Home News Se Hamas risponde al fuoco, Israele è pronto a invadere Gaza

Per Barak è “guerra totale”

Se Hamas risponde al fuoco, Israele è pronto a invadere Gaza

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Si allontana l’ipotesi di un cessate il fuoco a Gaza. Stamattina il premier Olmert ha fatto sapere che siamo solo alla “prima fase” di una operazione che potrebbe prolungarsi per settimane, mentre nella giornata di ieri l'Autorità Palestinese aveva interrotto i negoziati con Gerusalemme. Israele sta azzerando i vertici di Hamas con una serie di raid mirati che coinvolgono anche l’intelligence e le forze speciali. Intanto gli islamisti hanno ripreso a sparare missili Grad e Qassam provocando le prime vittime tra la popolazione ebraica. Le perdite tra i palestinesi sono di circa 340 persone tra militanti e civili (57, secondo le Nazioni Unite). I portavoce di Hamas accusano le potenze regionali arabe di essere accondiscendenti con Israele e l'Egitto schiera 10.000 uomini al confine con Gaza.  Pubblichiamo un editoriale apparso lo scorso 28 dicembre sul “Jerusalem Post” che spiega i motivi per cui lo stato israeliano ha deciso di intervenire.

Venerdì scorso un portavoce di Hamas ha avanzato la seguente proposta al governo israeliano: “Se ci garantite il flusso degli aiuti umanitari e dei rifornimenti destinati a Gaza noi eviteremo di colpire con i lanciarazzi e i mortai i civili israeliani”. Davanti a una richiesta come questa Israele aveva ben poche scelte eccetto quella di rifiutare.

Per settimane lo stato israeliano ha implorato Hamas di fermare il lancio di missili diretti oltre il confine, bloccare gli scavi dei tunnel finalizzati alla prossima serie di violenze, e permettere ai nostri coloni di coltivare i loro campi. Gli islamisti hanno risposto che non temevano l’esercito di Davide e che si sarebbero riservati il diritto di resistere alla “occupazione” – intendendo con questa parola l’esistenza di uno stato ebraico. Hanno risposto con insolenza a Israele che doveva abituarsi all’idea  che nessun gesto umanitario avrebbero moderato  la loro condotta.

Alle 11:30 di sabato scorso, Israele si è finalmente deciso a informare Hamas che lo stato ebraico non sarebbe morto lentamente dissanguato. Grazie a un’eccellente intelligence e a una superba preparazione, il nemico è stato colto di sorpresa. Sono stati colpiti obbiettivi su e giù lungo la Striscia e un gran numero di esponenti di Hamas sono state uccisi, incluse figure militari di primo piano dell’organizzazione. Le risorse chiave di Hamas si sono trasformate in macerie; gli equipaggiamenti ben mimetizzati sono andati distrutti.

Nell’avviare l’operazione “Piombo Fuso”, il ministro della Difesa Ehud Barak aveva dichiarato: “C’è un tempo per la tregua e un tempo per combattere”. E il primo ministro Ehud Olmert, fiancheggiato da Barak e dal ministro degli esteri Tzipi Livni, ha affermato che Israele ha fatto tutto il possibile per evitare questa escalation, ma che le sue preghiere per la pace sono state ascoltate con sdegno.

La missione dell’esercito israeliano non deve far cadere Hamas ma portare la pace nel sud di Israele. In un certo senso stiamo chiedendo ad Hamas di smettere di essere Hamas. Gli islamisti devono decidere se vogliono precipitare nelle fiamme o se sono pronti a prendersi le responsabilità che derivano dal controllo della Striscia. Potrebbero darci nessun'altra alternativa se non quella di far crollare la loro amministrazione. Per merito di Hamas, oggi chi prende le decisioni in Israele sta evitando quel genere di retorica ampollosa per cui “siamo tutti dispiaciuti per com'è anadata la Seconda Guerra in Libano e per le sue conseguenze”. Quello che chiedono gli israeliani, ovviamente, è che il loro governo raggiunga la pace nel sud del Paese, com’è stato promesso.

Non ci aspettiamo che questa operazione sia facile o veloce. Ci aspettiamo che avvenga. Gli Israeliani devono stare uniti ed essere vigili. Sfortunatamente abbiamo già visto scoppiare dei tumulti tra i palestinesi di Gerusalemme Est. La possibilità che ci siano dei disordini tra i nostri cittadini arabi non può essere sottovalutata. I razzi di Hamas potrebbero raggiungere gli obbiettivi ancor prima che ci si renda conto di essere sotto la portata del nemico; le loro minacce di attacchi suicidi devono essere prese con la massima serietà. E vanno messi in allerta anche gli ebrei della Diaspora.

