niente: i tifosi (nell’ormai epica dicotomia innocentisti-colpevolisti), la suspence, i festeggiamenti dei vincitori, le lacrime di gioia, l’epilogo con i protagonisti che scompaiono in un metaforico tramonto illuminato dai flash delle macchine fotografiche per tornare, finalmente e felicemente, alla normalità.

Stavolta, c’è da dire, le file del pubblico sono state ingrossate anche dagli spettatori d’Europa e d’oltreoceano, cosa che almeno per un po’ allevia il nostro sentimento anti-italico secondo cui solo la nostra stampa si asservisce biecamente ai bassi istinti umani servendoli caldi caldi in prima serata o sulle prime pagine dei quotidiani più importanti.

E allora, ammesso una volta per tutte che non siamo solo noi italiani i “guardoni”, rimane comunque il paradosso fra il fastidio che provano alcuni nel guardare i plastici di “Porta a Porta” e la necessità di altri (se non degli stessi) nel continuare a farlo. Per chi dovesse pensare che si tratti dell’ennesima prova dell’inesorabile decadimento morale della nostra società negli ultimi anni, dunque, basti quanto segue.

Novembre 1946: a Milano la commessa Caterina Fort massacra a colpi di spranga Franca Pappalardo, moglie del suo amante e datore di lavoro, Pippo Ricciardi, con i suoi tre figli. Caterina, detta “Rina”, passerà alla storia come “la belva di San Gregorio”. Settembre 1948: la contessa Pia Bellentani uccide l’industriale Carlo Sacchi, suo amante, con un colpo di rivoltella durante una festa nella sfarzosa Villa d’Este, sul lago di Como. E poi ancora l’omicidio di Wilma Montesi, dell’aprile del 1953, con la sua immensa mole di implicazioni, che riuscì addirittura a far tremare i vertici della Democrazia Cristiana di De Gasperi.

Casi che, per una ragione o per un’altra, furono seguiti con grande attenzione dall’opinione pubblica, anche se internet era ancora fantascienza. Per non parlare dei celeberrimi delitti di via Poma e dell’Olgiata, del mostro di Firenze, di Marta Russo. Fino ad arrivare a Cogne, a Garlasco, ad Avetrana.

Che si tratti di nobiltà, di politica, di semplice vita contadina, ognuno di questi casi giudiziari e mediatici offre e ha offerto uno spaccato sociale dell’Italia che, per la portata dei dibattiti che suscita tra la gente, non può che apparire irresistibile.

Di qui, il fulcro del discorso, ovviamente tutto economico. Più interesse, più copie vendute. Più plastici, più audience. Ovvero, le regole del mercato concorrenziale. Ovvero, l’Occidente. Ovvero, la democrazia.

Arrivati a questo punto si può solo incappare nel più grande e spinoso quesito che da sempre affligge il giornalismo moderno: i giornalisti devono essere al servizio dei cittadini, assecondando il loro volere, oppure devono “orientarli” e, in un certo senso, “educarli”?

Qualsiasi giornalista risponderebbe che il proprio mestiere è a tutti gli effetti un servizio al cittadino. Ma un buon giornalista aggiungerebbe anche che un’etica professionale esiste, o almeno dovrebbe. E che assecondare il cattivo gusto non è mai corretto. Ma cerchiamo di sfuggire anche al nuovo populismo, quello snob, che ancora grida allo scandalo alla vista di “Porta a Porta”. Anche perché, in prima serata, è meglio il plastico di Vespa della plastica de "L'isola dei famosi".

 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here