Durante il fine settimana post-natalizio gli eventi di Gaza hanno catturato l’attenzione internazionale. Da alcuni media esteri neutrali stiamo già sentendo l’accusa che la rappresaglia di Israele sarebbe sproporzionata e una forma di “punizione collettiva”. Il fatto che centinaia di palestinesi siano stati uccisi, paragonato al numero delle vittime israeliane, porta alcuni giornalisti a concludere che Israele sia dalla parte del torto. Un importante notiziario britannico si è meravigliato sul motivo per cui il governo di Londra non abbia ancora chiesto a Israele di sospendere le operazioni militari.

C’è una riluttante consonanza tra il fatto che Hamas usi i civili palestinesi come scudi umani e l’assurda richiesta che Israele trovi magicamente il modo di eliminarli senza ferire neppure uno di loro. La formula per guadagnarsi le simpatie di quelli che soffrono di relativismo morale è tanto chiara quanto stomachevole: avremo davvero poca pietà se un ebreo viene ucciso. Se - il cielo non voglia - dovesse essere colpito un asilo israeliano, Israele potrebbe momentaneamente guadagnarsi la simpatia di qualche notiziario a Parigi, Londra o Madrid. A questo prezzo preferiamo perderla, la loro simpatia.

Tuttavia ci aspettiamo che i nostri diplomatici lavorino alacremente per presentare il caso di Israele alla comunità internazionale. Il ministro degli esteri Tzipi Livni ha iniziato questo processo. In un discorso in lingua inglese ha detto “Quando è troppo, è troppo”. Israele non continuerà a subire il lancio di razzi e gli attacchi a colpi di mortaio senza ricambiare. Su questo giornale ci meravigliamo di come la comunità internazionale, che non può supportare in modo esplicito l’operazione di Israele contro i più intransigenti tra i fanatici musulmani, pretenda poi di giocare un ruolo positivo nella facilitazione del processo di pace in questa regione. Hamas deve essere fermata e il mondo civilizzato deve aiutare Israele a fermarla.

Traduzione di Kawkab Tawfik

Tratto da "The Jerusalem Post"

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6 COMMENTS

  1. La parola “mondo
    La parola “mondo civilizzato” mi sembra pescata dal secolo scorso, quando l’antropologia culturale era ancora agli esordi.
    A parte questo penso che l’attacco indiscriminato su Gaza invece di indebolire Hamas finirà per rafforzarla, ahimé.
    Altro interrogativo che mi pongo è: perché il nazionalismo palestinese, che negli anni settanta era collegato a movimenti di liberazione progressisti e laici, oggi è schiavo di integralisti e islamici?

  2. “Attacco indiscriminato”
    Forse perchè vittime di quel riflesso di Pavlov per cui, quando parlano di Israele, parlano di attacchi indiscriminati – mentre è vero l’esatto contrario.
    Quando invece parlano dei palestinesi, parlano di fantomatiche eroiche lotte di liberazione che si risolvono, invariabilmente, in massacri di innocenti.
    Sarà ora di finirla con questa immonda retorica del luogo comune, che serve soltanto a confondere vittime con carnefici? Piantiamola con questo atteggiamento supino nei confronti dei palestinesi e degli arabi. Ci stanno mangiando vivi.

  3. La Pace
    Sono ormai secoli che si parla di questo martoriato lembo di terra. Tutti i leader mondiali si sono interessati alla questione, per far sedere sia i palestinesi sia gli israeliani, ad un tavolo di trattative.Il risultato è stato sempre scarno. Certamente non condivido ne la guerra tantomeno il terrorismo. Probabilmente se non dovesse venir fuori un leader carismatico e forte per far cessare definitivamente il fuoco, fra 10 secoli staremo ancora a contare quanti morti di civili e quanto terroristi. Tuttavia, sono a favore della politica israeliana. Ma la speranza della fine delle ostilità, è appesa ad un filo di lana.

  4. La Pace
    Sono ormai secoli che si parla di questo martoriato lembo di terra. Tutti i leader mondiali si sono interessati alla questione, per far sedere sia i palestinesi sia gli israeliani, ad un tavolo di trattative.Il risultato è stato sempre scarno. Certamente non condivido ne la guerra tantomeno il terrorismo. Probabilmente se non dovesse venir fuori un leader carismatico e forte per far cessare definitivamente il fuoco, fra 10 secoli staremo ancora a contare quanti morti di civili e quanto terroristi. Tuttavia, sono a favore della politica israeliana. Ma la speranza della fine delle ostilità, è appesa ad un filo di lana.

  5. “il nazionalismo
    “il nazionalismo palestinese, che negli anni settanta era collegato a movimenti di liberazione progressisti e laici”.
    Quella era la pia illusione di taluni intellettuali occidentali “left oriented”, politicamente molto miopi, che guardavano alla Palestina come alla nuova terra della Rivoluzione, senza rendersi conto che già allora, a tirare le fila di tutto, erano gli stessi soggetti che oggi hanno preso l’assoluto predominio della lotta

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